Usucapione, atti falsi e prestanome: così i Mancuso si impossessavano dei terreni

Accertate circostanze in cui le proprietà venivano trasferite a persone terze per eludere i controlli, oltre al caso del testamento scritto sotto dettatura da una persona diversa dal testatore

17 ottobre 2019
10:22
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Non è un caso che all’operazione portata a termine questa mattina dai finanzieri di Vibo Valentia e che ha duramente colpito il patrimonio immobiliare di Giovanni Mancuso, detto “Billy”, esponente di spicco dell’omonimo clan egemone in provincia di Vibo Valentia, sia stato dato il nome di “Terra nostra”. Per i Mancuso, infatti,i terreni hanno sempre rivestito una fondamentale importanza e, secondo gli inquirenti, la loro acquisizione «riflette una procedura che soltanto in apparenza rispetta i canoni della legalità e trasparenza, ma che a ben vedere nasconde i meccanismi perversi del metodo mafioso, che inquina il regolare svolgimento delle attività economiche e del libero mercato ed il diritto di proprietà». 

Molti di tali beni sono stati infatti incamerati con modalità indicative tipiche dell’agire illecito del Mancuso, approfittando dello stato di bisogno dei legittimi proprietari e sfruttando la forza del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento alla famiglia Mancuso. 

 

Il patrimonio accresciuto con l'usucapione 

L’usucapione, ad esempio, era ed è una delle modalità più frequente con cui si manifesta il potere intimidatorio dei Mancuso che sfruttando l’egemonia, occupano abusivamente i terreni, esercitandovi a titolo gratuito attività agricola, assicurandosi la percezione di contributi pubblici erogati dall’Arcea ed acquistandoli successivamente con il decorso del tempo, sfruttando l’inerzia dei legittimi proprietari, che si guardano bene dall’intentare cause civilistiche per il timore di subire minacce e ritorsioni

L’attività investigativa ha consentito di accertare che il modus operandi della famiglia Mancuso è talmente raffinato che, per tentare di eludere le misure di carattere patrimoniale previste dalla normativa antimafia, che richiedono la sperequazione tra il patrimonio posseduto e i redditi dichiarati e le attività economiche esercitate, ricorre all’acquisizione di beni a costo zero, tale da non potere essere considerata ai fini dell’applicazione della misura: In sostanza, tutto viene trasferito a soggetti appartenenti ad altri familiari, in modo da rendere più complessa e onerosa l’attività investigativa, poiché l’illecita provenienza viene edulcorata dal passare del tempo e mascherata da atti giuridici apparentemente leciti e garantiti persino da notai. 

 

Il caso dell'atto notarile falso

Nel corso della presente attività di indagine, i finanzieri hanno ad esempio accertato che il defunto Pasquale Molino (‘27), suocero di Silvana Mancuso, figlia di Giovanni, ha trasferito nell’anno 2014, attraverso un atto testamentario olografo, un cospicuo patrimonio immobiliare di terreni e fabbricati, siti in Limbadi e Nicotera, all’omonimo nipote, classe 1989, figlio di Silvana

L’atto, reso pubblico da un notaio nell’anno 2016, due anni dopo la morte del nonno paterno, legittimandone in tal modo il trasferimento della proprietà a costo zero, è risultato falso poiché scritturato sotto dettatura da una persona diversa dal defunto; infatti sono state utilizzate frasi non congruenti con il livello culturale del defunto stesso e ancora di più è stato documentato il trasferimento di immobili di cui non aveva mai avuto il titolo di proprietà, ma che erano intestati a ignare terze persone che hanno disconosciuto l’atto giuridico. 

In particolare, il nonno paterno avrebbe trasferito all’omonimo nipote una particella catastale che nel lontano 1988, con regolare rogito notarile, era stata acquistata da Silvana Mancuso, madre di Pasquale Molino, classe ‘89, destinatario di tutti i beni, senza che mai la donna avesse trasferito la proprietà del terreno, oggetto di donazione testamentaria, al suocero Pasquale Molino classe 1927. 

 

Il meccanismo del prestanome

Le indagini hanno consentito di accertare che Pasquale Molino, classe 1927, altro non era che un prestanome di Giovanni Mancuso, al quale negli anni 60/70 erano stati intestati terreni, che di fatto gestiva il secondo e che quindi con l’atto testamentario sarebbero ritornati nell’effettiva disponibilità e proprietà della famiglia Mancuso, nello specifico Pasquale Molino, classe 1989, che rappresenta la terza generazione della dinastia. 

 

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