Enrico De Girolamo: la scuola del giornalismo napoletano a LaC

VIDEO | Il vicedirettore della testata online ha trasmesso alla redazione e al giornale il suo imprimatur. E lo ha fatto perchè una formazione come la sua, professionista partenopeo cresciuto tra il Tempo e il Mattino, in Calabria ce l'hanno in pochi

di Monica La Torre
23 settembre 2019
16:20
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Il giornalismo è una strana bestia. Un mestiere che in cento anni aveva attraversato indenne metamorfosi di ogni tipo, rivoluzionandosi in continuazione, trasformando se stesso ed i propri mezzi, anticipando ogni volta i cambiamenti che di lì a poco avrebbero interessato anche il resto del mondo mantenendo tuttavia inalterato, sino a dieci anni fa, lo “lo status quo”, è capitolato di fronte alla rete. Perdendo quell’alone di fascino, quell’attrattiva, quella capacità di attirare giovani e meno giovani, che trasformava i giornalisti più famosi in veri e propri eroi. Se pensiamo ai topos letterari e cinematografici dell’America tra le due guerre, al fascino eroico dell’inviato di guerra, al ribellismo del cronista indipendente, insomma: a tutte quelle figure che per decenni hanno esercitato un richiamo potente sul nostro immaginario e che ora sono scomparse, ci rendiamo conto di quanto la rete in pochissimo tempo, abbia scardinato le ragioni d’essere del giornalismo tradizionalmente inteso, appannando inesorabilmente l’immagine del reporter.

 

La “stampa” non si stampa più

Il web ed i social hanno oggi masticato e digerito il potere della “stampa” - desueta già nel nome -, risputandola a loro immagine e somiglianza. Imponendo tempi, rivoluzionando contenuti, penalizzando oltremodo l’approfondimento. La stampa non si stampa più. La notizia corre online. Le grandi scuole di giornalismo, le palestre del mestiere che anche in Italia avevano prodotto professionisti straordinari, le piazze formidabili di Roma, Milano, Napoli, le redazioni a cavallo tra gli anni Settanta, Ottanta e Novanta, le storiche firme del grande giornalismo italiano, appaiono perdute come Atlantide. Un’età dell’oro, un mondo scomparso, che tuttavia ha lasciato - a chi ha avuto la fortuna di viverlo - una sorta di imprinting esclusivo.

 

La bottega del Verrocchio

Le redazioni ti davano l’allure unico della vecchia scuola. Quella della strada, che ti regalava una tecnica ormai perduta. Un approccio alla notizia, una gestione del titolo e del pezzo, una capacità di intuire, ordinare, organizzare e dirigere assolutamente sconosciuta a chi, venuto dopo, la formazione l’ha fatta in aula o davanti ad un pc. Se il giornalismo potesse considerarsi un’arte, l’aspirante cronista che si è fatto le ossa nelle redazioni dei grandi quotidiani italiani degli anni d’oro, dei milioni di copie vendute, sarebbe paragonabile al pittore uscito dalla Bottega del Verrocchio nella Firenze del Rinascimento. I suoi pezzi mantengono quell’imprinting. Quella mano. Quei colori.

 

De Girolamo e la vecchia scuola

Ora: la premessa, nel parlare del vice direttore della testata on line LaC News 24 Enrico De Girolamo, è doverosa proprio per questo. Perché  - piaccia o no -  la formazione del professionista campano, napoletano di Napoli-Napoli (come diceva Luciano De Crescenzo per scremare l'identità partenopea dall’aspirazione della periferia), cresciuto tra il Tempo ed il Mattino di Napoli, trasferitosi a Vibo per amore dopo vent’anni di palestra partenopea, in Calabria, non ce l’ha nessuno (a parte Anita, sua moglie, giornalista professionista con lo stesso imprimatur).


Il mestiere, quello vero

Certo, la redazione di Lacnews24.it vanta talenti cristallini. La potenza di fuoco del direttore Pasquale Motta, la sensibilità di Alessandro Stella, lo scrittore, e Manuela Serra, raffinata giornalista di lucida razionalità, e Giusy D'Angelo, un caterpillar dell'impaginazione a tutti i costi (non a caso al fianco di De Girolamo al desk, all’organizzazione delle pagine). Molte le firme di talento. Eppure, lo sanno tutti, in redazione, che la scuola, il mestiere del vice direttore De Girolamo è altra roba.
E non si percepisce tanto dall’esterno, quanto dall’interno. Dall’imprinting che lui dà a titoli e gerarchia delle notizie, dalla capacità di dare mordente alle pagine e ai pezzi degli altri, da quella sana severità professionale che mette in riga tutti.


Severo?

La sottoscritta, di lavate di capo, ne ha subite parecchie: e ci stavano tutte. Idem altri colleghi, specie i novellini. Di lui, si dice sia uno severo, spigoloso. Non è proprio così, ma tant’è: riservatezza e freddezza, viaggiando sulla stessa mimica facciale, vengono confuse spesso l’una con l’altra. Chi lo conosce, sa che Enrico in realtà vorrebbe solo una cosa: scrivere in santa pace. Ma è troppo bravo, per essere lasciato ai suoi tempi, ai suoi pezzi limati e smerigliati, ai suoi editoriali. Ed allora, ogni mattina, per nostra fortuna, si rimbocca le maniche e fa il giornale.

 

«Sono un artigiano»

«La scrittura è una sorta di artigianato – spiega -. Specie al desk, alla composizione del giornale. Io ho lo stesso approccio di un fabbro, d’un falegname, d’un vasaio che guarda e riguarda la sua opera, per vedere se ha difetti. E pensare che non volevo neanche fare il giornalista. Da ragazzo, volevo scrivere. Solo scrivere. E ho deciso che alla fine, questo mestiere, mi avrebbe comunque permesso di farlo».
Casuale anche l’ingresso in redazione. «Sergio Zavoli, alla fine della sua carriera, accettò l’incarico di direttore responsabile de Il Mattino di Napoli. Per questo motivo fu attaccato pubblicamente e ferocemente da Giorgio Bocca, che gli rimproverò di aver in pratica svenduto la sua firma, trasferendosi in una città come Napoli, e accettando un simile contesto. All’epoca – racconta - avevo poco più di vent’anni, e scrissi una lettera molto arrabbiata alla redazione del giornale. Come si permettevano di offendere la nostra città in quel modo? Il Mattino era già uno dei primi quotidiani italiani, il primo del Mezzogiorno...»

 

Il Maestro, Luigi Compagnone

«Fatto sta – prosegue De Girolamo - che dopo aver letto la mia missiva, che il giornale puntualmente pubblicò – Luigi Compagnone (giornalista e scrittore considerato uno degli intellettuali napoletani più autorevoli del secondo dopoguerra, ndr) mi volle conoscere. Da quel primo incontro nacque un’amicizia che avrebbe influenzato profondamente la mia vita».
Il Maestro, firma storica di tutti i grandi quotidiani d’Italia (La Stampa, Corriere della Sera, L'Unità, Paese Sera, Il Resto del Carlino, Il Messaggero, Il Secolo XIX, Il Tempo, La Voce della Campania, la Repubblica, e ovviamente Il Mattino), introduce Enrico nel mondo dei grandi del giornalismo. «Passavo i pomeriggi interi da lui, a casa sua – racconta De Girolamo -. Abitava dietro piazza del Plebiscito, a Monte di Dio. Ricordo perfettamente quella biblioteca antica, le nostre conversazioni. Lui era un giornalista della vecchia, vecchissima scuola. Lavorava ancora con una macchina per scrivere Olivetti e, quando non dettava addirittura i pezzi al telefono, scriveva con quella. Seguendo i suoi consigli, i suoi suggerimenti, iniziai a collaborare con piccole redazioni». 

 

Gli esordi

«All’inizio della carriera, De Girolamo mastica di tutto. «Mi occupavo di gossip, vita notturna, cronaca, eventi: ma ero comunque inserito nel giro. E in quegli anni, se eri bravo, prima o poi venivi notato. Ti chiamavano, ti davano un’opportunità. Iniziai a collaborare con un grosso service giornalistico, che forniva pezzi e servizi televisivi un po' a tutti, testate nazionali comprese, tra cui il Tempo, per il quale scrivevamo corrispondenze per le pagini nazionali e realizzavamo l'edizione partenopea del giornale romano. Conobbi mia moglie, giornalista vibonese, proprio lì. Eravamo colleghi, e avevamo gli stessi ritmi frenetici, alla lunga insostenibili. Anche per questo, alla fine, avremmo deciso, di lì a qualche anno, di trasferirci in Calabria - Dopo aver preso il tesserino da professionista - prosegue - sono stato chiamato dal Mattino: feci il primo anno alla redazione di Avellino, e dopo sei mesi venni trasferito a quella di Napoli. Alla fine, con mia moglie decidemmo di trasferirci in Calabria e metter su famiglia in un ambiente più tranquillo. Eravamo stremati da quei ritmi e da quel mondo».

 

Da Napoli a Vibo Valentia

Un’anomalia, il suo trasferimento, motivato da ragioni sentimentali. «Capisco che sono pochi quelli che si trasferiscono da nord a sud per lavorare, ma devo solo ringraziare questa regione che mi ha dato una famiglia splendida. Per circa dieci anni, ho lavorato negli uffici stampa istituzionali, ed alla direzione di alcuni periodici. Poi, sono approdato in Pubbliemme. Da giornalista, non avevo potuto non essere colpito dall’ascesa di Domenico Maduli nel mondo dell’informazione. È stato, il suo, un percorso eclatante, notato da tutti, addetti ai lavori e non. Per il sottoscritto, mandare un curriculum, cercare un contatto, è stata la cosa più ovvia del mondo. Ho trovato subito apertura e interesse da parte dell’editore e così, dopo esserci studiati un po', sono entrato a far parte del suo network arrivando a LaC».

 

Informazione e intrattenimento

Cosa trasmette ai giovani, del suo immenso bagaglio professionale? «Come vice direttore di Lacnews24.it, cerco di capire essenzialmente due cose: quando mi trovo di fronte un ragazzo, devo percepire il reale interesse per la notizia. Oggi l’impatto del web è talmente forte da confondere spesso le idee dei ragazzi che ambiscono a fare questo mestiere. Magari si è convinti di voler diventare giornalisti, e invece si pensa e si agisce da youtuber. Io cerco sempre di far chiarezza sulla differenza tra essere giornalista ed avere followers, cerco di trasmettere gli strumenti per saper discernere tra informazione e intrattenimento».

Il vice direttore si esprime anche sui rischi impliciti nel mestiere, per com’è inteso oggi: «il giornalismo on line ti impone una velocità, dei ritmi un tempo impensabili. La competitività, la supremazia della testata si gioca sulla tempestività, che ha un ruolo esasperato rispetto a prima. Devi essere il primo a dare la notizia, e al tempo stesso non puoi fare passi falsi, devi essere in grado di verificarla. Io preferisco garantire l’autorevolezza dell’informazione piuttosto che prediligere la rapidità a tutti i costi. La verifica delle fonti, la qualità, l’accuratezza dell’informazione è fondamentale. E preferisco uscire dopo con una notizia certa, piuttosto che bruciare tutti con una fake news».

 

Il "suo" desk

Ed il rapporto coi colleghi? I collaboratori più stretti? «Il mio incarico, al desk, è delicato. E per questo, ho bisogno del supporto di tutti. Per fortuna, ho dei collaboratori straordinari, con i quali c’è un affetto ed una sintonia splendida, che sento come una famiglia nella famiglia – dichiara -. La composizione del giornale è una materia complicata e difficile, devi essere sul pezzo 24 ore su 24, e per questo tra di noi deve esserci, come c’è, solidarietà e intesa. Si lavora insieme, ci si aiuta a vicenda».

 

In futuro, visioni più ampie

Quanto al futuro, negli obiettivi del vice direttore c’è il nazionale. Ma tutti insieme. «Mi piacerebbe contribuire a dare a questo network, alle nostre testate, un ruolo ancora più ampio, una voce più autorevole in ambito nazionale. Vorrei poter contribuire a sdoganare i i localismi residui, e fare della nostra informazione un canale capace di affermarsi ben oltre i confini regionali. Ecco: vorrei che LaC si dotasse di respiro ancora più ambizioso».

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Monica La Torre
Giornalista
Monica La Torre, padre calabrese e madre umbra, nasce a Tropea 50 anni fa. Nenache cinquenne, è costretta da un destino avverso ad emigrare in una ridente cittadina tra Assisi e Spoleto, nel regno di Don Matteo. Passa gli ultimi 46 anni a lamentarsi per questa sorte ria, senza riuscire a trovare una scusa valida per ri-trasferirsi. Di mestiere fa la nostalgica. Nei ritagli di tempo si è laureata, ha cambiato un numero imprecisato di lavori, ha imparato a memoria le uscite della Salerno Reggio Calabria, attraversato a nuoto lo stretto di Messina, rovinato la giovinezza con vent'anni di partita IVA. Senza merito alcuno, è circondata di persone belle, che ne sopportano il pianto greco da emigrata inconsolabile. E' malata di mare ed happy hour. Tutti sanno che convive con due vizi innominabili. Quella cosa con la quale non si mangia chiamata: ARTE, e quella cosa che in Calabria è meglio dimenticare, chiamata: NATURA. Crede che la bellezza salverà il mondo, ma non il suo, perché la rivoluzione delle coscienze avverrà 24 ore dopo il suo trasferimento "altrove". Non per questo, si incazza di meno con le "capre". Non ha avversione per il denaro: è il denaro che ne ha per lei.  
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