Tentata estorsione, chiesto processo per due sacerdoti del Vibonese

VIDEO | Uno è il segretario particolare del vescovo di Mileto, un altro il reggente della Chiesa “Madonna del Rosario” di Tropea. Inchiesta della Dda che contesta l’aggravante mafiosa

di G. B.
31 maggio 2019
06:38
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Tribunale
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Tentata estorsione aggravata dalle modalità mafiose. Questa l’ipotesi di reato per la quale il pm della Dda di Catanzaro, Annamaria Frustaci, ha chiesto il rinvio a giudizio per due sacerdoti del Vibonese coinvolti in un’inchiesta avviata nel 2013. In particolare, il processo al gup distrettuale è stato chiesto per gli indagati: Graziano Maccarone, 41 anni, segretario particolare del vescovo di Mileto; e per Nicola De Luca, 40 anni, di Rombiolo, reggente della Chiesa Madonna del Rosario di Tropea. Sono entrambi indagati con l’accusa di aver costretto con violenza o minaccia R.M. a restituire una somma di denaro ammontante ad 8.950 euro, ricevuta in prestito dai due prelati Nicola De Luca e Graziano Maccarone (rispettivamente 2.050,00 euro e 6.700 euro) per estinguere un debito originariamente contratto dal debitore e da una sua figlia con una terza persona che nel 2012 aveva ottenuto un’ordinanza dal giudice dell’esecuzione con l’assegnazione da parte della figlia di R.M. di beni per un valore di novemila euro, così dichiarando estinta la procedura esecutiva.

La vicenda 


Per evitare l’espropriazione dei beni pignorati alla figlia di R.M., i due prelati Graziano Maccarone e Nicola De Luca in un primo tempo sarebbero andati incontro alle richieste di aiuto loro rivolte loro da R.M., con don Nicola De Luca che gli avrebbe prestato la somma di 2.050,00 euro. Quindi, su richiesta del debitore, Graziano Maccarone avrebbe preso contatti con il creditore per consegnargli l’ulteriore somma di 6.700 euro, concordando con il debitore che non era necessario restituire l’intera somma data in prestito e che in ogni caso la restituzione sarebbe avvenuta in diverse rate, non appena il debitore avesse avuto la disponibilità di denaro e comunque a partire da Pasqua dell’anno successivo, cioè il 2013. 

 

I dettagli ricostruiti dall'accusa

Nel frattempo Graziano Maccarone, secondo l’accusa, avrebbe inviato in due mesi oltre tremila contatti telefonici (in maggioranza messaggi a sfondo sessualead altra figlia invalida del debitore, facendosi inviare foto compromettenti e facendosi recapitareindumenti intimi dalla ragazza per il tramite di conoscenti per poi invitare la stessa ragazza in un albergo di Pizzo. Incontro, quest’ultimo, che tuttavia non aveva poi luogo. Dal 12 dicembre del 2012, ad avviso della Dda di Catanzaro, don Graziano Maccarone avrebbe quindi cambiato radicalmente atteggiamento, chiedendo al debitore l’immediata restituzione delle somme di denaro per sé e per don Nicola De Luca per poi invitare lo stesso debitore nello studio di don Nicola De Luca al fine di chiarire quanto accaduto con la figlia, invitando anche quest’ultima a prendervi parte. Il 6 febbraio 2013, i due prelati si sarebbero così incontrati con il loro debitore. In tale occasione, don Graziano Maccarone avrebbe affermato che i soldi dati al creditore gli erano stati consegnati da alcuni suoi cugini di Nicotera Marina ai quali avrebbe dovuto restituire al più presto il denaro, evocando la propria vicinanza alla famiglia mafiosa dei Mancuso. 

 

L'aggravante mafiosa 

Inoltre, alla richiesta da parte del debitore di poter avere – prima di adempiere al pagamento – una copia della liberatoria firmata dal creditore, don Graziano Maccarone avrebbe affermato di non avere alcuna ricevuta del pagamento effettuato. Una circostanza, secondo l’accusa, non vera poiché dagli atti emergeva invece che il sacerdote si era munito di una scrittura privata. Don Graziano Maccarone, secondo la ricostruzione della Squadra Mobile di Vibo Valentia, avrebbe inoltre contattato un proprio cugino di Nicotera, ritenuto vicino al boss Pantaleone Mancuso, detto “Scarpuni”, invitando il suo amico sacerdote don Nicola De Luca a farsi da parte perché avrebbe recuperato il denaro “per vie traverse” attraverso “i suoi cugini” evocando anche il nome del boss Luigi Mancuso, definito da don Graziano Maccarone come “il capo dei capi”. Le contestazioni coprono un arco temporale che va dal dicembre del 2012 a fine marzo del 2013 con luoghi di commissioni indicati in Tropea, Nicotera, Mileto e Vibo Valentia. L’aggravante mafiosa fa riferimento al comportamento idoneo ad esercitare una particolare coartazione psicologica nella vittima, in quanto dotato – ad avviso della Procura distrettuale – dei caratteri propri dell’intimidazione derivante dall’evocare la vicinanza di don Graziano Maccarone alla famiglia di ‘ndrangheta dei Mancuso. 

 

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G. B.
Giornalista

Giuseppe Baglivo è stato collaboratore del quotidiano Calabria Ora dal settembre 2006 ad agosto 2007.


Redattore e responsabile della cronaca giudiziaria del quotidiano Calabria...

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