Allarme terrorismo nel carcere di Reggio Calabria

Il garante dei detenuti, Agostino Siviglia, preoccupato dalla possibile radicalizzazione terroristica all’interno del penitenziario di Arghillà: «Non c’è controllo sui leader religiosi». Mentre la struttura, seppur nuova, non ha spazi fondamentali

di C. M.
11 febbraio 2017
19:33
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Il «progressivo incremento di detenuti stranieri, in gran parte scafisti di fede islamica, ovvero detenuti di etnia sinti, tossicodipendenti e detenuti sottoposti a terapia psichiatrica» cattura l’attenzione del garante dei detenuti di Reggio Calabria, Agostino Siviglia, che, nella sua relazione pone in evidenza come «una simile frammistione detentiva desti preoccupazione in termini di sicurezza, non senza sottacere il concreto rischio di fenomeno di radicalizzazione del terrorismo».

 

Sì, avete capito bene: nel carcere di Arghillà, periferia nord di Reggio Calabria, il terrorismo inizia a diventare qualcosa di più concreto. Ai microfoni di Lacnews24, Siviglia non nasconde anche quali siano i contorni di tutta la vicenda, chiarendo che in una situazione simile «non c’è un luogo di culto, una cappella, sono costretti a farlo nelle loro celle e non c’è controllo sui leader religiosi che li indottrinano in questo senso. Bisogna monitorare questa situazione e verificare se ci sono atteggiamenti di radicalizzazione».

 

Fin qui Siviglia per quanto concerne il rischio terrorismo. Ma la sua relazione mette in evidenza anche altri importanti spunti da tenere presenti. In primis la situazione generale delle carceri reggine “Arghillà” e “Panzera” che, seppur in maniera contenuta rispetto al recente passato, soffrono un progressivo sovraffollamento penitenziario.

 

I numeri dicono che al 30 settembre 2016, a fronte di una capienza regolamentare di 302 detenuti, erano presenti 307 detenuti, di cui 81 stranieri. Permane poi la carenza di personale di polizia penitenziaria e dell’area pedagogica soprattutto per il carcere di Arghillà. Qui, oltre al già citato rischio terrorismo, si segnala anche l’assenza di un campo di calcio, di una cappella e di uno spazio teatro. In positivo, invece, Siviglia segnala come l’istituto sia munito di una piccola falegnameria nella quale sono impiegati alcuni detenuti specializzati nella realizzazione di manufatti in legno.

 

 

Per quanto riguarda il carcere “Panzera”, meglio conosciuto come carcere di “San Pietro”, storica struttura cittadina di Reggio, il garante, accanto a diversi aspetti positivi (adeguamento sezione alta sicurezza, media sicurezza e femminile, ampliamento sala avvocati, sala magistrati, sala colloqui, ristrutturazione aule scolastiche, biblioteca, cucina detenuti) segnala anche un aspetto paradossale: nonostante nel maggio del 2007 sia stata inaugurata, alla presenza dell’allora Ministro della Giustizia Clemente Mastella, la “Bottega di Michelangelo” (un imponente spazio di laboratorio per la lavorazione dei marmi, fornito di macchinari all’avanguardia costati svariati milioni di euro), la stessa non è mai entrata in funzione! Al momento è adibita a deposito.

 

Una situazione in chiaro-scuro, dunque, quella delle carceri reggine, su cui Siviglia sta lavorando alacremente non solo come persona ricevente segnalazioni e problematiche, ma come soggetto attivo che tende a realizzare quel principio costituzionale, troppe volte dimenticato, che è la funzione rieducativa della pena del detenuto condannato in via definitiva.

 

c. m.

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