Regge Crotone, sorpresa a Vibo Valentia mentre Cosenza, Reggio Calabria e Catanzaro in caduta libera per numero di nascite. È questa l’analisi di dettaglio offerta dal docente di sociologia generale dell’Università Magna Grecia di Catanzaro, Guido Giarelli, già presidente dell’European Sociological Association for health and medical sociology e vice presidente del Research Commiittee (Sociology of Health) dell’International Sociological Association. 

Il ricercatore ha commentato con LaC News24 i dati di recente diffusi da Istat relativi al calo delle nascite che ormai si registra da qualche anno in Italia e di conseguenza anche in Calabria. Regione in cui tuttavia il docente evidenzia «significative differenziazioni territoriali». Crotone, Reggio Calabria e Vibo Valentia risultano le province in Italia con il numero medio di figli per donna più elevato.

Nei giorni scorsi Istat ha diffuso i dati riguardanti la natalità, un record negativo anche per la Calabria. Come giudica questi dati?

«Secondo i dati Istat appena pubblicati, nel 2024 la Calabria ha registrato un ulteriore calo delle nascite e una diminuzione del numero medio di figli per donna. In particolare, il tasso di natalità nella regione è stato del 6,9 mentre quello di mortalità dell’11,3, con un saldo naturale quindi negativo di -4,4. I nati in Calabria nel 2024 sono stati 12.700, il 4,5% in meno rispetto all’anno precedente.

La situazione per provincia.

A livello provinciale, il calo più marcato nelle nascite rispetto all’anno precedente è stato registrato a Cosenza (-6,9%), seguita da Reggio Calabria (-4,7%) e Catanzaro (-3,9%), mentre a Crotone il calo è stato meno marcato (-1,4%); in controtendenza Vibo Valentia, dove le nascite sono aumentate dello 0,8%. Una situazione demografica nel complesso tendenzialmente sempre più preoccupante, anche se con significative differenziazioni territoriali, per spiegare le quali occorrerebbe incrociare questi dati con altri di carattere socio-economico per verificare quali variabili hanno maggiormente influenzato tali differenze.

In calo anche il numero medio di figli per donna, stimato dall’Istat per il 2024 in 1,25 contro l’1,28 del 2022 e 2023, mentre l’età media delle partorienti è di 32,4 anni, simile in quasi tutte le province con l’eccezione di Crotone dove è lievemente più bassa, 31,4. Crotone e Reggio Calabria sono tra le province italiane dove si registra il più alto numero medio di figli per donna con, rispettivamente, 1,36 e 1,34. Tra le altre province calabresi, la media del numero dei figli per donna è Cosenza 1,15, Catanzaro 1,19, Vibo Valentia 1,32. Se l'età media delle partorienti appare significativamente elevata in linea con la situazione nazionale, per quanto riguarda il numero medio di figli per donna la Calabria, pur in calo, risulta ancora fra i più elevati in Italia, con particolare riferimento a Crotone, Reggio Calabria e Vibo Valentia.

La popolazione residente in Calabria al 1 gennaio 2025, è di circa un milione e 800mila, di cui e 106mila di nazionalità straniera, con una variazione negativa di 3,5 per mille. Il 12,5% dei residenti è compreso nella fascia di età 0-14, il 63,1 tra 15 e 64 anni, e il 24,4 oltre i 65 anni. L’età media è di 46,2.

La speranza di vita dei calabresi è di 80,1 anni per gli uomini (con +0,4) e 84,7 per le donne (+0,5), leggermente inferiore ai dati nazionali, a denotare una situazione peggiore rispetto al resto del paese.

Nel complesso, dunque, quella che emerge è l'immagine di una regione che appare sempre più invecchiata, con un indice di carico sociale (rapporto popolazione non attiva/attiva in età lavorativa) ormai fortemente sbilanciato e un rapporto tra anziani e giovani quasi doppio; la cui popolazione si va sempre più riducendo, contenuta solo in parte grazie all'afflusso di immigrati stranieri, la cui permanenza è però spesso temporanea; e con una speranza di vita inferiore al dato nazionale sia per gli uomini che per le donne, a denotare una qualità di vita e di salute decisamente peggiore».

Sulla scorta di questo trend quali concrete prospettive esistono per lo sviluppo economico e sociale della Calabria, regione che al calo di natalità aggiunge anche l'emigrazione?

«La situazione appare assai poco promettente, specie se consideriamo la crescente emigrazione giovanile soprattutto intellettuale con livelli d'istruzione medio-alti, che depaupera ulteriormente un territorio che avrebbe grande necessità di risorse umane in grado di offrire competenze e capacità innovative in settori come quelli dell'agricoltura, del turismo e dei servizi alla persona nei quali la Calabria potrebbe investire in maniera significativa anche grazie alle proprie strutture accademiche».

In termini di produttività si configura una spirale negativa, la regione invecchia mentre i giovani emigrano per mancanza di opportunità lavorative. Quale quadro viene a configurarsi?

«In assenza di politiche innovative in grado di produrre una serie inversione di tendenza capace di offrire nuove e reali opportunità lavorative specie per i giovani, non semplicemente la produttività ma la stessa struttura produttiva continuerà a degradarsi e impoverirsi sempre più nei prossimi anni, in una regione che è già agli ultimi posti in Italia per molti aspetti socio-economici e ai primi per tassi di criminalità, che purtroppo diviene in questi casi l'unica possibilità di sopravvivenza.

La crescente femminilizzazione della manodopera, che per certi aspetti potrebbe apparire un indicatore positivo, per altri versi in questo quadro rappresenta invece un ulteriore segno di indebolimento della struttura occupazionale se si considera che poi molte di loro sono costrette a dover optare tra lavoro o maternità per l'assenza di servizi per l'infanzia adeguati e di altre misure di sostegno economico».

Quali le conseguenze dal suo punto di vista, anche in termini di servizi alla persona e investimenti?

«La principale conseguenza sarà un continuo dissanguamento dovuto al persistere e probabilmente all'aumentare dell'emigrazione, specie giovanile, con un impatto ancora più rilevante sulla struttura demografica della popolazione e sulla struttura occupazionale ed economica regionale. Anche i servizi alla persona, dalla sanità ai servizi sociali, a quelli educativi e assistenziali, già alquanto scarsi e degradati, specie nell'ambito pubblico, non potranno che peggiorare in assenza di serie politiche pubbliche di investimenti e di migliorata capacità di utilizzo dei finanziamenti europei e nazionali pur cospicui che spesso non si è in grado di utilizzare. Infine, anche una reale politica di contrasto della criminalità a tutti i livelli, dal caporalato in agricoltura ai colletti bianchi nelle professioni e nei servizi pubblici potrebbe offrire un contributo significativo ad una reale inversione di tendenza».