“Andar per mare”, a Vibo Valentia un corso di buone maniere a bordo

Paolo Greco, istruttore di vela del Circolo Nautico Santa Venere, è tra i pochi in Italia ad insegnare, prima dei principi di navigazione, il savoir faire marinaresco: «Sapersi comportare è tutto, specie per i neofiti»

di Monica La Torre
lunedì 11 marzo 2019
11:52
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Un momento dell’evento
Un momento dell’evento

La spia, è sempre e solo quella: la disinvoltura. A distinguere chi è da chi vorrebbe essere, è sempre e solo la naturalezza: la facilità con la quale ti muovi nell’ambiente circostante. La familiarità con l’ambiente che ti circonda: habitat naturale o condizione economica, culturale, politica. Soldi, potere, lusso, ambiente, sport, vita di società: il disinvolto, sa di cosa si tratta.


Chi di noi, nell’approcciare per la prima volta un contesto estraneo considerato attrattivo, non ha invidiato la sicurezza dell’habitué? Cosa, se non il senso di superiorità, determina la sottile ironia dell’occhio con il quale i professionisti guardano ai neofiti, i borghesi, ai parvenu, i nativi, ai turisti? E chi può negare, soprattutto, che il mare sia uno degli elementi più severi nell’evidenziare impietosamente questa dicotomia? Dove, più che in barca, l’assoluta estraneità genera l’ironia dei vecchi lupi di mare, di chi in barca c’è nato, di chi con la barca ci lavora?

Essere e apparire

Fosse un contest, il mondo della vela, nel Mediterraneo esclusivo delle rotte da e per le isole, vincerebbe la categoria di cartina al tornasole più efficace, per separare il grano dalla pula. Di certo, è tra gli habitat più snob del globo terraqueo. E certamente, non è una questione di denaro. Ma, appunto, di disinvoltura. Ora: l’incremento esponenziale dei corsi di vela, su e giù per lo Stivale, ed anche in Calabria, dimostra la popolarità sempre crescente della pratica velica. Popolarità che cresce di pari passo con la voglia di sembrare esperti, pratici, insomma: dell’ambiente.

Un minimo di disinvoltura

Ora, diciamocelo chiaramente: può una settimana di lezione, togliere la ruggine da una vita di “poltrone e sofà”, per darci quell’invidiabile allure marinara che vedi nei modi di chi da decenni maneggia ancore, vele e cordami? Quel passo sciolto, su e giù dai pontili, di chi passa in scioltezza dall’aperitivo in rada all’ormeggio perfetto?
Non scherziamo. Certo che no. Non basta una vita, figuriamoci una settimana. Non si diventa skipper in pochi giorni. E tuttavia, siate pur certi che un corso fatto bene può togliere una volta per tutte quell’aria da imbranati, da fuori luogo, da impiegato di Varese appena atterrato su Marte, che non sa dove mettere né i piedi né le mani.

Andar per mare

Il primo a credere fermamente in questa sostanziale opportunità di crescita, è il cosentino Paolo Greco. Professionista della comunicazione, prestato da 40 anni alla marineria e da 20 alla vela, è l’istruttore di vela del Circolo Nautico Santa Venere di Vibo Valentia. La sua barca, la Iarami (acronimo dell’interiezione dialettale quasi di meraviglia: “Ia’ra’ miseria”, “Mannaggia la miseria”, a significare le mille cose viste dal natante, su e giù per il Mediterraneo) ospita ogni sabato ed ogni domenica, corsi di base, di perfezionamento, e soprattutto di comportamento. Un approccio più educativo che tecnico. Non a caso, il corso, iniziato su espressa richiesta del presidente del circolo nautico Santa Venere, Gianfranco Manfredi, si chiama “Andar per mare”. Cinque ore per cinque lezioni pratiche, il sabato o la domenica, partenza dal porto di Vibo Marina. E un equipaggio di allievi ed allieve, che si diverte anche a competere nella Cetraro Sailing Cup, regata valida per il campionato d’inverno attualmente in corso.

Scuola di vita… e di disinvoltura

«La barca è prima di tutto una scuola di vita, poi diventa competenza - dirà a questo proposito il comandante nel corso dell’intervista -. Nel giro di qualche lezione, non è che si diventa skipper. Ma di certo, possiamo imparare a comportarsi come si deve. Saper muoversi, dare una mano, contribuire alle varie operazioni: l’ormeggio o l’uscita dal porto, l’alzare o ammainare le vele. Voglio che i miei allievi riescano a dare un aiuto concreto, utile al buon andamento della navigazione, senza essere un peso morto. Voglio che vivano l’esperienza in barca in modo partecipe».

Meno teoria, più pratica

«La teoria, certo, viene trattata - prosegue Paolo -. Ma devo necessariamente lasciare più spazio alla pratica. È inutile sapere cos’è il Meolo, se non sai cavar l’ancora. In pochi giorni, è utile insegnare a gestire la quotidianità. L’igiene, la pulizia, la sicurezza, la gestione delle batterie e delle risorse idriche, ma anche dei check in e dei controlli quotidiani». Il suo approccio “laico” è quello di chi viene da una vita di deduzioni pratiche. «Ho passato cinquant’anni in mare - racconta lo skipper - ma da autodidatta. Quello che trasmetto, è un distillato pratico di ciò che ho trovato indispensabile, per potersi gestire a bordo».

Una vita in acqua

Insomma, Paolo ha l’occhio pragmatico di chi, pur nascendo in mare, scopre la vela quasi da adulto. «Ho trascorso la mia infanzia a Ravenna, e sono tornato in Calabria, a Cosenza, da giovanissimo - racconta -. Della riviera romagnola, già turistica (erano gli anni '60), ricordo le pedalate sulla spiaggia lunghissima, gli stabilimenti enormi, i chilometri di paesaggio costiero identico a sé stesso. L’organizzazione perfetta, ma anche il colore così poco attrattivo dell’Adriatico».
A fargli scoprire veramente la vita di mare, fu, involontariamente, la sorella: che una volta tornati a Cosenza aveva sposato un sub triestino, uno dei pionieri italiani di questo sport, campione nazionale di pesca subacquea, e grande apneista: Claudio Poggi Pianciani. «Andando dietro a lui - ricorda Greco -, ho passato una vita in barca, ho girato tutti i mari d’Italia e soprattutto ho scoperto il mondo sommerso sin dai 14 anni. Da lì, la passione per la pesca, poi il primo gommone, le prime uscite da solo, andate avanti fino all’acquisto del primo cabinato».

Amore a prima vista

Paolo nel frattempo, aveva avviato una grande agenzia di eventi e comunicazione, e dedicava alla barca solo il fine settimana. La scintilla iniziale era diventata passione, destinata ad esplodere in modo totalizzante nel 2000, anno in cui, a Vibo Valentia, incontrò un amico di Cosenza, che aveva una barca a vela. «Aveva il posto barca accanto al mio….e mi prendeva in giro. "Spegni quel trattore", mi diceva sempre, e tanto insistette che un giorno mi decisi ad uscire con lui. Premetto che mai, nella vita, avevo provato attrazione per la vela. Quel giorno uscimmo dal porto, lui iniziò a tirar su la randa, ad alzare il fiocco, spegnere i motori…ed io ricordo la sensazione di rapimento. Mi ero innamorato follemente. Come di una bella donna vista per strada. Fu una folgorazione - racconta Greco -. Combinazione volle che questo mio amico volesse vendere proprio quella barca: ed io, che pure ne avevo appena cambiata una, rivendetti subito la mia, e comprai Iarami. Era il 2000: non avevo la più pallida idea di cosa fosse la vela. Certo, conoscevo il Mediterraneo come le mie tasche: e a forza di studio ed errori, pratica ed errori, sono diventato, a detta dei più, abbastanza bravo».

Ospiti bene educati

Sull’andar per mare negli ultimi anni, il comandante si toglie qualche sassolino dalla scarpa «Siamo diventati ostaggio dei naviganti della domenica. La cultura marinara è introvabile. Ed è proprio sulla necessità di diventare ospiti bene educati, a bordo, che ho improntato le mie lezioni - sottolinea -. È bello trovare allievi appassionati, che si innamorano quando sentono la magia del vento, del motore che si spegne e della vela che si spiega, come è successo a me. Mi rivedo in quegli occhi spalancati, nell’emozione della prima volta…».

La cultura che (non) abbiamo

La soddisfazione più bella? Senza dubbio, il riconoscimento che giunge dall’esperto, dall’addetto ai lavori. «In tanti anni, ho avuto anche armatori che frequentando i miei corsi, hanno ammesso di avervi trovato consigli utili a fare il salto di qualità che mancava. Per me si tratta di una nuova avventura. Oggi, archiviata l’agenzia, ho fatto di questa passione la mia unica professione. E oggi, a distanza di tanti anni, devo dire che a trasmettermi il senso del mare più profondo, i veri cultori della marineria, sono stati i nordeuropei. Inglesi, svedesi, norvegesi: loro sì che sanno andar per mare. In Italia, quella cultura ce la sogniamo. E di certo, la Calabria, tradizionalmente, non è una regione di mare, ma una catena montuosa circondata dalle acque».

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Monica La Torre
Giornalista
Monica La Torre, padre calabrese e madre umbra, nasce a Tropea 50 anni fa. Nenache cinquenne, è costretta da un destino avverso ad emigrare in una ridente cittadina tra Assisi e Spoleto, nel regno di Don Matteo. Passa gli ultimi 46 anni a lamentarsi per questa sorte ria, senza riuscire a trovare una scusa valida per ri-trasferirsi. Di mestiere fa la nostalgica. Nei ritagli di tempo si è laureata, ha cambiato un numero imprecisato di lavori, ha imparato a memoria le uscite della Salerno Reggio Calabria, attraversato a nuoto lo stretto di Messina, rovinato la giovinezza con vent'anni di partita IVA. Senza merito alcuno, è circondata di persone belle, che ne sopportano il pianto greco da emigrata inconsolabile. E' malata di mare ed happy hour. Tutti sanno che convive con due vizi innominabili. Quella cosa con la quale non si mangia chiamata: ARTE, e quella cosa che in Calabria è meglio dimenticare, chiamata: NATURA. Crede che la bellezza salverà il mondo, ma non il suo, perché la rivoluzione delle coscienze avverrà 24 ore dopo il suo trasferimento "altrove". Non per questo, si incazza di meno con le "capre". Non ha avversione per il denaro: è il denaro che ne ha per lei.  

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