Il successo dei “diversamente renziani” e il tramonto di Magorno e del renzismo spinto

In queste ore c’è stato il tentativo di far passare il dato delle primarie come una sconfitta per Oliverio. I numeri però sono chiari e rendono evidente un dato incontrovertibile: senza l’apporto oliveriano, la mozione Renzi in Calabria avrebbe registrato un flop pauroso. Il resto sono magheggi interpretativi, semplicistici e puerili

di Pasquale Motta
martedì 2 maggio 2017
14:58
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Minniti, Guccione, Oliverio e Magorno
Minniti, Guccione, Oliverio e Magorno

I numeri delle primarie in Italia e in Calabria a questo punto sono abbastanza chiari. Ora si tratta di comprendere la nuova geografia politica che apre lo scenario del voto. Il nostro Riccardo Tripepi ha dato una prima lettura dell’impatto politico del dato delle primarie sui futuri assetti interni al nel PD calabrese abbastanza credibile e condivisibile. All’indomani di qualsiasi competizione elettorale, infatti, la corsa dei vertici politici è sempre quella di orientare la lettura dei dati elettorali soprattutto in relazione ai media. Ernesto Magorno è stato il più tempestivo nel confermare questa prassi, fin da subito infatti, ha tentato di accreditare l’ipotesi un risultato modesto per la mozione Renzi nella provincia di Cosenza, ciò, nel tentativo di farlo passare per un flop di Mario Oliverio.

 

I numeri reali però, smentiscono tale scenario e ciò, al netto dei magheggi interpretativi di una certa stampa con la “fissa” ormai della guerra continua al Governatore. Il risultato di Cosenza era quasi scontato, considerato che, l’unico big del PD calabrese, Carlo Guccione, schierato con Orlando, è cosentino e anche con un certo radicamento. Il compito dell’area Oliverio in queste primarie, paradossalmente, è stato il più complesso. Convincere una regione e una provincia considerata la più bersaniana e dalemiana d’Italia, a votare per Renzi, è stato politicamente rischioso. Lo stesso Carlo Guccione proveniva da quell’area e, dunque, teoricamente, avrebbe dovuto essere più avvantaggiato nel reperire consenso per Orlando, dentro un blocco sociale culturalmente molto più ben disposto all’antirenzismo rispetto ad altre province del Paese. Il risultato conseguito da Carlo Guccione, dunque, seppur soddisfacente, considerato che, era comunque solo contro tutti, chiaramente si è rivelato al di sotto delle aspettative visto le potenzialità politiche. Ad analizzare il dato calabrese senza tenere conto di un tale contesto, dunque, si rischia di partorire interpretazioni semplicistiche e, per certi aspetti, puerili. I numeri sono chiari. Non solo, rendono evidente un dato incontrovertibile: senza l’apporto oliveriano, la mozione Renzi in Calabria, avrebbe registrato un flop pauroso.

 

D’Altronde, molti renziani cosiddetti della prima ora, in queste primarie, sono stati tiepidi, si pensi ad alcuni giovani renziani come Callipo, o addirittura ad altri come Ambrogio e Manoccio, i quali hanno preferito sostenere Emiliano, abbandonando la loro storica posizione. Anche il renzismo in salsa Carbone sembra ormai tramontato, almeno in Calabria. I referenti dell’area facente capo all’ex componente della segretaria nazionale di origine cosentina, infatti, per tutta la campagna delle primarie sono stati silenti, Nessuna iniziativa, profilo bassissimo, soprattutto dopo la sconfitta referendaria. Unico intervento di rilievo da parte di Ernesto Carbone, all’interno della commissione nazionale per il congresso, tentare l’annullamento del seggio di Cariati, non gradito dai Greco, i quali, come è noto, sono in guerra aperta con il Governatore Oliverio.

 

I motivi dello sbriciolamento del vecchio blocco renziano, tuttavia, sono per lo più riconducibili agli errori e alla inconcludenza politica della massima espressione del renzismo in Calabria: Ernesto Magorno. Il segretario regionale del Pd calabrese, infatti, oggi viene ritenuto il maggior responsabile della disfatta del renzismo della prima ora alle nostre latitudini. Magorno è stato incapace di consolidare una posizione autonoma politica dell’area, stretto nella morsa tra la posizione del Governatore e quella del Ministro degli Interni, Marco Minniti. Incapace di individuare un gruppo dirigente unitario come tante volte auspicato e, impedendo, nei fatti, la gestione unitaria del PD calabrese. Il PD calabrese a guida Magorno, è stato inoltre incapace di affrontare una discussione seria e approfondita sulle cause di tante sconfitte amministrative nei territori, di affrontare e risolvere lacerazioni profonde nei gruppi dirigenti locali e regionali, di affrontare e comprendere i motivi dell’ultima grande disfatta, quella del referendum costituzionale che, in Calabria, è stata più profonda di altre parti d’Italia.

 

Certo, non tutto ciò può essere ricondotto alle responsabilità del segretario regionale, ci mancherebbe altro, e tuttavia, il compito di un segretario politico avrebbe dovuto essere quello di individuare i problemi e approntare la giusta strategia per aggredirli. La funzione del Partito, invece, nell’epoca dell’ex sindaco di Diamante, si è completamente liquefatta. Magorno, sostanzialmente, a detta di molti, avrebbe utilizzato la sua funzione più per determinare il proprio destino personale, piuttosto che, al consolidamento di una prospettiva politica collettiva. Oggi, proprio Magorno, potrebbe pagare le conseguenze di quella visione. Se Oliverio e Minniti hanno delle responsabilità politiche in questa vicenda, sono proprio quelle di aver tenuto in vita una segreteria inconcludente e assolutamente inadeguata ai problemi della Calabria.

 

Il dato elettorale delle primarie in Calabria, dunque, rappresenta un successo, perché maturato nonostante la debolezza della guida politica regionale e, dunque, se a Oliverio e Minniti da un lato può essere contestata la responsabilità di aver perpetuato la segreteria di Magorno, dall’altro lato, a loro va comunque il merito di aver supplito alle funzioni politiche del segretario regionale conseguendo, alla fine, un risultato alle primarie che viaggia al di sopra della media nazionale.

 

Tuttavia, nel contesto attuale, sarà difficile per loro continuare a perpetuare una segreteria ormai consunta e che, considerato i problemi politici e di governo sul tappeto, ha bisogno di una fase assolutamente nuova. Il PD, infatti, ha vinto una sfida interna ma i problemi di una maggiore incisività del governo della Giunta regionale, il rapporto complicato con l’elettorato dopo la sconfitta al referendum, i dati disastrosi dell’economia calabrese e le imminenti elezioni politiche, impongono, ai due leader calabresi di benedire una nuova stagione politica nell’assetto dei gruppi dirigenti interni al partito calabrese. In tal senso, i segnali politici sono già partiti dai territori. Dalla provincia di Crotone si odono i primi tamburi di guerra. Insomma, da qualche ora, dunque, appare abbastanza evidente l’isolamento politico del Segretario Regionale Magorno. D’altronde, il contesto è chiaro, Magorno ormai non può contare su nessuna delle aree politiche che compongono l’universo democratico calabrese, dagli oliveriani ai franceschiniani, dai renziani della prima ora, agli ex renziani, ognuno con le loro articolazioni politiche e territoriali, molto probabilmente politicamente divisi tra loro, sembrano tuttavia essere accumunati da un solo comune denominatore: le dimissioni del segretario regionale. Almeno a quanto sembra, dunque, il Magorno “ne’ carne ne’ pesce”, questa volta sembra destinato a finire in padella.  

 

Pasquale Motta

 

 

 

 

 

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Pasquale Motta
Giornalista
A questa noiosa e ipocrita lagna del clero, sulla famiglia, rispondo con una citazione di Ronald David Laing, un noto psichiatra inglese:”La famiglia si può immaginare come una ragnatela, un fiore, una tomba, una prigione, un castello.” Da dirigente comunista e diessino, sono stato un fedele soldato del Politìchesckij Bjurò ora da democratico, nell’era del “pensiero leggero”, sono un anarchico, controcorrente e provocatore. Mi stanno sulle balle,  i pomposi intellettuali post-comunisti, peggio se, con la puzza sotto il naso. Sono freddo e passionale, rosso e nero. Non mi fido delle tonache; nere, rosse, giudiziarie o clericali. Bigotti, puritani e moralisti li darei volentieri in pasto al “gorilla” di De Andrè, ai razzisti  farei fare un’esperienza in quei campi con la scritta: “il lavoro rende liberi”. Presuntuoso? Può darsi! Rompicoglioni! Certo! Se parlo, conosco, se non conosco, sto zitto! Per dirla come  Theodor W. Adorno:  “La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta. Amo questa frase di Vittorio Foa: “il sogno può accompaganre la vita ma non deve determinarla. Quando scegli non devi sognare, tu sei responsabile”. Caratterialmente mi si addice questa citazione frase di  Winston Leonard Spencer Churchill: “Combatteremo sulle spiagge, combatteremo sui luoghi di sbarco, nei campii nelle strade e nelle montagne. Non ci arrende­remo mai…”

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