L’autobomba che ha ucciso Matteo e quegli ordigni tipici della ‘ndrangheta - VIDEO

Caratteristiche simili alla bomba che ha ucciso il 42enne di Limbadi aveva quella che, per gli inquirenti, avrebbe dovuto uccidere Raffaele Moscato o quella che ha ferito Nicola Ciconte nel 2017. Attentati simili in Calabria, purtroppo, non sono una novità

di Pietro Comito
22 aprile 2018
13:08
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Un cilindro metallico di 20 centimetri e largo 12,5: due chili e mezzo di polvere pirica, chiuso alle estremità con due piastre di metallo e un sistema d’innesco composto da un ricevitore radiocomandato a cui era collegato un detonatore. L’ordigno che il 9 aprile a Limbadi ha fatto saltare in aria la Ford Fiesta che transitava in località Cervulara, uccidendo Matteo Vinci e ferendo gravemente suo padre Francesco, ancora ricoverato al centro grandi ustioni di Palermo, potrebbe essere stato proprio così.


Un ordigno, in pratica, simile a quello recuperato dalla Squadra mobile di Vibo Valentia nel febbraio 2013, che – per come sentenziato in via definitiva dalla Cassazione – Pantaleone Mancuso alias Scarpuni, consegnò a Rinaldo Loielo e Filippo Pagano affinché facessero saltare in aria il killer del clan dei Piscopisani, poi pentitosi, Raffaele Moscato.


Avevano pianificato un attentato simile a quello nel quale rimase gravemente ferito in località Savini di Sorianello, il 26 settembre 2017, Nicola Ciconte. Considerato vicino proprio ai Loielo: la sua auto saltò in aria ma sopravvisse miracolosamente.


Come dire: gli attentati in stile libanese, a queste latitudini, non sono una novità. Le forze dell’ordine lo sanno e, dopo l’autobomba del 9 aprile aumentano la pressione. Significativo l’ultimo sequestro a Nicotera Marina: formule d’affiliazione alla ‘ndrangheta, armi, munizioni volontà e perfino giubbotti antiproiettile, di cui uno perforato, sequestrati a Domenico e Salvatore Piccolo, 26 e 19 anni, ovvero i figli di Roberto Piccolo, considerato uno degli uomini d’azione più pericolosi del clan Mancuso. Equipaggiamento per tempi di guerra.

 

 

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Pietro Comito
Giornalista
Pietro Comito, che ha iniziato la propria carriera professionale a Rete Kalabria e Radio Onda Verde, è stato redattore del Quotidiano della Calabria dal 2002 al 2005, quindi dal 2006 al 2012 caposervizio di Calabria Ora, dove ha guidato le redazioni di Vibo Valentia, Reggio Calabria, Gioia Tauro, Siderno e Catanzaro. Dal 2012 al 2014 è stato nuovamente in servizio al Quotidiano, dove ha guidato, nella veste di caposervizio, la redazione di Vibo Valentia. Nel 2011 ha ritirato il Premio Agenda Rossa conferito ai giornalisti minacciati dalla 'ndrangheta. Sempre nel 2011 è stato insignito del Premio Paolo Borsellino. Ha pubblicato per la Newton Compton e per la Città del Sole Edizioni ed ha collaborato alla realizzazione del Dizionario enciclopedico delle mafie redatto da Castelvecchi Editore. Esperto di cronaca nera e giudiziaria, negli ultimi anni è stato tra i giornalisti calabresi più esposti nell'informazione sulla criminalità organizzata.
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