Cristina Iannuzzi, la cronista della gente che guida il Tg di LaC

Un lungo racconto, quello del direttore responsabile del telegiornale del network, unica donna in Calabria a dirigere una testata giornalistica televisiva. Con grande professionalità ed empatia è costantemente impegnata a dar voce ai più deboli

di M LT
10 settembre 2019
11:46
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A detta di tutti i professionisti dell’editoria e dell’informazione (un tempo, si sarebbe detto “della carta stampata”), la Calabria è una delle ultime, vere palestre giornalistiche d’Italia. Farsi le ossa qui, è impegnativo, difficile e tuttavia assolutamente formante. Nelle redazioni tra Cosenza a Reggio, passando per Vibo Valentia, quelli bravi sono bravi davvero. Qui, sono nati e si sono fatti strada molti dei professionisti più accreditati del panorama giornalistico nazionale.

 

Gli esordi da bambina

Ebbene: in questo contesto, tra cronaca giudiziaria, emergenze ambientali, politica bizantina, e tutto quanto “fa spettacolo” h 24 nelle redazioni di Calabria, Cristina Iannuzzi ha iniziato ad operare sin dalla tenera età di 15 anni. Ed oggi è direttore responsabile della testata giornalistica di LaC Tv, unica professionista donna a ricoprire questo ruolo in regione, e tra le pochissime in Italia.Una carriera infinita, iniziata da adolescente, Già: 15 anni, il primo tg. «Più per volere di mio padre che mio, visto che ero una ragazzina timida e insicura», dichiarerà lei a tale proposito: ma poco cambia. La Jannuzzi, di fatto, mastica giornalismo, cronaca, vita di redazione e conduzione televisiva dalla primissima adolescenza: e si vede. O meglio, gli altri, se ne accorgono subito. Lei, ne ha preso consapevolezza solo con il suo passaggio a LaC.


«La giornalista del popolo»

Sbaglia chi pensa che l’essere direttore responsabile, incarico assunto il 17 gennaio 2017, la inorgoglisca. Il nostro direttore vive sotto esame. Indipendentemente dai riconoscimenti accumulati in tanti anni di carriera. Ogni giorno, si impone una personalissima e severa palestra, dove allena ed affina il mestiere seguendo un solo criterio: l’empatia, l’utilità sociale, l’amore di giustizia. I risultati raggiunti, i riconoscimenti, i premi, le manifestazioni di stima, la riconoscibilità acquisita, contano poco o nulla. Quello che ogni altro professionista vivrebbe come un punto d’arrivo, una prova, una consacrazione, per lei non ha alcuna importanza. In molte zone della regione, l’hanno ribattezzata “la giornalista del popolo”, proprio per la sua attenzione costante alle categorie più fragili: gli anziani, i disagiati, gli ultimi. Per Cristina, l’unica cosa che conta è il riuscire a dare una mano ai più deboli. La notorietà? Ininfluente…


Una ragazzina timida…

«Mai e poi mai avrei pensato che fare la giornalista mi sarebbe piaciuto… I primi tempi lo facevo per dare una mano a mio padre, che aveva aperto un’emittente televisiva. La tv, nata per gioco, nel tempo era cresciuta, ed alla fine vi lavorava tutta la famiglia, me compresa. Io ero una ragazzina timida, vivevo un periodo difficile, passando dalla scuola alla tv sabati e domeniche comprese…: Volevo fare l’assistente sociale! Vivere di fatto in un’emittente locale non era il sogno della mia vita: avrei voluto fare l’assistente sociale! Sin da bambina avvertivo una fortissima tensione sociale, una sorta di vocazione, di empatia verso i più deboli. Se a questo aggiungiamo la componente della timidezza e dell’insicurezza, è facile intuire l’ansia con la quale affrontavo la telecamera. La prima volta che mi trovai a dover leggere un tg, avrò avuto 15 anni. Mi veniva da piangere (confessa ridendo, lo sguardo di chi ha superato le colonne d’Ercole della timidezza, ed oggi è a capo di un team di 20 giornalisti, ndr) Venivo prestata al TG solo quando i giornalisti preposti non erano disponibili: all’inizio è stata proprio dura)».

L’etica del lavoro

«Ho avuto un’adolescenza televisiva. E non facevo altro che ripetere a me stessa ed ai miei genitori, che non avrei mai e poi mai fatto la giornalista. E comunque, lo facevo. Tutti dovevamo aiutare, in famiglia, in nome dell’etica del lavoro. Posso dire che sono cresciuta professionalmente ed umanamente solo nel momento in cui Domenico (Maduli, presidente gruppo Pubbliemme ed editore network LaC), ha rilevato l’emittente, ed ha rivoluzionato organizzazione ed impostazione. È come se all’improvviso avessi aperto gli occhi, mi fossi resa conto di quello che ero: come se mi fossi svegliata all’improvviso, e fossi riuscita ad inquadrare il mio ruolo, la mia professionalità, insomma: il mio posto nel mondo. Oggi, capisco che grazie al giornalismo posso fare tanto, posso dar voce a chi voce non ne ha, sensibilizzare migliaia di persone. E se questo è successo, è stato grazie al network».


Una nuova casa

«È come se avessi ricominciato da zero. Solo grazie al gruppo di operatori e professionisti che anima l’azienda, ho preso coscienza del valore che ho, e della professionalità che avevo accumulato in tutti questi anni. Oggi, mi rendo conto di cosa significhi avere un’esperienza ventennale, e l’essere nata respirando televisione. Capisco che non molti condividono questa carriera, e capisco di possedere un valore aggiunto. Ma è che neanche oggi, da queste considerazioni, riesco a trarre troppe certezze. In fondo, l’umiltà è insieme il mio più grande pregio, ed il mio peggior difetto».


«L’empatia, valore prezioso»

«Il mio carattere mi porta a dover dimostrare ogni giorno di più. A dover dimostrare a me stessa, più che agli altri, il mio valore. È come se mi imponessi una palestra quotidiana: e nonostante questo, oggi posso dire di amare davvero tanto il mio lavoro. L’empatia, a detta di tutti, è la mia dote più grande. Per questo, oggi, sono felice di poter “sfruttare” il mio ruolo, e grazie a quello aiutare le persone più deboli. Il microfono, per me, è un’arma di giustizia, di difesa dei bisognosi. Tra i ricordi più belli, in tanti anni di professione, l’essere riuscita ad animare raccolte fondi, maratone di solidarietà, azioni concrete per aiutare gli ultimi. Aiutare le persone mi fa sentire appagata. Vorrei si ricordassero del mio impegno del mio lavoro, del mio ruolo per questo motivo. Solo così, l’avere visibilità trova un senso, ai miei occhi. Quando la gente mi incontra, mi riconosce, mi sorride e mi stringe la mano, voglio che lo faccia perché ha riconosciuto l’impegno, il disinteresse, la solidarietà e la vicinanza. E quando mi ringraziano per quello che sono riuscita a fare per loro, ebbene: è in quel momento che il mio lavoro trova un senso, e che davvero posso dire di sentirmi in pace con me stessa».


La direzione? Importante per poter fare di più

«Forse è per questo che quando mi hanno definito la giornalista del popolo, ho capito che questo mestiere in fondo era quello che faceva per me. E se sono arrivata a questa consapevolezza, è stato solo grazie a LaC. Credo che questa tensione sociale sia la vera motivazione che ha spinto l’Editore ad affidarmi la direzione responsabile della testata, insieme a Pietro Comito, che mi ha preceduto ed oggi mi affianca nell’incarico, e che considero un amico ed un punto di riferimento umano, più che un semplice collega….  In fondo, hanno capito che più che un direttore, sono una giornalista che ama il lavoro di strada, l’essere sul campo, il contatto con le persone. La mia essenza è proprio on the road. Mi realizzo nel contatto con l’altro, e questa caratteristica, oggi mi rappresenta e mi rende consapevole del mio valore».

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M LT
Giornalista
Monica La Torre, padre calabrese e madre umbra, nasce a Tropea 50 anni fa. Nenache cinquenne, è costretta da un destino avverso ad emigrare in una ridente cittadina tra Assisi e Spoleto, nel regno di Don Matteo. Passa gli ultimi 46 anni a lamentarsi per questa sorte ria, senza riuscire a trovare una scusa valida per ri-trasferirsi. Di mestiere fa la nostalgica. Nei ritagli di tempo si è laureata, ha cambiato un numero imprecisato di lavori, ha imparato a memoria le uscite della Salerno Reggio Calabria, attraversato a nuoto lo stretto di Messina, rovinato la giovinezza con vent'anni di partita IVA. Senza merito alcuno, è circondata di persone belle, che ne sopportano il pianto greco da emigrata inconsolabile. E' malata di mare ed happy hour. Tutti sanno che convive con due vizi innominabili. Quella cosa con la quale non si mangia chiamata: ARTE, e quella cosa che in Calabria è meglio dimenticare, chiamata: NATURA. Crede che la bellezza salverà il mondo, ma non il suo, perché la rivoluzione delle coscienze avverrà 24 ore dopo il suo trasferimento "altrove". Non per questo, si incazza di meno con le "capre". Non ha avversione per il denaro: è il denaro che ne ha per lei.  
Lacnews24.it
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