Il modello amministrativo Occhiuto più che virtuoso sembra in bancarotta

È quanto emergerebbe dai numeri venuti fuori dalla discussione sul dissesto finanziario e sui mancati obiettivi del piano di riequilibrio. Il 17 luglio la Corte dei Conti dovrebbe entrare nel merito sulle azioni di risanamento messe in atto dall’amministrazione cittadina

di Pasquale Motta
11 luglio 2019
14:47
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Se i numeri sono quelli noti, la situazione dei conti di Cosenza è tutt’altro che un virtuoso modello amministrativo da trasferire alla Regione. La situazione è al limite della bancarotta, seppur questa branca di fallimento finanziario non è prevista per gli ordinamenti degli enti pubblici. Il sindaco tuttavia, confermando un cliché mediatico consolidato, tende a ridimensionare il tutto. Nonostante ciò, i numeri rimangono numeri. E, per quanto Occhiuto tenti di ridimensionarli, se l’ente fallisce la responsabilità è di chi amministra.

 

Eppure, il primo cittadino bruzio aveva piena consapevolezza della drammatica situazione finanziaria della città di Cosenza. Il dissesto era stato decretato dalla sua stessa Amministrazione nel dicembre del 2012. Sotto la lente di ingrandimento attuale, dunque, è finita capacità di risanamento messa in atto dall’amministrazione Occhiuto. Infatti, se dopo aver dichiarato il dissesto e approvato il cosiddetto piano di riequilibrio finanziario gli obiettivi di quel piano non vengono raggiunti, il sindaco può blaterale quanto vuole contro i “presunti” nemici del suo modello ma, il risultato rimane difficilmente confutabile e ha una sola spiegazione: incapacità e irresponsabilità nella gestione finanziaria dell’ente. E, d’altronde, in tal senso, è atteso nei prossimi giorni un pronunciamento della Corte dei Conti, la quale dovrebbe entrare nel merito proprio sulle azioni di risanamento messe in atto dall’amministrazione cittadina. Si tenga presente che l’amministrazione Occhiuto aveva già ricevuto una bocciatura dalla magistratura contabile allorquando era stato predisposto il piano di riequilibrio finanziario pluriennale nel febbraio del 2013 (riformulato nel luglio dello stesso anno alla luce di nuove norme). Nel settembre del 2014, quel piano, infatti, fu bocciato dalla sezione di controllo della Corte dei conti ritenendolo non congruo ai fini del riequilibrio finanziario dell’Ente. Un ricorso del Comune aveva poi impugnato quel pronunciamento che fu poi accolto dalle sezioni riunite.  

 

La politica del recupero delle entrate, dunque, è il vero disastro ai tempi del modello amministrativo Occhiuto. Il tallone di Achille di quel modello che il primo cittadino della città bruzia avrebbe la pretesa di trasferire alla Regione. I dati non farebbero presagire niente di buono. Il trend delle discussioni di competenza delle entrate proprie che è quello rilevante ai fini di verificare se realmente il comune stia incamerando le risorse necessarie al risanamento, mostra valori e flussi numerari abbondantemente al di sotto delle previsioni del piano di riequilibrio finanziario. Ecco alcuni esempi significativi. Per il titolo 1 sono stati incamerati nell’esercizio 39.109.583 anziché 51.706.078 (-25%). Per il titolo terzo 4.395.392 anziché 8.987.859 (-52%). 

 

Nel 2015, dunque, il piano di riequilibrio appare, almeno allo stato degli atti, disatteso in modo grave ed evidente.

Anche le alienazioni immobiliari del Comune rivelano un significativo scostamento dagli obiettivi di risanamento per mancato raggiungimento degli introiti previsti per vendita.  Il comune di Cosenza, infatti,  ha riscosso per alienazioni o dismissioni per il 2015, l’esiguo importo di euro 190.880,27, ben al di sotto degli obiettivi del piano di riequilibrio 2015, che era di euro 5.320.703,00. Per non parlare delle risorse vincolate che sono state utilizzate per la spesa corrente e senza che a fine anno venissero rimpinguate.

Pasquale Motta

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Pasquale Motta
Giornalista
A questa noiosa e ipocrita lagna del clero, sulla famiglia, rispondo con una citazione di Ronald David Laing, un noto psichiatra inglese:”La famiglia si può immaginare come una ragnatela, un fiore, una tomba, una prigione, un castello.” Da dirigente comunista e diessino, sono stato un fedele soldato del Politìchesckij Bjurò ora da democratico, nell’era del “pensiero leggero”, sono un anarchico, controcorrente e provocatore. Mi stanno sulle balle,  i pomposi intellettuali post-comunisti, peggio se, con la puzza sotto il naso. Sono freddo e passionale, rosso e nero. Non mi fido delle tonache; nere, rosse, giudiziarie o clericali. Bigotti, puritani e moralisti li darei volentieri in pasto al “gorilla” di De Andrè, ai razzisti  farei fare un’esperienza in quei campi con la scritta: “il lavoro rende liberi”. Presuntuoso? Può darsi! Rompicoglioni! Certo! Se parlo, conosco, se non conosco, sto zitto! Per dirla come  Theodor W. Adorno:  “La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta. Amo questa frase di Vittorio Foa: “il sogno può accompaganre la vita ma non deve determinarla. Quando scegli non devi sognare, tu sei responsabile”. Caratterialmente mi si addice questa citazione frase di  Winston Leonard Spencer Churchill: “Combatteremo sulle spiagge, combatteremo sui luoghi di sbarco, nei campii nelle strade e nelle montagne. Non ci arrende­remo mai…”
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