«Braccianti vittime del virus, non colpevoli»: la replica all'assessore Spirlì

Medici, volontari e sindacati rispondono alle dichiarazioni del neo vicepresidente della giunta Calabria. Da settimane si rivolgono inascoltati alle istituzioni chiedendo interventi per evitare che ghetti e tendopoli si trasformino in un focolaio. Ecco la soluzione proposta 

di Alessia Candito
19 marzo 2020
21:07
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«Era ora che qualcuno si accorgesse che anche i braccianti migranti possono essere vittime della pandemia». Peccato che ancora una volta si parli senza conoscere la situazione. Neanche 24 ore in Giunta e già il neoassessore e numero due del governo regionale calabrese, Nino Spirlì, entra in rotta di collisione con qualcuno. Nello specifico, si tratta delle associazioni di medici, sindacalisti e volontari che in generale si occupano di diritti e necessità dei braccianti della Piana e attualmente, con l’avanzata a Sud dell’epidemia di Covid-19, si sgolano – inascoltati – per evitare che le disastrose condizioni in cui i lavoratori migranti vivono si trasformino in una condanna.

 

Ammassati per volontà ministeriale

«Il neoassessore chiede che rispettino controlli e prescrizioni che non possono essere materialmente osservate per la situazione in cui versano i luoghi che i braccianti abitano. Nella tendopoli si vive ammassati sotto tende con il logo del ministero dell’Interno e in molti ghetti non c’è neanche acqua corrente». A parlare è Giorgia Campo del Csc Nuvola Rossa, ma dietro ci sono Medici per i Diritti Umani, Mediterranean Hope, Sanità di Frontiera e Co.S.Mi. ed hanno tutti unica voce e medesime richieste. Rivolte alla prefettura, rilanciate sui media, fatte correre sui social. Tutte inascoltate.

 

Orecchie da mercante

Ormai da settimane hanno chiesto formalmente e informalmente alla Prefettura di Reggio Calabria soluzioni abitativeimmediate per disinnescare una possibile bomba sanitaria tanto nei ghetti come nella tendopoli, ma nulla si è mosso. In alternativa, hanno provato a strappare almeno tende di emergenza, moduli con servizi igienici, acqua corrente, un presidio medico fisso, igienizzanti, mascherine, guanti. Nessuna risposta è arrivata.

 

«In queste condizioni, prescrizioni impraticabili»

«Noi che lavoriamo sul territorio, non abbiamo alcun dubbio: le richieste di restare a casa, lavarsi le mani e mantenere la distanza interpersonale di almeno un metro, rivolte alla comunità nazionale da tutti gli organi istituzionali e d'informazione, appaiono del tutto impraticabili per i migranti che popolano i ghetti, in condizioni igienico sanitarie a dir poco precarie» spiega Ilaria Zambelli di Medu E quando vanno a lavorare nei campi e nelle aziende agricole, non godono certo di maggiore protezione. Il comparto agroalimentare è fra quelli che il governo ha ritenuto di non dover bloccare in questa fase, tuttavia chi oggi materialmente riesce ancora a trovare impiego alla giornata nei campi o nelle aziende agricole, soprattutto se si tratta di lavoratori irregolari o a giornata non vengono dotati certo di mascherine, guanti o altri Dpi.

 

Svuotare il mare con il cucchiaino

Per mancanza di Dpi, anche i medici volontari che forniscono assistenza alla comunità dei braccianti hanno dovuto sospendere le visite. Insieme alle altre associazioni, continuano a fare campagne informative, ad andare nei ghetti per spiegare che c’è un’epidemia in corso e come proteggersi, a distribuire termometri e igienizzante, ma «per persone che vivono in quelle condizioni igienico abitative sono palliativi» sostiene Ilaria Zambelli di Medu.
Una preoccupazione condivisa con il sindaco di San Ferdinando, Andrea Tripodi, che da settimane guarda con apprensione al crescere dei contagi nel reggino. Lasciato con il cerino in mano della gestione della tendopoli, fa quel che può con i mezzi che ha, sapendo che comunque si tratta di interventi limitati: sanificazione regolare, igienizzazione, distribuzione di guanti.

 

Le soluzioni ci sono

Le soluzioni? «Ci sarebbero e oggi sarebbero anche più semplici da adottare. I nuovi decreti permettono con maggiore facilità la requisizione di immobili e le risorse per eventuali adeguamenti si potrebbero attingere ai fondi regionali già stanziati per l’emergenza Piana nella scorsa legislatura regionale o ai fondi del Piano Triennale contro lo sfruttamento e il caporalato», spiegano dal Cosmi.

 

Svuotare i ghetti

L’epidemia è democratica. Non fa distinzioni di razza, sesso o ceto sociale. Così come il diritto alla Salute gridato fra i principi cardine della Costituzione. «Intervenire sui ghetti e sulle tendopoli oggi significa non solo l’assordante silenzio istituzionale che ha regnato fino ad oggi salvo poi essere riempito dalle cicliche sirene dell’emergenza che puntualmente si è ripresentata ad ogni stagione di raccolta, ma evitare che si sviluppi un potenziale focolaio che metterebbe a rischio l’intero comprensorio». Nessuno si salva da solo. «Se l’assessore Spirlì è davvero così preoccupato ci contatti, noi – è la richiesta di tutte le associazioni - qualche idea per risolvere la situazione ce l’abbiamo»

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