Breakfast, quando don Stilo bloccò un aereo per farci salire un uomo dei servizi

VIDEO | In aula il sostituto commissario Gandolfo ha portato i riscontri al racconto di Pazienza. Nucera: «Matacena al summit con i boss, ogni locale aveva referente per la massoneria»

di Consolato Minniti
26 marzo 2019
08:08
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Adesso c’è anche il riscontro ufficiale dell’Enac. Sì, l’aereo dell’Alitalia, su cui sarebbe dovuto salire il collaboratore dei servizi Francesco Pazienza, partì con due ore di ritardo dopo una telefonata di don Stilo, prete noto per essere vicino ad ambienti ‘ndranghetistici. Lo ha confermato ieri mattina nel corso dell’udienza del processo “Breakfast”, il sostituto commissario Giuseppe Gandolfo in servizio alla Dia di Reggio Calabria. Gandolfo ha ripercorso le tappe fondamentale dell’informativa “Stato parallelo”, inchiesta che punta a svelare l’esistenza di un sistema di potere in grado di influenzare le scelte a livello nazionale ed internazionale. Ed in tale contesto, l’ufficiale di polizia giudiziaria ha ricordato l’episodio narrato da Pazienza, personaggio al centro delle più oscure trame d’Italia e condannato per il depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna.

I riscontri dell’Enac

Siamo nel novembre del 1980 e Pazienza è a Reggio assieme a Domenico Araniti. Si reca poi ad Africo da don Stilo. «L’Enac, dopo ricerche molto approfondite – spiega Gandolfo – ci conferma che effettivamente il 23 novembre del 1980 un volo da Reggio Calabria verso Roma partì con due ore di ritardo». A distanza di quasi 40 anni non è possibile più recuperare le liste passeggeri, ma si tratta dell’ennesimo riscontro alle dichiarazioni rilasciate da Pazienza agli uomini della Dia. «Pazienza fa questo viaggio ad Africo, c’è quella che viene definita una “mangiata” e don Stilo riesce a far partire con due ore di ritardo l’aereo da Reggio».

La deposizione di Gandolfo sarà terminata nel corso della prossima udienza, quando sarà effettuato anche il controesame.

‘Ndrine, servizi, politica

L’udienza di ieri, invece, è poi proseguita con l’audizione del testimone Saverio Nucera, il quale, dopo aver ripercorso il suo passato, ha riferito come durante una riunione di ‘ndrangheta a Polsi, a cui lui partecipò personalmente, ci fosse anche il personaggio chiave del processo: Amedeo Matacena. A quell’appuntamento «si arrivò dopo l’omicidio del presidente Ligato – spiega Nucera – e si parlò del progetto politico del “partito degli uomini”». Siamo nel 1991. «C’erano gli arcoti, c’era qualche politico industriale di Reggio Calabria, quello delle navi».

Il procuratore Lombardo sollecita Nucera: «Sì, era un certo Matacena». Il pm ribatte: «Cioè Matacena partecipò ad una riunione di Polsi in cui lei era presente?». Arriva la conferma: «Era un incontro per stabilire alcune cose, c’era anche gente di natura politica, qualcuno dei servizi deviati. Non so a cosa serviva di preciso questa cosa, anche perché ci fu una persona che si sentì male e io l’ho dovuta accompagnare via».

 

Fra le persone presenti figurava anche quello che Nucera definisce «un colletto bianco». Si tratta di Giovanni Di Stefano: «Rappresentava le famiglie, bisognava decidere un cambiamento politico importante, era importante che ci fosse perché era un pezzo grosso che rispondeva anche alle famiglie siciliane oltre che calabresi. Una personalità di rilievo, un supervisore». Nucera non ricorda ulteriori particolari, ma nel verbale del 1996 dichiara che «Di Stefano disse che bisognava forgiare il partito degli uomini».

 

Il testimone ricorda poi anche degli incontri di Andreotti con un membro della famiglia Mammoliti, lo stesso che egli incontrò una volta in discoteca «assieme ad Aldo Anghessa dei servizi segreti». Questi rappresenta una figura piuttosto controversa. Sedicente agente dei servizi, a conoscenza di argomenti di rilievo come il traffico di rifiuti, Anghessa avrebbe avuto, secondo Nucera, contatti con i Mammoliti di Oppido Mamertina. Ma c’è di più: Nucera avrebbe svolto un ruolo di tramite con la massoneria, motivo per il quale incontrò anche Licio Gelli. Il testimone svela come a quel punto «in ogni locale c’era qualcuno che si occupava di tenere i contatti con la massoneria e con i servizi, così che questi potevano ottenere il controllo di quel locale».

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Consolato Minniti
Giornalista
Consolato Minniti nasce a Reggio Calabria nel 1983. Sin da bambino mostra la sua passione per il giornalismo, rubando la macchina da scrivere alla mamma, per passare intere ore a imprimere sui fogli bianchi i suoi primi articoli “a colonne”.   La seconda guerra di ‘ndrangheta, vissuta negli anni dell’infanzia, lo porta a confrontarsi sin da subito con la piaga della criminalità organizzata. Durante uno dei tanti agguati, riesce a portarsi in salvo appena in tempo con la sua famiglia, prima che la scarica di piombo finisca una delle vittime predestinate, proprio davanti all’uscio di casa sua. È per questo che le letture approdano presto ai quotidiani locali e nazionali.   Inizia a collaborare a 19 anni con “Il Domani”, ma è nel 2006 che avvia la sua prima vera esperienza giornalistica di livello con il quotidiano “Calabria ora”. Dapprima collaboratore per la città di Reggio Calabria, un anno dopo diviene redattore ordinario e avvia il percorso che lo vede protagonista sino ad oggi, ossia quello riguardante la cronaca nera e giudiziaria. È quello il settore al quale decide di dedicarsi, consapevole del fondamentale ruolo giocato dal giornalismo d’inchiesta nel contrasto alla ‘ndrangheta.   Nel 2012 viene nominato caposervizio della redazione di Reggio per “Calabria ora”, ruolo che conserva sino alla chiusura del quotidiano nel frattempo divenuto “L’Ora della Calabria”. Nel 2014 approda al “Garantista”, sempre con la qualifica di caposervizio. Collabora con testate nazionali quali “L’Espresso” e “L’Avvenire”.
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