Buttiamo via tutto il male del 2018. E speriamo nell’anno nuovo che verrà

Dall’insolenza della politica alle tragedie che si potevano evitare: dodici mesi da dimenticare tra inganni, ingordigia, menefreghismo e diritti negati. Per il futuro la speranza di avere ciò che altrove si chiama normalità

di Pietro Comito
martedì 1 gennaio 2019
10:40
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Buttiamolo via questo 2018. Buttiamolo così, tutto intero. Troppe poche le gioie per alleviare le amarezze: troppe tragedie, troppe lacrime, troppi scandali. Buttiamolo via. Buttiamo via l’insolenza della nostra politica. Buttiamo via quelli che, alternandosi, ci governano da un quarto di secolo e ci hanno ridotto alla condizione di ultima regione non più d’Italia ma d’Europa. Buttiamo via la politica vecchia strafottente e pure quella che si professa nuova ma si mostra ingannevole come la vecchia, altrettanto pericolosa e addirittura più arrogante.

 

Buttiamo via le promesse tradite, inganni ed ingordigia, disattenzioni, indolenze, menefreghismo. Buttiamo via il cannibalismo da palazzo, il manuale Cencelli che premia incapaci, arrivisti, carrieristi e leccapiedi. E la retorica del potere, il garantismo e il giustizialismo di comodo, l’ipocrisia di chi si autoassolve e di chi guarda la trave nell’occhio altrui ignorando il ponte a cinque campate che attraversa il proprio.

 

Buttiamo via questo 2018 senza dimenticare il dolore che ci lascia, affinché insegni a tutti qualcosa. Ci insegni a non sottovalutare un’allerta meteo e i pericoli della natura, anche se splende il sole: potremmo risparmiarci un’altra tragedia come quella del Raganello e tanti laceranti sensi di colpa. Insegni agli enti preposti che bisogna intervenire ogni volta che una strada si inonda: domani potrebbero attraversarla un’altra Stefania con i suoi due bambini. Insegni il rispetto dei diritti, della dignità e della sicurezza di chi lavora è un valore fondamentale, che salva la vita: sarebbero ancora noi gli operai morti sul lungomare di Crotone, quelli di Isola Capo Rizzuto e pure Massimo Marrelli.

 

Buttiamo via gli ospedali che cadono a pezzi e la sanità che non rispetta i livelli essenziali di assistenza e poi i medici che si grattano in reparto e fanno soldi a palate nei loro studi privati e le liste d’attesa che se sei ricco non esistono mentre se sei povero puoi schiattare.

 

Buttiamo via le nostre città degradate, l’inciviltà di chi insozza, l’abusivismo selvaggio e i crimini contro l’ambiente, i piromani e la maladepurazione. E gli amministratori che non ascoltano, narcisisti e compiaciuti. Buttiamo via quelli che “piove governo ladro” e nulla fanno per il presente proprio e dei propri figli. Buttiamo via anche coloro che delegano tutto ai magistrati. Buttiamo via coloro che non hanno rispetto per i magistrati che con passione, coraggio e virtù onorano la toga. E con loro buttiamo via pure i magistrati a cui non frega proprio nulla della verità (e quindi della giustizia) ma importa solo di aver ragione.

 

E il 2019? Cosa ci aspettiamo dal 2019? La pace tra i popoli, certo. E la fine della fame del mondo. E poi la fine dell’inquinamento globale e prosperità… Delle mafie, del terrorismo, della droga… Quanto alle cose più terra terra ci accontenteremmo di poco. Per esempio che ai giovani si dia la possibilità di scegliere se partire o restare, senza obbligarli a fuggire. O che politici e politicanti lavorassero davvero per assicurare opere pubbliche e servizi, rispettando il valore e il merito. Basterebbe che privilegiassero i loro portafogli e quello che il giudice Pietro Carè ha magnificamente definito come «tornaconto politico-elettorale» solo a giorni alterni.

 

Ci accontenteremmo di entrare in un ospedale e, dopo aver diligentemente atteso il nostro turno, di essere curati. O, se abbiamo un tumore o siamo dializzati, sprizzeremmo gioia se non fossimo costretti a macinare migliaia di chilometri a settimane per lottare e sopravvivere.

 

Ci accontenteremmo che gli imprenditori fossero investiti da un impeto di onestà. Basta sfruttamento e lavoro nero, basta – soprattutto – lavoro “grigio”, la grande piaga fin qui ignorata dalle istituzioni, che costringe il dipendente ad incassare lo stipendio e a restituirne una parte: la Procura di Lamezia qualche arresto l’ha fatto, le altre si diano una mossa in questa direzione.

 

Ci accontentiamo di poco. Ci basterebbe anche solo non dover mendicare un diritto il cui riconoscimento qui ormai è una grazia ricevuta. Il diritto alla salute, alla sicurezza, al lavoro, ai servizi per i quali paghiamo le tasse. Per questo 2019 ci accontenteremmo appena di ciò che altrove è «normalità».

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Pietro Comito
Giornalista
Pietro Comito, che ha iniziato la propria carriera professionale a Rete Kalabria e Radio Onda Verde, è stato redattore del Quotidiano della Calabria dal 2002 al 2005, quindi dal 2006 al 2012 caposervizio di Calabria Ora, dove ha guidato le redazioni di Vibo Valentia, Reggio Calabria, Gioia Tauro, Siderno e Catanzaro. Dal 2012 al 2014 è stato nuovamente in servizio al Quotidiano, dove ha guidato, nella veste di caposervizio, la redazione di Vibo Valentia. Nel 2011 ha ritirato il Premio Agenda Rossa conferito ai giornalisti minacciati dalla 'ndrangheta. Sempre nel 2011 è stato insignito del Premio Paolo Borsellino. Ha pubblicato per la Newton Compton e per la Città del Sole Edizioni ed ha collaborato alla realizzazione del Dizionario enciclopedico delle mafie redatto da Castelvecchi Editore. Esperto di cronaca nera e giudiziaria, negli ultimi anni è stato tra i giornalisti calabresi più esposti nell'informazione sulla criminalità organizzata.

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