La modifica della legge continua a far discutere: «Modificare un sistema costituzionale consolidato significa avviare il Paese verso il declino e una giustizia che non sarà più di tutti»
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Non è il loro stile e non scioperano mai. Nonostante queste premesse «lo sciopero di oggi è un dovere». Lo hanno detto a voce unanime i magistrati reggini che con un'adesione di oltre l'80%, ha segnato un passo importante anche nel distretto di Reggio Calabria. Un flash mob, un minuto di silenzio con in mano la Costituzione sulla scalinata della Corte d'Appello, in piazza Castello, per ribadire la ferma contrarietà alla riforma Nordio e alla proposta di separazione delle carriere, considerata una minaccia all'indipendenza della giustizia.
Per la presidente della Ges Antonella Stilo «la questione più grave non è la separazione delle carriere in sé, come spesso si discute in questi giorni, ma le conseguenze concrete che questa riforma avrà sui cittadini e sul principio di uguaglianza davanti alla legge. Attualmente, il pubblico ministero, così come il giudice, appartiene allo stesso ordine: siamo tutti magistrati e facciamo parte di un’unica sfera di garanzia. Oggi, per legge, il pubblico ministero ha il dovere di ricercare la verità, di rappresentare lo Stato nel processo penale e di chiedere l’assoluzione dell’imputato se le prove non sono sufficienti a sostenere l’accusa. Al contrario, se le prove dimostrano l’innocenza dell’imputato, è tenuto a raccogliere elementi a suo favore e a tutelarlo sin dalle prime fasi del procedimento. Se però il pubblico ministero uscirà da questa sfera di imparzialità, ci troveremo di fronte a una figura molto diversa, simile a un avvocato dell’accusa, il cui compito non sarà più la ricerca della verità, ma la tutela esclusiva dell’accusa. Questo significa che sarà spinto inevitabilmente a chiedere la condanna, perché la sua efficienza verrà valutata solo in base al numero di condanne ottenute. È evidente come questo scenario rappresenti un grave pericolo per i diritti dei cittadini».
Un altro rischio altrettanto grave riguarda l’eventuale subordinazione del pubblico ministero al potere esecutivo. Se in futuro il governo potesse decidere quali reati perseguire e quali no, si creerebbe una forte interferenza politica sulla giustizia. Questo scenario renderebbe il principio di uguaglianza davanti alla legge un semplice simulacro, una frase priva di significato reale. Per queste ragioni, siamo molto preoccupati. Non manifesteremo solo oggi, ma continueremo a farlo con una serie di iniziative future, perché questa battaglia riguarda tutti i cittadini e la tutela della giustizia nel nostro Paese. L’indipendenza e l’autonomia della magistratura non sono privilegi, ma strumenti fondamentali per tutelare i diritti dei cittadini. L’indipendenza della magistratura non serve ai magistrati, ma a garantire una giustizia equa e imparziale per tutti».
Il confronto con l’avvocatura
Si è entrati nel vivo dei lavori con una tavola rotonda moderata dal giornalista Arcangelo Badolati. Tra i relatori, autorevoli esponenti del mondo giudiziario e accademico: il dottor Alessandro Liprino, consigliere della Corte d’appello, la dottoressa Cinzia Barillà, magistrato presso il tribunale di sorveglianza, il professor Daniele Cananzi, ordinario di filosofia del diritto all’Università Mediterranea, e l’avvocato Francesco Siclari, presidente della Camera penale di Reggio Calabria.
Il procuratore di Palmi, Emanuele Crescenti ha sottolineato l'importanza di difendere la Costituzione. «Non c'è un interesse di parte, non comprendiamo il disegno dietro questa riforma che non ha alcun senso. Scioperiamo perché modificare un sistema costituzionale consolidato significa avviare il Paese verso il declino e una giustizia che non sarà più di tutti».
Musolino: Siamo preoccupati
«Scioperiamo mal volentieri. Non lo facciamo quasi mai. La sobrietà è lo stile del magistrato. Esporsi in questo modo è un'anomalia. Ma è un'anomalia che vuole essere un grido d'allarme nel tentativo di costruire una contro narrazione perché finora la narrazione pubblica su questo tema è totalmente schiacciata su quella che è la prospettiva che la maggioranza di governo ha presentato». A dirlo è stato il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Stefano Musolino, segretario nazionale di Md.
«Ci preoccupa - ha aggiunto Musolino - la separazione delle carriere per quello che sarà un effetto immediato, cioè rendere i giudici e i pubblici ministeri meno autonomi e indipendenti. E questo non è un problema per noi. È un problema i cittadini perché giudici e pm meno autonomi e indipendenti garantiscono meno i diritti e soprattutto i diritti delle persone meno potenti. I potenti avranno sempre il loro spazio di tutela».
I magistrati non sono disposti a cedere su un principio cardine della democrazia, l’indipendenza della giustizia. La battaglia contro la riforma Nordio e la separazione delle carriere è solo alle battute iniziali. Oggi è una giornata importante, una giornata che «rappresenta la volontà di superare un atteggiamento che, in passato, la magistratura ha adottato, pur non amando particolarmente questo tipo di iniziative. In realtà, non è che la magistratura non le apprezzi, ma storicamente siamo stati abituati a reagire alle critiche, agli attacchi e alle riforme che miravano a indebolirci mantenendo un profilo basso, restando nei nostri uffici, trincerandoci dietro il tradizionale atteggiamento di silenzio e riservatezza».
Lo ha detto il magistrato Chiara Greco sottolineando come «Questa strategia, però, non ha funzionato. Le riforme, i tentativi di modifica del sistema e gli attacchi degli ultimi mesi – ormai degli ultimi anni – ci hanno fatto comprendere che dovevamo cambiare il nostro approccio comunicativo. Restare chiusi nei nostri uffici ha permesso che fosse una sola voce a parlare ai cittadini, e quella voce è stata esclusivamente quella del potere politico. Ma i cittadini hanno bisogno di un controcanto, di conoscere la realtà senza essere bombardati da informazioni distorte o parziali. Per questo abbiamo deciso di cambiare strategia e, nell’assemblea unitaria di Roma del 15 dicembre, molto partecipata, è stato deliberato all'unanimità di aderire a uno sciopero, da individuarsi successivamente in una data che è stata poi fissata per il 27 febbraio.
Quello di oggi, quindi, non è un’azione improvvisata, ma il mantenimento di una promessa, fatta a noi stessi e ai cittadini. Perché è fondamentale far passare un messaggio chiaro: questa riforma non è pensata per tutelare i cittadini, ma per proteggere chi non vuole rispettare le regole. È una riforma che fa percepire la consegna di un avviso di garanzia o l’avvio di un procedimento penale come un attacco personale, quando in realtà si tratta di strumenti essenziali di giustizia».
Questa riforma non migliorerà il rapporto tra cittadini e giustizia, perché «non ha come obiettivo quello di garantire un sistema più equo, ma di tutelare solo pochi privilegiati. Purtroppo, questo messaggio fatica a trovare spazio sulle maggiori testate e nei principali programmi televisivi. Per questo riteniamo nostro dovere, in quanto cittadini, rendere pubbliche le nostre idee.
Voglio concludere con una precisazione: lo sciopero è un diritto costituzionale garantito a tutti i lavoratori, salvo quei casi in cui è espressamente vietato. Ai magistrati non è vietato, e dunque oggi stiamo semplicemente esercitando un diritto costituzionale. Chi ci accusa di violare la Costituzione, forse, dovrebbe leggerla con maggiore attenzione».
Si vuole scongiurare il pericolo di creare disuguaglianze. «Questa riforma crea una disuguaglianza diretta, ma che è costruita per tutelare solo gli interessi di alcuni: di coloro che ritengono di essere al di sopra della legge, e che pensano di poter agire senza alcun controllo, in nome di un’idea o di un programma politico. I cittadini comuni, invece, continueranno ad essere oggetto di indagini, procedimenti e arresti, senza che nessuno si preoccupi di tutelare realmente i loro diritti».
Anche il pm Flavia Modica ha chiarito come in realtà, la separazione tra giudici e pubblici ministeri esiste già oggi. La legge prevede un solo passaggio di funzioni nella carriera di un magistrato, e i dati confermano che nell’ultimo quinquennio solo lo 0,83% dei magistrati ha cambiato ruolo. Ancora più basso è il numero di pubblici ministeri divenuti giudici: appena lo 0,21%.
Il coro è unanime: «Questa riforma non riguarda solo la separazione delle carriere, ma punta a spostare il pubblico ministero fuori dall’ordine giudiziario, creando due scenari ugualmente pericolosi. Da un lato, potrebbe nascere un nuovo potere autonomo, composto da pubblici ministeri guidati solo da sé stessi, senza più alcun collegamento con la magistratura giudicante. Dall’altro, il rischio è quello di subordinare il pubblico ministero al potere esecutivo, permettendo al governo di decidere quali reati perseguire e quali no. Le conseguenze sul principio di uguaglianza davanti alla legge sarebbero gravissime. Non so dire quale sia lo scenario peggiore, ma so con certezza che i cittadini non ne riceveranno alcun vantaggio.
Oltretutto, questa riforma non risolve i veri problemi della giustizia: Non accorcia i tempi dei processi. Non affronta il problema delle carenze di organico. Non migliora le infrastrutture informatiche. Non alleggerisce i carichi di lavoro. Se dunque non è una riforma della giustizia, ma solo della magistratura ordinaria, senza alcuna tutela per i cittadini, allora a cosa serve?»