«Oliverio ingannato, ha agito in buona fede». La Cassazione sul No all'obbligo di dimora

VIDEO | Le motivazioni della Suprema Corte sulle accuse mosse dalla Procura nell’ambito dell’inchiesta Lande desolate che vede coinvolto il presidente della Regione

di Consolato Minniti
17 maggio 2019
13:25
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Mario Oliverio
Mario Oliverio

Le ragioni difensive sono fondate sia con riguardo alla gravità indiziaria che alle esigenze cautelari. Così si esprime la Corte di Cassazione sulle accuse mosse dalla Procura della Repubblica di Catanzaro, nei confronti del Governatore Mario Oliverio, nell’inchiesta “Lande desolate” che ha portato il presidente della Giunta regionale all’obbligo di dimora a San Giovanni in Fiore per diversi mesi.

 

Quanto alla gravità indiziaria, per i giudici romani, il quadro sconta una contraddizione di fondo e parte da elementi che non rivelano la necessaria gravità, perché non adeguatamente supportati da dati obiettivi che dimostrino come Oliverio, all’atto di partecipare all’approvazione della delibera regionale con cui si stanziavano i fondi per il cantiere di Lorica, fosse effettivamente a conoscenza sia dello stato di irreversibile dissesto finanziario del gruppo Barbieri, sia della inosservanza dolosa degli impegni assunti dall’imprenditore per l’esecuzione dei lavori.

L’interpretazione delle conversazioni intercettate, a giudizio della Cassazione, non avrebbe tenuto conto dell’intonazione canzonatoria e irriverente degli interlocutori, sintomatica del compiacimento di essere riusciti a convincere il presidente della bontà dei progetti.

 

Un ulteriore errore di valutazione è quello che riguarda il ruolo di Oliverio quale unico proponente, trattandosi di un dato solo formale e non adeguatamente approfondito.

Quanto alle esigenze cautelari non c’è dimostrazione di un pericolo di inquinamento probatorio, né della possibilità di reiterazione dei reati, in quanto la valutazione fatta sulla base della sola carica di governatore ancora rivestita, appare generica, senza l’evidenza di elementi concreti che denotino una collusione con l’imprenditore aggiudicatario degli appalti di Scalea e Lorica.

 

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Consolato Minniti
Giornalista
Consolato Minniti nasce a Reggio Calabria nel 1983. Sin da bambino mostra la sua passione per il giornalismo, rubando la macchina da scrivere alla mamma, per passare intere ore a imprimere sui fogli bianchi i suoi primi articoli “a colonne”.   La seconda guerra di ‘ndrangheta, vissuta negli anni dell’infanzia, lo porta a confrontarsi sin da subito con la piaga della criminalità organizzata. Durante uno dei tanti agguati, riesce a portarsi in salvo appena in tempo con la sua famiglia, prima che la scarica di piombo finisca una delle vittime predestinate, proprio davanti all’uscio di casa sua. È per questo che le letture approdano presto ai quotidiani locali e nazionali.   Inizia a collaborare a 19 anni con “Il Domani”, ma è nel 2006 che avvia la sua prima vera esperienza giornalistica di livello con il quotidiano “Calabria ora”. Dapprima collaboratore per la città di Reggio Calabria, un anno dopo diviene redattore ordinario e avvia il percorso che lo vede protagonista sino ad oggi, ossia quello riguardante la cronaca nera e giudiziaria. È quello il settore al quale decide di dedicarsi, consapevole del fondamentale ruolo giocato dal giornalismo d’inchiesta nel contrasto alla ‘ndrangheta.   Nel 2012 viene nominato caposervizio della redazione di Reggio per “Calabria ora”, ruolo che conserva sino alla chiusura del quotidiano nel frattempo divenuto “L’Ora della Calabria”. Nel 2014 approda al “Garantista”, sempre con la qualifica di caposervizio. Collabora con testate nazionali quali “L’Espresso” e “L’Avvenire”.
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