«Cosca Libri? Avevo la fobia»: l'ex presidente dei costruttori parla e respinge le accuse

Francesco Berna coinvolto nell’inchiesta Libro nero si difende: «Quando avete accostato il mio nome alla ‘ndrangheta io sono stato ammazzato» - dice ai pm. E sulle richieste estorsive ricevute non risponde: «Ne parlerò in un altro contesto»

di Angela  Panzera
10 settembre 2019
06:38
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Francesco Berna
Francesco Berna

‘Ndrangheta, pentiti, politica e malaffare: Francesco Berna, presidente dell’Ance Calabria fino al suo arresto nella maxi inchiesta “Libro nero”, non ci sta e ai magistrati della Dda di Reggio Calabria respinge ogni accusa. Finito in manette insieme al fratello Demetrio, e con gran parte del patrimonio sequestrato tra cui pizzerie imprese attive nel settore edile e della ristorazione, già in sede di interrogatorio di garanzia contesta di far parte della cosca Libri, attiva a Cannavò e dintorni, ed in particolare di essere un loro  imprenditore di riferimento. Per la Dda, che ne ha chiesto l’arresto, i due fratelli “investivano e riciclavano in Calabria e su tutto il territorio nazionale, capitali del sodalizio mafioso, garantendo il versamento dello stesso di una parte dei profitti”. Un’accusa molto grave poiché paventa l’agevolazione e l’espansione economica imprenditoriale della cosca tramite subappalti, commesse, affidamenti, accordi societari con i suoi rappresentanti. In buona sostanza secondo i pm Stefano Musolino e Walter Ignazitto, e stando alle indagini sviluppate dalla Squadra mobile, il loro impero, che li ha portati ad essere molto noti e attivi in città e fuori regione, sarebbe stato costruito anche grazie alla ‘ndrangheta. Dal 21 agosto scorso Francesco Berna, così come il fratello Demetrio, non si trova più ristretto in carcere, ma è agli arresti domiciliari dopo che il gip ha deciso di sostituire la misura cautelare in seguito all’istanza avanzata dal legale Emilia Vera Giurato e che ha registrato il parere favorevole della Procura. Circostanza che mette in luce anche un altro dato ossia l’atteggiamento dell’indagato che, già dalla fase dell’interrogatorio di garanzia, si è mostrato collaborativo con gli inquirenti e rivolto a chiarire la propria posizione processuale.

«De Rosa? Mente»

Uno dei principali “accusatori” dei fratelli Berna è  Enrico De Rosa, ex agente immobiliare legato mani e piedi sia con la cosca Caridi che con i Zindato, famiglie entrambe egemoni nella zona sud della città. «Si scrive Berna, ma si legge Libri»: così in modo netto e lapidario aveva affermato il “pentito” per descrivere il contesto in cui gravitavano i due imprenditori. Ma al gip l’ex presidente calabrese dell’associazione nazionale costruttori pur ammettendo di conoscerlo, «era un bravo ragazzo» e di averlo anche tentato di aiutare lavorativamente parlando ha sottolineato di non aver avuto poi più frequentazioni poiché «a me non mi sono piaciute, tipo ha incominciato a vedere dei soggetti di San Giorgio». Addirittura Berna lo avrebbe visto in compagnia di Nino Caridi, boss egemone della zona, arrivando a dirgli «di stare alla larga» e di gente «in odor di droga tipo Zindato» ed è per questo che avrebbero «tagliato i rapporti». De Rosa, nelle  suoi verbali, senza mezzi termini sostiene che per tutti gli appalti vinti e gestiti dalle imprese dei Berna, anche fuori regione, i soldi erano sponsorizzati dalla ‘ndrina Libri: «assolutamente no» risponde l’indagato ai pm. De Rosa poi, riferirà che è stato il boss Nino Caridi ad avergli detto che i Berna erano «espressione» della cosca Libri. Anche in questo caso Francesco Berna rispedisce l’accusa al mittente dicendo che il “pentito” «millanta» e si chiede tra sé e sé come è stato possibile «accostare il mio nome alla cosca Libri io sono stato ammazzato- dice rivolgendosi ai pm- quando avete accostato il nostro nome alla cosca Libri». «È una persona che non gli ho fatto mai del male, ho fatto solo del bene, mi sono ritrovato ad avere questa», dirà sconsolato l’indagato ai magistrati. Su Mario Chindemi, neo collaboratore di giustizia e coinvolto nell’omicidio di Donatella Fortugno e nel ferimento del boss Demetrio Logiudice, Berna ha infine, dichiarato di «non conoscerlo». Le sue dichiarazioni, per come rese al gip durante l'interrogatorio di garanzia, sono state valorizzate dai pm e depositate durante l'udienza del Riesame di Alessandro Nicolò, il consigliere regionale finito anche lui in manette con l'accusa di essere un politico e uomo del clan di Cannavò.

Il summit alle Agavi e l'allontanamento da Nicolò 

Nel loro recente passato la politica per i fratelli Berna ha rappresentato un momento topico anche della loro carriera in particolare per Demetrio Berna che è stato sia consigliere comunale che assessore al bilancio al Comune di Reggio Calabria e per la Procura sarebbe stato proprio lui, in virtù del suo ruolo politico a svolgere il ruolo di «trait d’union»  con la ‘ndrangheta. Ed è in questo contesto che si incastra la cena tenutasi all’agriturismo “Le agavi” di Saline Joniche cui presero parte non solo i Berna, ma anche Alessandro Nicolò- l’ex capogruppo di Fratelli d’Italia finito anche lui in manette- e gli esponenti delle famiglie Libri-Caridi. Un summit in piena regola per gli inquirenti e una riunione che viene definita «più mafiosa che politica», vista la caratura dei personaggi. Francesco Berna ammette di essere stato alla «cena elettorale» dove c’era anche Nicolò, e dove erano presenti  «decine di persone, c’erano tutti gli operai, c’erano.. qualche medico, qualche amico, cioè, in pratica, tutte le persone che potevano essere, non so, gli inviti li avrà fatti Demetrio, però tutte persone che potrebbero… poteva dargli qualche voto». L’indagato, poi si sofferma proprio sui rapporti con Nicolò sostenendo che tra lui e il fratello nel periodo della cena «i rapporti erano buoni», ma successivamente «No, perché dopo delle elezioni, nelle elezioni successive, non abbiamo fatto più campagna politica, proprio abbiamo deciso per partito preso, proprio per evitare, non abbiamo voluto più avere a che fare con la politica». I pm infine, gli contestano se era a conoscenza di una circostanza particolare ossia che tra i collaboratori di Nicolò c’era Pasquale Repaci, padre di Anita Repaci che è la compagna di Filippo Chirico, ritenuto il reggente della cosca Libri in virtù del suo precedente matrimonio con la figlia del mammasantissima Pasquale Libri e recentemente condannato a 20 anni di carcere nel troncone abbreviato del processo “Teorema-Roccaforte”. «No, che aveva come collaboratore il… il papà di Anita Repaci, questo non lo sapevo(…) li vedevo spesso insieme , ma non sapevo fosse nella struttura»: dirà Berna ai magistrati. E aggiungerà di non sapere se Nicolò fosse o meno appoggiato elettoralmente da esponenti dei Libri. «Io non ho mai voluto avere a che fare, e ho preso alle distanze, oltre al fatto che era lui, perché a me già Nicolò non mi era… Ma avevo un problema di natura mia…», aggiunge l’ex presidente Ance lasciando intendere chiaramente che sull’allontanamento dal politico del centro-destra riferirà in un’altra sede.

«Pizzo e danneggiamenti? Riferirò dopo»

I pm antimafia vogliono vederci chiaro su molti aspetti e senza indugi gli chiedono se ha ricevuto richieste estorsive o danneggiamenti all’interno delle proprie aziende e attività. «Sul discorso del “pizzo”, dirà Bernà che vuole rispondere «in un altro contesto». Aspetti che l’indagato vuole approfondire con la Procura, ma non nella sede dell’interrogatorio di garanzia limitandosi, in quella sede, a confermare alcuni piccoli danneggiamenti e piccoli furti avvenuti all’interno dei cantieri. Al momento dal sesto piano del palazzo di giustizia le bocche sono cucite; fatto sta che si potrebbero registrare scenari decisivi e importanti. 

La fobia dei Libri

Francesco Berna non intende accostare il suo nome alla cosca di Cannavò e durante tutto l’interrogatorio di garanzia respinge ogni addebito. «Io ho avuto sempre la fobia proprio(…)perché lo sapevo, cioè, in pratica, che prima… che potevo rischiare questo. Siccome era una persona che abitava a Cannavò, sono abi… e non ho voluto cambiare, non me ne sono voluto andare dalla città di Reggio Calabria ero sono voluto ritornare per cercare di fare qualche cosa di buono. L’unica mia preoccupazione era proprio questa, che il fatto che conoscevo queste persone, oggi domani mi avrebbe portato…a questo». Lo avrebbe portato in carcere accusato di far parte della ‘ndrangheta.

«La criminalità si sconfigge con il lavoro»

E mentre giudice e pm formulano domande su domande e gli contestano anche la conoscenza di alcuni esponenti e presunti organici alla ‘ndrangheta che Francesco Berna si lascia andare in un discorso che parte dalle sue origini fino a sfondare il tema della legalità. «L’obiettivo mio era quello sempre soltanto di crescere dal punto di vista sociale, riuscire a uscire da quel contesto ( il quartiere di Cannavò ndr) che era un contesto non facile e quindi riuscire a uscire da quel contesto e pensavo di esserci riuscito(…)Le persone, in pratica, che io conoscevo da sempre, cercavo di aiutarli, perché li conoscevo da sempre, con il lavoro. Cioè, l’unica attività che io cercavo di fare, queste persone che Lei ora mi sta dicendo, ho cercato di dargli sempre un aiuto con il lavoro(…)la mia idea, avendo un ruolo anche pubblico, è che la criminalità si riuscirà a sconfiggere solo con il lavoro, altrimenti». Persone che, però per l’accusa essendo gravitanti in contesti malavitosi comproverebbero la sua vicinanza alla ‘ndrina Libri nonostante la sua “fobia”.

 

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