Gianluca Gigliotti, storia di un bambino che girava i documentari

Il regista in forze al network LaC racconta le origini del suo amore per la tv, la nascita della passione per il video e la fotografia, l'infanzia trascorsa realizzando documentari col papà. Una narrazione che abbraccia una vita, fino alla laurea in ingegneria ed al sogno che si realizza: lavorare in televisione

di Monica La Torre
9 ottobre 2019
12:16
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Nato con il registratore a tracolla più che con la telecamera in spalla, Gianluca Gigliotti, ingegnere informatico prestato alla regia per predestinazione oltreché per passione, è il classico figlio d’arte. Il padre - pittore, musicista, e soprattutto appassionato fotografo e videomaker antelitteram negli anni Settanta e Ottanta, periodi durante i quali erano pochi i pionieri che giravano camera in spalla per puro diletto - gli ha trasmesso capacità, sensibilità e talenti. Al punto che oggi, confessa il regista in forze a LaC Tv dal 2014, «si ritiene il primo responsabile, nel bene o nel male, di questa mia scelta».

Su e giù per la Calabria

La storia è presto detta: «Ero un bambino che seguiva suo papà su e giù per la Calabria, alla ricerca di paesaggi e situazioni nuove. Lui amava realizzare documentari destinati al solo ambito familiare: all’epoca, erano pochissimi gli appassionati di riprese che andavano in giro per puro diletto, ma noi eravamo tra questi. In casa, tra l’altro, realizzavamo una volta l’anno anche una sorta di telegiornale tutto incentrato, affettuosamente, sulle vicissitudini familiari, che durante le feste di Natale trasmettevamo ad esclusivo beneficio dei parenti. Fuori casa, invece, cercavamo situazioni, paesaggi, argomenti nuovi da filmare, per creare dei documentari egualmente domestici, ma basati su situazioni culturalmente e fotograficamente interessanti. Ne ricordo uno, in particolare, sulla storia della Sila, che ci portò per giorni e giorni su e giù per quelle montagne... Io ero addetto al registratore, che portavo a tracolla. A casa, poi, facevo titoli di testa e di coda del nostro documentario usando il mio Commodore 64». La reazione della gente, all’epoca, era di grande curiosità: «quando non ci prendevano per dei marziani –racconta il regista - ci scambiavano regolarmente per una troupe televisiva: e comunque, la passione per la fotografia, per le immagini, mi accompagna da allora, ed è figlia di quei pellegrinaggi, di quel girovagare: insomma, me l’ha trasmessa mio padre, insieme a quella per la pittura e per la musica». 

 

Altre strade

La vita di Gianluca sembra avviarsi su altre strade: ma è proprio quell’amore e quell’attrazione a decider per lui. «Anche se dopo le superiori mi iscrissi alla facoltà di ingegneria della Federico II di Napoli, che terminai dopo il militare, tenevo sempre un piede dentro quel mondo. Nel 2000 comprai la prima telecamera: mi divertivo facendo i video dei matrimoni, dei battesimi, delle feste di amici e parenti, ovviamente a puro titolo gratuito. E ancora: «avevo rifiutato la proposta di rimanere nell’esercito fattami dai miei superiori a Bracciano, al termine della leva: unica cosa della quale, oggi, forse mi pento. Avevo avuto anche brevi esperienze in studi di architettura, con mansioni legate agli studi d’ingegneria. E soprattutto, avevo lavorato come commerciale Vodafone, nel settore Business, per 8 anni. Un giorno però, senza nessun tipo di aspettativa, presi un video realizzato da me, e lo spedii ad una televisione regionale. Mi chiamarono quasi subito, e in quell’occasione inizia a lavorare come operatore steady-cam».

Lo spettacolo? Dietro le telecamere

Riprese a parte, di quel mondo, erano pochi gli aspetti che non lo coinvolgevano. «Ricordo che mi affascinava tutto –prosegue-. Capitava spesso che mi fermassi alla fine del turno, per capire come funzionava la regia, il passaggio da una camera all’altra, i tempi giusti, il linguaggio televisivo. Quando guardavo la televisione a casa, inoltre, cercavo di decifrare i passaggi, i movimenti, le specifiche tecniche delle grandi produzioni Rai e Mediaset. Per me, da sempre, lo spettacolo più bello è quello che non si vede, quello che va in scena dietro, e non davanti alle telecamere».

Una sostituzione, e...

Questa passione lo ha aiutato: e quando, in tv, arrivò l’occasione, una sostituzione improvvisa «mi fecero fare una prova, e andò tutto bene, perché fortunatamente già sapevo dove mettere le mani – ricorda Gianluca -. Ben presto – racconta - iniziai ad occuparmi di regia: e continuai a farlo anche quando passai ad una seconda emittente. In televisione feci diverse esperienze: ma la svolta, il giorno davvero cruciale –specifica - arrivò nell’ottobre del 2014, quando Franco Cilurzo, nostro attuale direttore di rete, che mi aveva visto lavorare in altre emittenti, mi chiamò nella squadra del nuovo network che stava nascendo, a LaC. Ed eccomi qui».

La fibrillazione, l'adrenalina

Un passaggio strategico, che il regista ricorda perfettamente. «In quei mesi si viveva una fase di grande fibrillazione. Ebbi, nettissima, la sensazione di essere arrivato in una struttura in evoluzione, che stava attraversando e vivendo una profonda rivoluzione tecnologica: una realtà che aveva ambizioni, prospettive, visione. Questa cosa mi piacque davvero tanto, e da quel giorno non mi sono certo risparmiato. Insieme a me, puntualmente, come era nelle mie previsioni, è cresciuta la struttura che mi circonda, le professionalità dei miei colleghi, l’ambiente ed il livello delle nostre produzioni».

Il sogno nel cassetto? Ennio Morricone

Oggi, la soddisfazione è grande. «Sono orgoglioso e soddisfatto di essere approdato qui. Il mio sogno nel cassetto, tuttavia, sarebbe quello di curare la regia di un grande evento musicale. Penso al mio mito vivente, Ennio Morricone, o eventi impegnativi e complessi quali il Festival di Sanremo. E penso ad un concerto, perché mi permetterebbe di coniugare in un’unica formula le mie due grandi passioni: musica ed immagini. Io sono un musicista, suono diversi strumenti, e questo talento l’ho ereditato da mio padre, che negli anni Settanta aveva un gruppo abbastanza importante, che faceva da spalla alle grandi band di quel periodo, ad iniziare dai Pooh. In fondo, ha ragione – conclude Gigliotti-, quando dice che il mio lavoro, la mia carriera, quello che sono ora lo devo a lui».

La famiglia, la mia forza

Non a caso, l’ultimo pensiero va alla famiglia. «Ho preso tanto da mio padre, e devo ringraziarlo – conclude -. Così come devo ringraziare mia moglie e mio figlio per avermi sempre sostenuto, in un lavoro che spesso ci impone orari strani, e che a volte ti tiene lontano dai tuoi affetti. Grazie alla loro pazienza ed al loro supporto, affronto tutto con armonia e serenità giorno dopo giorno».

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Monica La Torre
Giornalista

Monica La Torre, padre calabrese e madre umbra, nasce a Tropea 50 anni fa. Nenache cinquenne, è costretta da un destino avverso ad emigrare in una ridente cittadina tra...

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