Stragi di mafia, gli interessi dei servizi segreti e della massoneria

‘Ndrangheta stragista, il pentito Modeo ammette: Aldo Anghessa ci propose di partecipare alle stragi continentali. Gelli ci promise la revisione del processo in cambio del sostegno elettorale alle Leghe meridionali. Fra i suoi contatti calabresi c’è anche la famiglia Morabito: «Volevano uccidere il pm Boccassini»

di Consolato Minniti
venerdì 12 ottobre 2018
15:09
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L’aggiustamento di un processo per omicidio in cambio del sostegno elettorale ad un progetto di nuove leghe meridionali. In mezzo, l’idea delle stragi di mafia ed un intrigo che coinvolge servizi segreti e massoneria ai massimi livelli, nonché un piano per uccidere Ilda Boccassini. C’è tutto questo nella deposizione del pentito Gianfranco Modeo al processo “’Ndrangheta stragista” tenutasi questa mattina a Reggio Calabria e che vede imputati Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone con l’accusa di essere i mandanti dell’omicidio dei carabinieri Fava e Garofalo e degli agguati agli uomini dell’Arma fra il 1993 ed il 1994.

Modeo è un vecchio affiliato alla mafia pugliese. Nello specifico quella di Taranto e provincia. Era la sua famiglia a comandare nella persona del fratello Riccardo. «Io – spiega – ero un gradino più giù». Il pentito narra dei contatti con i siciliani ed i calabresi per i traffici di droga e il contrabbando di sigarette. In Calabria i rapporti erano soprattutto con i Bellocco ed i Morabito.

Aldo Anghessa e la proposta a Modeo

Il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo va subito al punto cruciale della questione e affronta con Modeo l’argomento riguardante le stragi continentali. Siamo nel 1991 e il fratello del pentito, Claudio, viene contattato da un tale Aldo Anghessa. Ma chi è costui? Nome in codice “Alfa Alfa”, Anghessa è un ex appartenente ai servizi segreti, il cui calibro è comprensibile semplicemente dalle parole che rilasciò nel corso di un’intervista ad Avvenire: «I punti di affondamento delle navi dei veleni, 5 o 6, sono segnati su carte nautiche che consegnai al povero capitano De Grazia poco prima che morisse». Anghessa, dunque, è un ex 007 con le mani in pasta nei traffici delle navi dei veleni in cui perse la vita il capitano Natale De Grazia, morto per avvelenamento proprio quando era vicino alla verità, in un’indagine all’epoca coordinata dal pm Francesco Neri. E Anghessa rivela che quel business era opera di una lobby affaristico-criminale impastata con logge massoniche italiane ed estere.

Tornando al processo in corso a Reggio, Modeo spiega come Anghessa sapesse «tutto di tutti». La proposta delle stragi «doveva coinvolgere varie organizzazioni criminali: siciliani, pugliesi e calabresi». Modeo fu contattato addirittura da Milano, per sapere se anche loro fossero stati interessati alla proposta di Anghessa. Dall’altro capo del telefono c’era niente meno che Franco Coco Trovato, l’uomo di punta del clan De Stefano a Milano. Ma i pugliesi non furono per nulla persuasi di una simile proposta e lo stesso Modeo rifiutò decisamente un possibile coinvolgimento.

Licio Gelli e le leghe meridionali

Ma i nomi forti fatti da Modeo non finiscono qui. Perché il pentito narra anche della proposta che venne fatta a Marino Pulito, uno dei loro affiliati, direttamente da Licio Gelli. Il “venerabile” si sarebbe recato personalmente a Palermo, ma avrebbe anche chiesto a Pulito uno scambio: la revisione del processo per l’omicidio Marotta, in cui c’erano imputati i due Modeo condannati a 22 anni di reclusione, in cambio di un appoggio elettorale per la costituzione della Lega meridionale. «Pulito mi disse che bisognava rivolgersi ad Andreotti. Io gli risposti che lo avevamo già fatto – spiega il pentito – e che ci aveva detto che non era possibile intervenire. Come possiamo ora rivolgerci alla stessa persona? Pulito mi riferì che a Gelli non si poteva dire di no». Il progetto però non andò in porto perché «poi arrivarono altri arresti, misure e non ci fu quasi più necessità di far niente».

Il progetto di uccidere Ilda Boccassini

Fra i contatti calabresi di Modeo c’è anche la famiglia Morabito. E fu proprio Pasquale Morabito a raccontare al pentito di aver appreso dall’avvocato Mandalari «di una situazione critica a Milano». Il problema era rappresentato da un magistrato che «stava facendo indagini, in cooperazione con i colleghi svizzeri, che stavano per approdare a delle finanziarie del gruppo Fininvest». Secondo il pentito «se fosse venuto a galla tutto, sarebbe caduto il castello». Stando a quanto gli fu riferito, tutte le organizzazioni criminali utilizzavano queste finanziarie, fra i cui proprietari risultava Dell’Utri, per i traffici di sigarette ed altro. Da qui la richiesta di Morabito: «Mi disse di trovare un killer che potesse operare su Milano. Volevano uccidere il pm Boccassini. Noi avevamo dei ragazzi che potevano farlo, ma non diedi mai seguito. Gli dissi: “Non vi rendete conto di cosa significa uccidere un magistrato”».

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Consolato Minniti
Giornalista
Consolato Minniti nasce a Reggio Calabria nel 1983. Sin da bambino mostra la sua passione per il giornalismo, rubando la macchina da scrivere alla mamma, per passare intere ore a imprimere sui fogli bianchi i suoi primi articoli “a colonne”.   La seconda guerra di ‘ndrangheta, vissuta negli anni dell’infanzia, lo porta a confrontarsi sin da subito con la piaga della criminalità organizzata. Durante uno dei tanti agguati, riesce a portarsi in salvo appena in tempo con la sua famiglia, prima che la scarica di piombo finisca una delle vittime predestinate, proprio davanti all’uscio di casa sua. È per questo che le letture approdano presto ai quotidiani locali e nazionali.   Inizia a collaborare a 19 anni con “Il Domani”, ma è nel 2006 che avvia la sua prima vera esperienza giornalistica di livello con il quotidiano “Calabria ora”. Dapprima collaboratore per la città di Reggio Calabria, un anno dopo diviene redattore ordinario e avvia il percorso che lo vede protagonista sino ad oggi, ossia quello riguardante la cronaca nera e giudiziaria. È quello il settore al quale decide di dedicarsi, consapevole del fondamentale ruolo giocato dal giornalismo d’inchiesta nel contrasto alla ‘ndrangheta.   Nel 2012 viene nominato caposervizio della redazione di Reggio per “Calabria ora”, ruolo che conserva sino alla chiusura del quotidiano nel frattempo divenuto “L’Ora della Calabria”. Nel 2014 approda al “Garantista”, sempre con la qualifica di caposervizio. Collabora con testate nazionali quali “L’Espresso” e “L’Avvenire”.

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