Le rivelazioni del pentito: «Il boss Libri salvò la vita all’imprenditore Demetrio Berna»

Libro nero, le dichiarazioni di Enrico De Rosa sul conto dell’ex assessore comunale al Bilancio: «Fu salvato da don Pasquale». Lui non ricorda l’episodio e conferma: «Mai incontrato il boss»

di Consolato Minniti
24 settembre 2019
06:37
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Il boss salvò la vita all’ex assessore al bilancio del Comune di Reggio Calabria? A sentire il pentito Enrico De Rosa sarebbe andata proprio così. L’episodio sarebbe avvenuto oltre dieci anni addietro ed avrebbe coinvolto un uomo di prim’ordine della ‘ndrangheta ed un imprenditore di successo, con la passione (poi terminata) per la politica. 

Chi è il boss

Il boss è uno di quelli che in città è stato particolarmente in vista: risponde al nome di Pasquale Libri, certamente cresciuto all’ombra del più ingombrante fratello “don Mico”, ma di sicuro non meno potente in termini di carisma criminale. Entrambi i fratelli, infatti, si allearono con la cosca De Stefano, nel corso della seconda guerra di ‘ndrangheta. Un patto di ferro, di aiuto e di sostegno, sebbene, negli anni successivi, furono diversi coloro che riferirono come dietro l’episodio dell’autobomba a Nino Imerti – che diede il via alla mattanza con il successivo omicidio di Paolo De Stefano – vi fosse proprio una “tragedia” orchestrata da “don Mico” Libri. Pasquale, a differenza del fratello, era uno di quelli che si occupava soprattutto di affari e poco di chiacchiere. Nascono in un quartiere non particolarmente ricco, Cannavò, posto nella parte alta di Reggio Calabria. Crescono in un periodo di grande espansione della città e comprendono immediatamente come il settore edile possa essere quello giusto su cui puntare. Una passione, quella per l’edilizia, condivisa anche da un’altra famigli di imprenditori, di cui fa parte anche l’ex assessore al bilancio del Comune di Reggio Calabria.

Chi è l’ex assessore

Parliamo ovviamente di Demetrio Berna, oggi ai domiciliari con l’accusa di essere soggetto vicino proprio alla cosca Libri, come emerso nell’inchiesta “Libro nero”. Demetrio e suo fratello Francesco sono due imprenditori di successo. Anche loro iniziano con piccoli lavori nel mondo dell’edilizia. Fanno esperienza anche al Nord, ma poi rientrano. «Non era conveniente», spiega Demetrio Berna ai magistrati che lo interrogano. Lui, che è il volto politico della famiglia, ha svolto per qualche tempo le funzioni di consigliere comunale e di assessore con una delega delicata come quella al Bilancio, nell’epoca in cui amministrava il centrodestra. Oggi, che si trova di fronte ad un giudice che gli chiede conto di alcune condotte, lui risponde con disinvoltura, fornendo numerose spiegazioni e alternando anche qualche “non so” o “non ricordo”. È proprio in uno di questi episodi che s’innestano le dichiarazioni del pentito Enrico De Rosa. 

Le parole del pentito

De Rosa conosce bene Berna. Collaboravano nell’ambito del settore immobiliare. Berna, per la verità, tende a minimizzare molto la portata del rapporto con il pentito. Afferma che, in effetti, qualche contatto lavorativo c’è stato, ma che De Rosa non ha mai portato alcun contratto. Ebbene, De Rosa, parlando con il pm Stefano Musolino, riferisce di aver saputo da altro soggetto che Pasquale Libri, inteso “don Pasquale” salvò la vita a Demetrio Berna. Le ragioni andrebbero cercate in ambito sentimentale, in quanto vi era la convinzione che Berna avesse una relazione extraconiugale con una donna che lavorava assieme a lui. Circostanza fermamente smentita dallo stesso imprenditore nel corso dell’interrogatorio che, anzi, rimarca come vi fosse una sintonia lavorativa ma nulla più e che fu costretto a licenziare quella donna proprio per evitare che si diffondessero pettegolezzi. Ma del progetto omicidiario nel suoi confronti, Demetrio Berna afferma di non saperne nulla e di averlo appreso dalle carte.

La convocazione del boss

Così come afferma di non essersi mai recato da Pasquale Libri, nonostante vi fosse stata una “convocazione” a lui comunicata da altra persona. Agli atti, in effetti, vi è un’intercettazione in cui il boss fa capire di voler parlare con Berna. Ed anche l’imprenditore conferma che un uomo si avvicinò a lui dicendogli che lo voleva “don Pasquale”. Tuttavia, l’ex assessore conferma con decisione: «No, non ci sono andato»

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Consolato Minniti
Giornalista
Consolato Minniti nasce a Reggio Calabria nel 1983. Sin da bambino mostra la sua passione per il giornalismo, rubando la macchina da scrivere alla mamma, per passare intere ore a imprimere sui fogli bianchi i suoi primi articoli “a colonne”.   La seconda guerra di ‘ndrangheta, vissuta negli anni dell’infanzia, lo porta a confrontarsi sin da subito con la piaga della criminalità organizzata. Durante uno dei tanti agguati, riesce a portarsi in salvo appena in tempo con la sua famiglia, prima che la scarica di piombo finisca una delle vittime predestinate, proprio davanti all’uscio di casa sua. È per questo che le letture approdano presto ai quotidiani locali e nazionali.   Inizia a collaborare a 19 anni con “Il Domani”, ma è nel 2006 che avvia la sua prima vera esperienza giornalistica di livello con il quotidiano “Calabria ora”. Dapprima collaboratore per la città di Reggio Calabria, un anno dopo diviene redattore ordinario e avvia il percorso che lo vede protagonista sino ad oggi, ossia quello riguardante la cronaca nera e giudiziaria. È quello il settore al quale decide di dedicarsi, consapevole del fondamentale ruolo giocato dal giornalismo d’inchiesta nel contrasto alla ‘ndrangheta.   Nel 2012 viene nominato caposervizio della redazione di Reggio per “Calabria ora”, ruolo che conserva sino alla chiusura del quotidiano nel frattempo divenuto “L’Ora della Calabria”. Nel 2014 approda al “Garantista”, sempre con la qualifica di caposervizio. Collabora con testate nazionali quali “L’Espresso” e “L’Avvenire”.
Lacnews24.it
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