L’autobomba di Limbadi e l’inganno di Oliverio. Ecco perché la Regione non sarà mai parte civile

Una “pubblicità” a buon mercato che si consuma speculando sulla tragica storia di Matteo Vinci. La richiesta di costituzione arriva a dibattimento avviato. L’antimafia civile, quella vera e seria, si fa in silenzio

di Pietro Comito
24 ottobre 2019
16:49
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La mafia è una cosa seria. La giustizia è una cosa seria. Certe “politiche antimafia”, lo sono decisamente meno… Anzi, hanno il retrogusto insipido dell’inganno. E poco importa se esse vengono concepite per salvare la faccia o, peggio, per farsi un po’ di pubblicità gratuita sfruttando la complicità dei media o l’ignoranza dei social. Tutto, poi, diventa più grave se tali “politiche antimafia”, annunci o impegni che non potranno mai essere mantenuti, si praticano speculando sulle tragiche storie di vittime innocenti, sulla solitudine reale di madri, padri, figli o fratelli che spenti i riflettori resteranno esclusivamente col loro dolore.

Il caso

La Regione Calabria e, prim’ancora, il Comune di Limbadi, annunciano di costituirsi parte civile al processo per l’autobomba di Limbadi che il 9 aprile del 2018 spezzò atrocemente la vita di Matteo Vinci e sfigurò il corpo dell’anziano padre Francesco. Né la Regione, né il Comune (guidato peraltro da una commissione prefettizia dopo lo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose) potranno però essere parte civile, semplicemente perché le loro istanze perverranno alla Corte d’Assise di Catanzaro fuori tempo massimo, scaduti abbondantemente i termini per la costituzione delle parti e a dibattimento avviato.

 

È surreale il comunicato diffuso dalla Cittadella stamani. «Il Presidente della Giunta regionale Mario Oliverio, appreso a mezzo stampa della non avvenuta costituzione di parte civile da parte della Regione Calabria nel processo a carico dei presunti assassini di Matteo Vinci…». Appreso a mezzo stampa? Quando lo ha appreso? Oggi? Ma se il processo davanti alla Corte d’assise - dopo un’udienza preliminare durata mesi, e documentata con ettolitri d’inchiostro - è iniziato il 17 settembre…

Oliverio – continua la nota stampa - «ha scritto all'Avvocatura per conoscere i motivi della mancata costituzione in giudizio». Già, Oliverio ha scritto all’Avvocatura per sapere… E «l'Avvocatura, dopo aver rilevato che la Regione Calabria non è stata identificata quale parte offesa, non avendo ricevuto alcuna comunicazione in ordine allo svolgimento del suddetto processo, ha dunque, su impulso del Presidente, disposto un decreto per la costituzione di parte civile nel procedimento…». Quindi - dopo lo scaricabarile sull’Avvocatura che ci mette una pezza inadeguata a tappare il buco - il comunicato prosegue con una filippica infarcita dalle espressioni ciclostilate di una insopportabile retorica antimafia…

 

Certo, ci potremmo domandare quante costituzioni di parte civile, durante il corso di questa e delle precedenti legislature regionali, si sono tradotte in azioni civili avviate in seguito alla conclusione dei processi penali. In sostanza, potremmo chiederci se alla Regione interessi qualcosa di più importante (come l’aggressione dei beni dei clan) rispetto alla “pubblicità antimafia” dell’ente parte civile e alle spese per le parcelle degli avvocati. Ci limitiamo però a domandarci perché il presidente Oliverio, come la stragrande maggioranza della politica regionale, di Matteo Vinci si ricorda solo ora… Dov’era (e dov’erano) quando Limbadi scese in piazza, dopo l’attentato, con le fiaccole accese? Dov’era alla camera ardente? Dov’era ai funerali? Dov’era quando hanno arrestato i Mancuso-Di Grillo? Dov’era all’avvio dell’udienza preliminare? Non vogliamo chiederlo all’Avvocatura regionale, vogliamo chiederlo a lui…

 

Presidente, domani è il 25 ottobre 2019 e ricorre il settimo anniversario della morte di Filippo Ceravolo. Immaginiamo che non stravolgerà la sua agenda istituzionale per andare a salutare la famiglia di quest’altra vittima innocente della mafia, un ragazzo di 19 anni morto ammazzato solo perché era nel posto sbagliato. Trovi il tempo di fare una telefonata al papà. È gente piena di dignità, che apprezzerà il gesto, pur tardivo. Una raccomandazione, se lo farà eviti di diffondere comunicati stampa. L’antimafia seria, la fanno i magistrati. L’antimafia civile, quella ancora più seria, la si fa in silenzio.

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Pietro Comito
Giornalista
Pietro Comito, che ha iniziato la propria carriera professionale a Rete Kalabria e Radio Onda Verde, è stato redattore del Quotidiano della Calabria dal 2002 al 2005, quindi dal 2006 al 2012 caposervizio di Calabria Ora, dove ha guidato le redazioni di Vibo Valentia, Reggio Calabria, Gioia Tauro, Siderno e Catanzaro. Dal 2012 al 2014 è stato nuovamente in servizio al Quotidiano, dove ha guidato, nella veste di caposervizio, la redazione di Vibo Valentia. Nel 2011 ha ritirato il Premio Agenda Rossa conferito ai giornalisti minacciati dalla 'ndrangheta. Sempre nel 2011 è stato insignito del Premio Paolo Borsellino. Ha pubblicato per la Newton Compton e per la Città del Sole Edizioni ed ha collaborato alla realizzazione del Dizionario enciclopedico delle mafie redatto da Castelvecchi Editore. Esperto di cronaca nera e giudiziaria, negli ultimi anni è stato tra i giornalisti calabresi più esposti nell'informazione sulla criminalità organizzata.
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