Giuseppe Mazzeo, il giornalista “castigamatti” con la faccia da buono

VIDEO | Giornalista di razza, più maturo di quanto sembri, racconta la sua carriera professionale. I suoi punti di riferimento, i momenti difficili, il momentaneo abbandono ed il ritorno sulle scene giornalistiche. Un giovane molto più severo di quanto il suo sorriso da ragazzino lasci sottintendere

di Monica La Torre
3 novembre 2019
14:15
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Giuseppe Mazzeo ha 33 anni, e ne dimostra scarsi 25. Ma per favore, non lasciatevi ingannare. Dietro quella faccia un po' così e quell'espressione un po' così di chi ha dalla sua l'aspetto di un ragazzino alla Tin Tin di Hergé, si nasconde una maturità pragmatica, una consapevolezza acuta ed una capacità di analisi che rende il nuovo giornalista del network LaC in forze a Il Vibonese molto più duro, coriaceo, autorevole e impegnativo di quanto una prima occhiata superficiale possa lasciare intendere. E che solo la sua voce baritonale, grave, che non ti aspetti in una fisionomia così gioviale, lascia intendere. Mazzeo, arrivato quest'anno, è un giornalista completo: e sebbene si sia messo da poco dietro la telecamera per condurre il telegiornale, ed abbia iniziato altrettanto da poco a fare riprese, garantisce ad ogni servizio l'approccio del giornalista di razza. Anche nei mestieri per lui nuovi.

Un inizio casuale

Nato a Tropea ma originario di Ricadi, nel Vibonese, Giuseppe inizia a fare il giornalista nel 2008, quasi alla fine del suo iter universitario. In qualità di iscritto al corso di laurea in Filosofie e scienze della comunicazione dell'università di Cosenza, aveva l'obbligo di effettuare uno stage in un'azienda editoriale. E dato che sua madre conosceva un giornalista, finì con l’approdare alle pagine di Calabria Ora. Quel giornalista era Pier Paolo Cambareri. Ed è lui stesso a far partire da quel momento il suo lungo racconto di vita professionale.

Dallo stage al lavoro

«Era il febbraio del 2008 - racconta Giuseppe - e Pier Paolo mi diede la possibilità di fare il mio stage da studente universitario nella redazione di Calabria Ora. Da quel giorno non sono più uscito da quel contesto. Sono rimasto fino al 2014, anno della sua chiusura. Ricordo che con i primi contratti prendevamo appena 4 centesimi a rigo, 3/4 euro a pezzo se andava bene: ma per noi non aveva importanza. La passione per quel lavoro, in quel momento, era tutto e anche se teoricamente ero un collaboratore esterno, in realtà vivevo la redazione tutto il giorno. Il mestiere mi aveva preso subito. Oggi che Pier Paolo è di nuovo con noi, averlo ritrovato a LaC è stato importante. I primi "arnesi" del mestiere del giornalista me l'ha dati lui. Cambareri mi ha insegnato tutto: dai titoli all'impaginazione, dalla ricerca delle fonti all'organizzazione del pezzo».

I maestri

«Una volta preso il tesserino, è errivato anche il primo contratto vero e proprio. E devi dire che nella mia crescita professionale ha avuto un ruolo importante Pietro Comito, che al tempo era mio caposervizio. Con le sue dritte, i suoi consigli ed anche gli insegnamenti mi sono perfezionato. Ma la via che facevamo era stressante, totalizzante. Eravamo segregati dentro quel mondo, la mattina a cercare notizie e poi fino a sera in redazione. Tanto che il  2014, anno della chiusura del giornale, per me è stata una liberazione. Nel 2010 tra l'altro mi ero sposato con una mia collega. Mia moglie era stata la ragazza che mi aveva aperto la porta il primo giorno in cui ero arrivato in redazione da stagista, ed all’inizio neanche mi si filava (ride, ndr)».

Le prime difficoltà

«I problemi erano tanti: gli stessi, per entrambi. Ma io non ne potevo più. Ed ho cambiato vita. Certo il trauma occupazionale c'è stato ed è stato innegabile: moglie e marito, con un figlio piccolo a carico, che rimangono disoccupati contemporaneamente…  un problema, che comunque avevamo messo in conto. E per questo, c'era voluto tanto coraggio per mettere su famiglia. Ma sono convinto tuttavia che se le cose le vuoi fare, le fai lo stesso. Le devi, fare lo stesso. Anche se sei precario. Altrimenti non vivi. Specie se sei giornalista, se vivi in Calabria, è impensabile temporeggiare fino al giorno della certezza economica. Finisci col non fare più niente».

L'esperienza da "editore"

«Nel 2015 tento di dare una nuova svolta alla mia vita professionale, inventandomi, insieme a mia moglie ed altri colleghi, un giornale online, 21righe: il primo giornale online della provincia di Vibo Valentia. È stata un'esperienza fondamentale che mi ha portato immense soddisfazioni, con qualche immancabile delusione. Ma ricordo il senso di grande libertà. Proprio perché ero da solo, mi sentivo libero di poter fare quello che volevo. Chiusa la testata nel 2017, mi resi conto che questo mondo mi aveva davvero stancato. La vita del giornalista non mi attirava più. Ero stanco di star dietro alle storie della gente, ero andato in "overdose". Approfittai così per rispolverare il diploma delle superiori: mi misi a fare l'agrotecnico per un'azienda. Ero convinto di aver messo una pietra sopra tutto. Ma non passa neanche un anno, e la sirena irresistibile del mestiere del giornalista torna a farsi sentire. Finii con l'accettare una proposta del Quotidiano del Sud, dove serviva un redattore per alcuni mesi. Era solo una sostituzione, e il fatto che fosse un giornale importante mi lusingava. Mi dicevo che in fondo si sarebbe trattato solo di una breve parentesi, al termine della quale avrei ricominciato a fare altro. Ma ovviamente non andò così. Nel frattempo, si facevano sentire anche i richiami del network LaC. Pietro Comito, un amico vero, che frequento anche fuori della redaizione, ma che non si fa mai i fatti suoi (ride di nuovo, ndr), insisteva: “Dai, vieni a lavorare per noi, vedrai che è un bell’ambiente… è un bella squadra!”. E alla fine mi sono fatto convincere».

La sorpresa, LaC

«Per me la sorpresa è stata in positivo. Non mi aspettavo questo clima. Ho trovato un ambiente molto bello, proficuo. Oggi, a distanza di mesi, posso dire che questa azienda abbraccia l'editoria a 360°, ha investito in nuove tecnologie, e ci permette di lavorare ad un livello alto, che sto testando sulla mia pelle. Io la telecamera in mano non l'avevo mai presa, non l'avevo mai utilizzata. Venivo dalla carta stampata, sapevo scrivere, ed ero bravo: ma oggi mi rendo conto di essere cresciuto tanto, e di voler continuare a farlo».

Non sogni: ambizioni

«Nel mio futuro c'è un enorme punto interrogativo. Tanto per citare un film di livello "altissimo" come Fast and Furious, "sono abituato a vivere un quarto di miglio alla volta". Questo sta a significare che non faccio programmi. Adesso mi piace quello che faccio. E mi voglio specializzare ancora di più nelle tecniche, negli strumenti che ho iniziato a maneggiare da poco: dalla telecamera ai programmi di montaggio. Voglio alzare il livello della mia professionalità in tutti i mestieri del giornalismo. Perché questo è un settore dove non basta più dare la notizia. I fatti  vanno spiegati, e bene. Felice Cimatti, mio professore universitario (coinvolto anche per il corso di giornalismo di LaC School, ndr), diceva che spiegare significa “togliere le pieghe”: far capire in modo chiaro quanto sta accadendo. E questo va fatto anche a costo di risultare sgradevole a qualcuno. Devo dire che sia Pier Paolo Cambareri che Pietro Comito, in questo, mi hanno indicato la strada sin dall’inizio. E restano per me degli esempi di grande professionalità».

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Monica La Torre
Giornalista

Monica La Torre, padre calabrese e madre umbra, nasce a Tropea 50 anni fa. Nenache cinquenne, è costretta da un destino avverso ad emigrare in una ridente cittadina tra...

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