«Banche al servizio della ‘ndrangheta. Con i Piromalli ottieni tutto subito»

'NDRANGHETA STRAGISTA | Le rivelazioni del pentito Antonio Russo sul sistema creditizio sulla Piana. «Così Fidanzati baciò la mano al boss Piromalli». I legami con la massoneria che unisce mafiosi, magistrati, forze dell’ordine e uomini dello spettacolo

di Consolato Minniti
giovedì 6 dicembre 2018
13:56
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«Le banche subiscono il condizionamento della ‘ndrangheta. È un sistema. Io l’ho sperimentato: dopo il matrimonio di mio fratello, per noi è cambiato tutto nell’accesso al credito. Quello che prima ci veniva negato, diventò facilissimo». È come sempre molto lucido e preciso il collaboratore di giustizia Antonio Russo, chiamato a testimoniare al processo “’Ndrangheta stragista” in corso a Reggio Calabria e che vede imputati il boss di Cosa nostra Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone, quali mandanti degli agguati ai carabinieri nella stagione delle stragi.

Antonio Russo è uno di quei personaggi che ha potuto frequentare per lungo tempo la famiglia Piromalli. Una conoscenza ad altissimi livelli, sebbene – il pentito lo ricorda a più riprese – egli non sia mai stato affiliato.

Un rapporto di lungo corso

La famiglia Russo, molto nota sulla Piana, ha relazioni con i Piromalli sin dal suo arrivo nel territorio gioiese. «Sabino Russo, mio padre, aveva una squadra di calcio negli anni 1982-82. Ebbene – riferisce il pentito – quella squadra in realtà era di Gioacchino Piromalli. Noi siamo di origine campana, ma ci trasferimmo sulla Piana e per stare tranquilli con la nostra attività, mio padre si affidò ai Piromalli. Con loro ci furono sempre rapporti cordiali, nonostante mio padre non sia mai stato affiliato». Le cose migliorano sensibilmente dopo la creazione di una vera e propria parentele: «Mio fratello ha sposato la nipote di Giuseppe Piromalli, Dorotea Molè. Da quel momento non siamo più stati considerati come famiglia Russo, ma come persone vicine ai Piromalli. È cambiato tutto, persino l’accesso al credito».

Banche al servizio dei clan

Le parole del pentito stuzzicano l’attenzione del procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, che approfondisce l’argomento. «Prima – narra il collaboratore – per un affidamento bisognava andare con tutti i familiari, con un bus. Poi è cambiato tutto». Il sistema bancario subisce il condizionamento delle famiglie mafiose? «Non c’è dubbio, è un sistema», rivela Russo. «Le banche cambiano atteggiamento. Pensi che per un mutuo che avevamo richiesto prima del matrimonio di mio fratello, ci furono 50 perizie e poi ci fu negato. Dopo il matrimonio, con la semplice parola di una persona vicina al clan Piromalli, che giurò che l’immobile c’era, il mutuo ci fu dato in tre ore. Si trattava della banca commerciale italiana, nella sede di Gioia Tauro. Anche per un piccolo fido di 15 milioni, intervenne Gioacchino Piromalli classe ’34.

Le truffe dopo il sequestro

L’attività delinquenziale di Antonio Russo prende avvio dopo il sequestro subito nel processo “Tirreno” nel 1993. Solo nel 1997, il Tribunale restituisce i beni alla famiglia Russo, «ma l’attività dei curatori aveva fatto andare tutto all’aria. Siamo finiti sotto usura – spiega il pentito – e per uscire dai debiti avevo due strade: fare truffe o spacciare droga. E siccome sono sempre stato contrario alla droga, ho iniziato con le truffe». Qual era il sistema? Russo è chiarissimo: «Compravamo merce di qualsiasi settore, si dava un acconto all’inizio e poi un assegno che, però, alla scadenza ovviamente risultava non onorato». Ma sull’affare piombano immediatamente i Piromalli, che sfruttano la capacità criminale di Russo ottenendo ottimi guadagni dalla sua attività: «A me loro davano soldi al tasso secondo loro agevolato del 10% mensile, perché loro di solito li davano al 15. Parliamo ovviamente di milioni di euro, se calcoliamo la maggiorazione degli interessi. A me rimanevano le briciole, considerati i debiti da ripianare. La merce poi veniva svenduta, tutti i commercianti gioiesi facevano ordini da me e così si teneva a galla l’economia». Il pentito affonda il colpo: «Del resto, se io andavo in banca per aprire un conto lavorando onestamente mi veniva negato. Se dicevo loro che dovevo fare delle truffe, veniva aperto con tanto di carnet di assegni».

Il protocollo per le truffe

Ma non ovunque era possibile operare in questi termini. A Russo fu dato un vero e proprio protocollo operativo dalla famiglia Piromalli. «Le truffe si potevano fare da Roma in su, sicuramente non in Sicilia, Campania e Puglia che, ci dicevano, era loro alleati». Il protocollo fu trasmesso da Giovanni Copelli. E se qualcuno, qualche volta, intendeva fare il furbo, rischiava di pagare di tasca propria. «Ogni azione doveva essere autorizzata da Copelli, se accadeva a Gioia Tauro. Se mi spostavo altrove, bisognava avere il nulla osta delle altre famiglie».

Fidanzati e il bacio a Piromalli

Accade, però, che qualcuno sbaglia clamorosamente obiettivo. «Mario Laurendi, nel corso di una truffa con l’azienda Carid, che di fatto era mia e di Antonio Sacco, truffò il caseificio “La montanara” a Palermo. Questo formalmente era intestato a tale Riggio, ma in realtà era di Stefano Fidanzati. Era una truffa di circa 13-14 mila euro. Ed era a seconda volta che accadeva. Un giorno, siamo nel 2004, Fidanzati si presentò al mio negozio a chiese udienza con Giuseppe Piromalli classe ’21, in quel momento agli arresti domiciliari. Prima di venire da me, si recò all’Agip sulla SS 18, notoriamente dei Piromalli e loro lo indirizzarono verso di me». Il racconto del pentito si fa sempre più interessante: «Piromalli mi disse: “Fallo venire subito da me, perché siamo stati insieme al centro clinico di Opera e il bene che mi ha fatto lui non lo posso dimenticare”. Lo accompagnai a casa di Piromalli e ci furono baci e abbracci. Fidanzati si inginocchiò e baciò la mano a Piromalli. Ricordo che eravamo nel salone dove c’erano le gigantografie di famiglia e quella scena non l’avevo mai vista. Rimasi stupito dalla potenza di Piromalli. Sta di fatto che lui mi chiese se ne sapessi qualcosa di questa truffa. Io fissi che l’azienda era mia e lui mi ripose di dare subito i soldi a Fidanzati. In realtà gli portammo l’equivalente in merce, con apparecchiature frutto di un’altra truffa. Piromalli poi ordinò a Copelli di portare Fidanzati nel migliore ristorante di Gioia Tauro. Andammo al Veliero, tanto che fu ordinato al ristoratore di chiudere dopo di noi, che la sua giornata era stata fatta con un conto pagato mille euro».

Nessun controllo a casa Piromalli

L’anziano boss, dunque, riceveva serenamente tutti in casa, sebbene fosse ai domiciliari. Senza temere alcun controllo: «Gli arresti domiciliari a Gioia Tauro hanno gestioni allegre – riferisce il pentito – non lo controllava nessuno. Non ho mai temuto di essere oggetto di controlli. Pensi – dice Russo rivolgendosi a Lombardo – che io nel mio piccolo ho avuto esponenti delle forze dell’ordine a libro paga, figuriamoci Piromalli. Con Fidanzati mi disse nettamente “Piglialo e portalo qua”. Certo, quando c’era qualcuno che lui non voleva ricevere spiegava che stavano andando per un controllo e li mandava via».

«Problemi? Rivolgiti a Filippone…»

Russo prosegue la sua disamina spiegando come lo stesso Piromalli gli avesse fornito una indicazione di massima. Siccome lui aveva bisogno di aprire nuove aziende in giro per la Calabria, il boss gli fece alcuni nomi di persone a cui fare affidamento in caso di necessità. «Mi disse che se dovevo andare su Taurianova potevo rivolgermi a Mico Lombardo, mentre su Polistena, Cinquefrondi o Melicucco, potevo chiedere di un tale Filippone. Ora, io non ho mai avuto bisogno di nulla e non ho mai incontrato né conosciuto nessuno dei due».

I contatti con la massoneria

Il pm Lombardo invita poi il pentito a riferire delle sue conoscenza in ambito massonico. Per la verità, si tratta di episodi già ampiamente noti, ma che servono a contestualizzare bene l’ambiente in cui si muoveva Russo. «Non ho mai fatto parte della massoneria – spiega il pentito – ma il dottor Labate mi voleva all’interno dei templari. Lui è un cardiologo di Reggio Calabria che so essere a disposizione dei Piromalli. L’ho conosciuto tramite Luigi Emilio Sorridenti. Mi disse se volevo andare ad assistere ad una riunione a Villa Vecchia, su Roma, e poi se fossi stato interessato ci sarei potuto entrare. Vi erano ex magistrati, ufficiali dei carabinieri, della guardia di finanza, della polizia e personaggi dello spettacolo come Natasha Stefanenko, oltre al principe Romanov, come mi fu detto dal commendatore Carmelo Cortese. A quell’incontro c’era pure la manovalanza della cosca Piromalli. Cortese, fra l’altro, mi disse che lui non si sarebbe messo con persone di basso livello, avendo partecipato direttamente ad incontri in cui era presente Licio Gelli. Mi disse poi di aver avuto una relazione con la famiglia De Stefano, i figli di Paolo, come Giuseppe e Dimitri, li nominava come fossero figli suoi. Cortese gestiva di fatto l’ospedale militare di Catanzaro, lui decideva convalescenze, chi doveva essere riformato o avere una causa di servizio». Russo racconta di non aver mai conosciuto il pentito Cosimo Virgiglio, frequentatore dei medesimi luoghi da lui narrati.

Da Sorrenti a Berlusconi

Quanto poi al capitolo televisioni private, Russo rivela come le tv sulla Piana, un tempo, fossero di proprietà della famiglia Priolo. «Parliamo di Televiola». Poi a gestirla ci fu Angelo Maria Sorrenti: «Era un prestanome dei Piromalli, ma era anche collegato bene con Berlusconi e Confalonieri. Per un certo periodo è stato molto legato ai Piromalli, poi li denunciò. Ricordo che mi rivolsi alla famiglia Piromalli per avere una convalescenza al servizio militare. Mi mandarono da Sorrenti e lui chiamò Confalonieri, questi gli disse di rivolgersi a Tony Boemi, proprietario di Telespazio. Andai a nome di Sorrenti e si mise a disposizione, facendomi ottenere la convalescenza, ma mi disse pure di rivolgermi a Cortese per una prossima volta. Cosa c’entra Berlusconi con Confalonieri? Per quel che so erano la stessa cosa».

 

Consolato Minniti

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Consolato Minniti
Giornalista
Consolato Minniti nasce a Reggio Calabria nel 1983. Sin da bambino mostra la sua passione per il giornalismo, rubando la macchina da scrivere alla mamma, per passare intere ore a imprimere sui fogli bianchi i suoi primi articoli “a colonne”.   La seconda guerra di ‘ndrangheta, vissuta negli anni dell’infanzia, lo porta a confrontarsi sin da subito con la piaga della criminalità organizzata. Durante uno dei tanti agguati, riesce a portarsi in salvo appena in tempo con la sua famiglia, prima che la scarica di piombo finisca una delle vittime predestinate, proprio davanti all’uscio di casa sua. È per questo che le letture approdano presto ai quotidiani locali e nazionali.   Inizia a collaborare a 19 anni con “Il Domani”, ma è nel 2006 che avvia la sua prima vera esperienza giornalistica di livello con il quotidiano “Calabria ora”. Dapprima collaboratore per la città di Reggio Calabria, un anno dopo diviene redattore ordinario e avvia il percorso che lo vede protagonista sino ad oggi, ossia quello riguardante la cronaca nera e giudiziaria. È quello il settore al quale decide di dedicarsi, consapevole del fondamentale ruolo giocato dal giornalismo d’inchiesta nel contrasto alla ‘ndrangheta.   Nel 2012 viene nominato caposervizio della redazione di Reggio per “Calabria ora”, ruolo che conserva sino alla chiusura del quotidiano nel frattempo divenuto “L’Ora della Calabria”. Nel 2014 approda al “Garantista”, sempre con la qualifica di caposervizio. Collabora con testate nazionali quali “L’Espresso” e “L’Avvenire”.

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