Intrecci mafie-massoneria-servizi-politica. Ecco il quarto livello che gestisce il potere

La ‘ndrangheta minore e maggiore, il ruolo di Andreotti e l’omicidio del giudice Scopelliti. La deposizione del testimone Pasquale Nucera sentito al processo ‘Ndrangheta stragista in corso a Reggio Calabria

di Consolato Minniti
venerdì 1 marzo 2019
16:24
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Simboli massonici
Simboli massonici

Un comitato d’affari composto da ‘ndrangheta, cosa nostra, massoneria, pezzi deviati dello Stato e politici. C’era livello oscuro dietro la gestione del potere degli anni ‘90 in Italia, secondo le parole del testimone Pasquale Nucera, sentito oggi al processo “’Ndrangheta stragista” che vede imputati Rocco Santo Filippone e il boss Giuseppe Graviano quali presunti mandanti degli agguati nei confronti dei carabinieri nella stagione delle stragi. Rispondendo alle domande del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, Nucera, seppur fra molti “non ricordo”, “è possibile”, e vuoti di memoria rispetto a deposizioni molto datate nel tempo, è riuscito a ricostruire quel reticolo di relazioni che lo portò in ambienti particolarmente rilevanti.

La ‘ndrangheta minore e maggiore

Per il testimone, esiste una ‘ndrangheta che si divide in minore, maggiore e criminale. «Sopra c’è il Vangelo, che è un dono che viene dato a chi ha commesso anche un omicidio, ma anche a chi aveva contatti con il mondo massonico. Io ero vicino a quella realtà, poi ho deciso di collaborare. Tuttavia conoscevo diverse persone vicine a quel mondo ed a Licio Gelli, come ad esempio Pazienza» (ex agente dei servizi e faccendiere, che ha avuto accesso ad informazioni di rilievo in alcuni dei più oscuri misteri d’Italia, ndr).

Il quarto livello

Ma c’è un livello che sta sopra tutti gli altri ed è il cosiddetto “quarto livello”, del quale facevano parte sia esponenti di ‘ndrangheta che di Cosa nostra. «Un mio parente, Turi Scriva, ad esempio, controllava il traffico di sigarette e conosceva molti palermitani. Penso a due fratelli, uno che aveva sempre macchine sportive, Tano Badalamenti. C’erano anche i Santapaola che avevano rapporti con la cosca Iamonte». E, per il testimone, è proprio a questo livello che c’erano i contatti con i servizi segreti. Erano questi soggetti che avevano la possibilità di entrare in un mondo diverso, dove vi erano anche esponenti della massoneria. «Sì, la massoneria ha usato molto la ‘ndrangheta», riferisce Nucera. Si trattava ovviamente di «logge deviate, dove tutti mettevano un componente della cupola al proprio interno. Così accadeva anche per i servizi. Ed ecco che si gestivano lavori, appalti, voti, posti di lavoro ed i grandi affari di narcotraffico». Per Nucera si trattava di un sistema «talmente blindato che anche Gelli incorporava nella P2 un santista di ogni locale in modo da avere il controllo». Nucera si sofferma proprio sulla sua conoscenza con Gelli: «L’ho conosciuto a Roma, avevamo un appuntamento per gli appalti delle Ferrovie, il doppio binario che da Reggio andava fino a Saline Joniche. E c’erano anche dei politici fra cui uno che aveva una villa a Bocale e che poi lo hanno ammazzato, si tratta di Ligato. C’era pure qualche politico cosentino e della Piana di Gioia Tauro. A questa riunione io sono andato per accompagnare altra gente di cui ora, dopo 40 anni, non ricordo il nome».

La presenza di Andreotti

Ma fino a dove poteva arrivare questo quarto livello? Dalle parole di Nucera emerge il nome di Giulio Andreotti. «Il suo era un ruolo molto importante. Questo comitato era arrivato ad un punto alto e strategico per la politica. Un comitato d’affari che ad un certo punto si allarga alla politica ed alla massoneria, occupandosi di finanziamenti italiani ed europei». Ma perché era così importante il ruolo di Andreotti? «Era la democrazia cristiana, aveva i rapporti con la Chiesa».

Le logge templari

Il testimone fa anche riferimenti a logge templari legate al Vaticano: «Si tratta formalmente di associazioni benefiche, regolarmente iscritte in Prefettura», rimarca Nucera. La specificazione riguarda i cavalieri della Croce di Malta «cui era legato anche Vittorio Canale. Lui stava in Costa Azzurra ed io lo conobbi perché dormivo in un locale suo. Me lo hanno presentato mentre fuggivo, considerato che in quel periodo avevano chiesto la mia estradizione». Ma chi era Vittorio Canale? «Lui stesso mi disse di essere legato ai De Stefano ed ai Libri. Una sera lo vidi vestito con dei paramenti ed un mantello e mi disse di far parte dei Cavalieri della Croce di Malta. Si trattava di massoneria deviata, avrei dovuto farne parte anch’io, ma poi sono entrato in un altro ordine il cui fondatore era mio genero».

L’incarico di uccidere e la camera di passaggio

Nucera ricorda anche l’episodio in cui fu chiamato a Portofino e Santa Margherita Ligure, su incarico di Pepè Onorato, il quale gli aveva chiesto di capire cosa fosse successo. «C’era un tale Barreca di Gebbione che stava facendo caos e bisognava eliminarlo». L’incarico arrivava dalla cosiddetta “camera di passaggio”. «Era una sorta di ufficio che svolgeva funzioni di raccordo dei locali, una specie di cupola che comprendeva anche i siciliani ed erano stati loro a volere l’incontro».

L’omicidio del giudice Scopelliti

I ricordi di Nucera riguardano anche l’omicidio del giudice Scopelliti. «A Villa San Giovanni ‘ndranghetisti e massoni hanno deciso di eliminare il giudice Scopelliti. Mi hanno detto che è sceso anche tale “Santoro”, ossia Bagarella, a sistemare la cosa. Proprio tale Santoro era presente anche a Santa Margherita Ligure, all’incontro chiesto per sistemare l’affaire Barreca. Ed è lì che diceva di avere un problema con il maxi processo. Ciò mi fu raccontato da uno degli Iamonte. A Villa San Giovanni c’era stato anche un incontro con il commercialista di Riina, Mandalari. C’erano gli Zito, i Garonfalo, i Labate, gli Iamonte, qualcuno della Piana, dei Piromalli e uno della famiglia Rugolo». Nucera spiega di ricordare che la ‘ndrangheta voleva uccidere anche il giudice Tuccio, «attentato che sventai con le informazioni date alla magistratura»

I mercenari e l’evasione di Riina

Le esperienze di Nucera lo hanno portato anche fuori dall’Italia, in particolare a combattere per la legione straniera. Prima, però, ha avuto anche il tempo di partecipare a diverse riunioni tenutesi a Polsi. Nel corso di una, in particolare, vide in disparte niente meno che Amedeo Matacena jr. Nella medesima occasione incontrò anche Giovanni Di Stefano, faccendiere in collegamento con Milosevic. Dopo Polsi, Nucera andò nel Golfo Persico per 22 giorni a combattere. Fu lì che conobbe i mercenari. Gli stessi che avrebbero dovuto occuparsi dell’evasione di Totò Riina. A tale scopo, ricorda Nucera, ci fu un incontro fra Vittorio Canale, il figlio di Domenico Libri, Domenico Broccoletti del Sismi e un agente libico. L’incontro avvenne in un hotel di Nizza, vicino Montecarlo. «Broccoletti e l’agente libico – spiega Nucera – mi disse che avevano chiesto a Canale di organizzare l’evasione di Riina dal carcere. Gli avevano dato una rata da 100mila dollari che dovevano servire per assoldare 20 mercenari e procurare un elicottero».

 

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Consolato Minniti
Giornalista
Consolato Minniti nasce a Reggio Calabria nel 1983. Sin da bambino mostra la sua passione per il giornalismo, rubando la macchina da scrivere alla mamma, per passare intere ore a imprimere sui fogli bianchi i suoi primi articoli “a colonne”.   La seconda guerra di ‘ndrangheta, vissuta negli anni dell’infanzia, lo porta a confrontarsi sin da subito con la piaga della criminalità organizzata. Durante uno dei tanti agguati, riesce a portarsi in salvo appena in tempo con la sua famiglia, prima che la scarica di piombo finisca una delle vittime predestinate, proprio davanti all’uscio di casa sua. È per questo che le letture approdano presto ai quotidiani locali e nazionali.   Inizia a collaborare a 19 anni con “Il Domani”, ma è nel 2006 che avvia la sua prima vera esperienza giornalistica di livello con il quotidiano “Calabria ora”. Dapprima collaboratore per la città di Reggio Calabria, un anno dopo diviene redattore ordinario e avvia il percorso che lo vede protagonista sino ad oggi, ossia quello riguardante la cronaca nera e giudiziaria. È quello il settore al quale decide di dedicarsi, consapevole del fondamentale ruolo giocato dal giornalismo d’inchiesta nel contrasto alla ‘ndrangheta.   Nel 2012 viene nominato caposervizio della redazione di Reggio per “Calabria ora”, ruolo che conserva sino alla chiusura del quotidiano nel frattempo divenuto “L’Ora della Calabria”. Nel 2014 approda al “Garantista”, sempre con la qualifica di caposervizio. Collabora con testate nazionali quali “L’Espresso” e “L’Avvenire”.
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