Nella puntata odierna del format Dentro la notizia riflettori accesi sull’associazione La tazzina della legalità, sull’impegno del presidente Gaglianese e sulla storia della testimone di giustizia
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Riscrivere una nuova narrazione della Calabria. È questo l’impegno quotidiano de “La tazzina della legalità”, associazione attiva in Calabria, in prima linea nella sensibilizzazione sui temi della legalità e lotta alla criminalità organizzata. Il suo presidente Sergio Gaglianese è stato ospite di Dentro la notizia, format d’approfondimento condotto da Francesca Lagoteta (clicca qui per rivedere la puntata).
La tazzina della legalità
Il sodalizio nasce dopo l0attentato allo stabilimento Caffè Guglielmo (avvenuto nell’estate del 2022): «Guardavo quelle fiamme e mi dicevo, “una azienda che dà lavoro a decine di famiglie, a cui bisognerebbe stendere il tappeto rosso e invece...”». Da qui la necessità di fare di più, di metterci anche la faccia: «Siamo tutti bravi a esprimere la solidarietà nelle prime 48 ore», spiega Gaglianese. Poi, calato il sipario, le vittime di intimidazione, restano sole.
“La tazzina della legalità” diventa dunque simbolo di impegno concreto anche il giorno dopo e quello dopo ancora. Nel momento in cui i riflettori si spengono, l’associazione cerca di essere di sostegno e anche di stimolo perché, tiene a sottolineare, «la politica va mossa». Il sodalizio cerca anche il costante confronto con le nuove generazioni tramite iniziative promosse in vari istituti scolastici: «Noi attingiamo dai ragazzi. I giovani sono teste pensanti. Dico spesso loro “Siete il presente, non il futuro” e soprattutto ricordo loro che le scorciatoie non portano da nessuna parte». A loro viene portato un messaggio di speranza «devono conoscere le cose belle e non, poi sta a loro scegliere».
La storia di Piera Aiello, prima testimone di giustizia
A collaborare con le iniziative de “La tazzina della legalità” anche Piera Aiello, testimone di giustizia, già parlamentare. Aiello, anche lei ospite del format LaC Tv, ha avuto modo di parlare della sua lunga e travagliata storia. Dalla giovinezza a Partanna, dal matrimonio imposto con il figlio del boss Atria, all’uccisione del suocero e successivi propositi di vendetta del consorte che verrà a sua volta ammazzato a colpi di lupara proprio davanti ai suoi occhi all’interno di un locale.
E poi la decisione di denunciare. La prima donna, nel Trapanese, nel feudo, di Messina Denaro a ribellarsi alla criminalità organizzata: «A Partanna non si discuteva mai di mafia, neanche a scuola. Non si seguiva il maxi processo a Palermo. Quando decisi di denunciare mi rivolsi ad un carabiniere che mi chiese di attendere qualche giorno per potersi organizzare e farmi parlare con la persona giusta».
L’incontro con Paolo Borsellino
Quindi l’incontro con il magistrato Paolo Borsellino: «Non sapevo neanche chi fosse», confessa Aiello: «Sono entrata in questa stanza, avevo paura. C’era lui affiancato da due donne. Teneva la sigaretta in bocca e aveva un accento palermitano marcato. Gli ho detto che sembrava un mafioso. Lui scoppiò a ridere. Poi, per cercare di rivolgermi a lui in modo importante lo chiamai onorevole. È stata una catastrofe. Alla fine mi chiese di chiamarlo semplicemente zio Paolo. Io, mia figlia e mia cognata Rita Atria (a soli 17 anni decise di collaborare alle indagini su Cosa nostra ma si tolse la vita una settimana dopo la strage di via D’Amelio) lo abbiamo sempre chiamato così. Era uno zio davvero».
L’esperienza in politica
Piera Aiello lasciò la Sicilia nel 1991. Aveva 24 anni: «Con me portai solo due valigie. In una i vestivi, in un’altra i giochi della mia bambina di tre anni. Non avevo altro. Io testimone di giustizia? All’inizio non sapevo neanche il significato. Ho vissuto “in prigione”, in varie città d’Italia. Ogni volta che mi trasferivano mi facevo indicare solo la farmacia e il negozio alimentari. Non pensavo ma alla fine io e mia figlia ce l’abbiamo fatta».
Tra i momenti più significativi della sua vita, l’esperienza politica: «Il momento in cui mi sentii più sola? Quando entrai in Parlamento. Lì si possono risolvere tanti problemi ma – conclude con amarezza – l’Antimafia non porta voti».