Cesare Battisti, fisiognomica della colpevolezza

Il punto di vista del professor Franco Cimino sulla vicenda del latitante arrestato in Bolivia

lunedì 14 gennaio 2019
10:05
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Cesare Battisti
Cesare Battisti

«Che un condannato si proclami innocente è un fatto di ordinaria normalità. Da quando esiste il processo pochi si sono dichiarati colpevoli dei delitti ascrittigli. Per quanto si sia voluto rappresentare il rispetto per le sentenze delle Corti, da sempre l’opinione pubblica si è divisa, in percentuali pur sempre differenti, in colpevolisti e innocentisti. Una sorte di processo parallelo, quello del popolo, ha accompagnato per decenni quello conclusosi nelle aule dei tribunali dei paesi civili. Più civile è quel Paese, più alta è la vigilanza della gente. Più alta la sua partecipazione alla sentenza “emozionale”. Che, spesse volte, al di là della sofferenza personale del condannato, ha una forza maggiore di quello giudiziario. Nel caso di Cesare Battisti, Il terrorista pluriomicida e rapinatore, condannato in via definitiva dalla Giustizia italiana quasi quarant’anni fa, nuovamente fermato in un paese lontano dopo oltre un tempo analogo di dorata latitanza, questa vecchia prassi è ribaltata. Si può agevolmente affermare che i due processi paralleli convergono nell’unico responso: colpevolezza. Di tutti i reati per cui è stato chiamato alla sbarra. Questa anomala convergenza è tutta targata Battisti. Porta per esteso la firma di questo criminale incallito, che dalla delinquenza comune, dopo un breve periodo di carcerazione, è passato a quella sedicente politica e rivoluzionaria. Porta il nome di questo ex ragazzo di periferia che da ignorante si è trasformato in scrittore rinomato, da bullo ante litteram in personalità “rivoluzionaria” protetta e custodita da alcuni paesi democratici e coccolata, forse pure finanziata, dai più quotati salotti borghesi di quegli stessi luoghi.

La totale condivisione del giudizio di colpevolezza, nella stretta unione tra tribunale formale e tribunale popolare, porta la stampa indelebile della sua faccia. A tutti sarà rimasta impressa, come uno sputo, un cazzotto nello stomaco, una pugnalata alla schiena, quella faccia da figlio di buona donna, che si prende beffa di un intero paese, delle sue leggi, del suo ordinamento democratico, della dolente coscienza collettiva, del dolore indicibile dei familiari delle persone che lui ha ammazzato e delle altre che ha fatto ammazzare. Quella tracotanza dalla quale traspariva solo disprezzo verso un immane dramma nazionale e tanta sfida nei confronti delle nostre istituzioni, con quella sua arrogante dimostrazione di una sua presunta invincibilità, ha rappresentato per quasi mezzo secolo un dolore più grande di quello da lui e dalla sua banda provocato. Una umiliazione più estesa ancora per un Paese democratico che tanta ne aveva subita con quel persistente attacco dei terroristi alle sue istituzioni, le quali hanno retto, in extremis, non dimentichiamolo, al prezzo di tanto sangue versato sulle strade italiane. E che sangue! Cesare Battisti, che tra Parigi (la Francia ancora deve renderci conto di quella volgare copertura e tutela di questo delinquente, autentica offesa verso un paese fratello) e il Brasile (che l’ha protetto mentre i nostri governi continuavano a fare affari con il più grande paese sudamericano), si è comodamente costruito l’immagine di uomo forte, cinico, sprezzante, invincibile, senza mai un rimorso, un pentimento verso quella disgraziata stagioni di lutti e follie, senza neppure un pensiero di pietà per le vittime, è soltanto un vigliacco. Un fifone che si è nascosto dietro la forza di chi l’ha assurdamente “nascosto“ Cesare Battisti, un cretino che ha giocato a essere intelligente, un miserabile che ha tentato di mostrarsi grande, un nano che rifletteva la sua presunzione nell’ombra lunga che il sole disegnava della sua piccola statura. La Giustizia, che in queste ore è ferma in Bolivia in attesa che questo paese consegni il noto criminale alle autorità italiane, probabilmente si compirà. Tardivamente, purtroppo. Ma, il fatto che si compia è un primo piccolo atto di riparazione per quelle morti assurde. E di gratificazione per i superstiti, i feriti a vita, di quegli attacchi. E dei familiari colpiti così duramente, negli affetti e nella dignità di cittadini. Un grande è significativo atto di dignità democratica e di onore per un Paese democratico, che tante volte, e ancora, non sa difendere se stesso e i suoi cittadini in qualsiasi modo violati da forze del male e dall’arroganza di un potere talvolta invisibile. Il giorno più bello di questo inizio d’anno sarà però quello in cui vedremo scendere ammanettato dalla scaletta dell’aereo quest’uomo misero in ogni sua dimensione rimastogli dopo aver perduto l’essenza umana».

Franco Cimino

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