La sentenza del TAR, le cantonate della Nesci e le bufale del giornalismo tra Africo e lo Zomaro

Forse la Nesci è inconsapevole arma nelle mani di qualche spregiudicato faccendiere, il quale, in questa terra, millantando credito e rapporti con questo o quel pezzo di potere dello Stato, vorrebbe continuare ad estorcere denaro una volta alle istituzioni, una volta a qualche banchiere, una volta a qualche imprenditore

di Pasquale Motta
venerdì 6 novembre 2015
11:08
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Dunque avevamo visto giusto, il provvedimento ANAC con il quale al presidente della giunta regionale era stato inibito il potere dal compiere nomine, è illegittimo e, quindi, sospeso da parte del TAR del Lazio. Le motivazioni giuridiche, a questo punto, le conosceremo nel dettaglio quando sarà fissata la discussione di merito. Sarebbe facile visto l’esito di questa vicenda, almeno per noi che avevamo dubitato fin da subito dell’intero impianto di quel provvedimento, affermare: avevamo ragione. Sarebbe facile prenderci la soddisfazione di sventolare in faccia a certi professori della sintassi del giornalismo cresciuto tra Africo e lo Zomaro, l’ennesima bufala scoperta, l’ennesima manipolazione genetica dell’informazione che viene stritolata dalla forza dei fatti e dall’onesta’ intellettuale di chi, come la nostra testata, ha scelto di raccontare i fatti e non inventare lo scandalo, o peggio, disseminare fango finalizzato alla costante calunnia dell’azione di governo. Si, sarebbe facile, e forse anche legittimo, gridare e scrivere il peggio possibile di certi comunicatori che ci vorrebbero insegnare questo mestiere, i quali, da mesi, scrivono buffonate tese a screditare ogni azione di governo messa in atto da Oliverio con lo stesso equilibrio di un ubriaco affetto da coma etilico. Il provvedimento dell'autorità anticorruzione ora è stato sospeso dalla Magistratura amministrativa, d'altronde lo stesso Cantone aveva messo in conto questa ipotesi, considerato la vaghezza della norma. Eppure una certa comunicazione banditesca aveva cercato di trasformare un provvedimento amministrativo in un macro scandalo dal risvolto penale. Una vergogna.
Noi, per quanto ci riguarda, abbiamo scelto di raccontare i fatti con onestà intellettuale nella nostra regione e, per questo motivo, ogni giorno veniamo additati come “giornalisti di regime”, come “manganellatori, e ci vuole una gran faccia tosta a farci queste accuse, specie se provengono da coloro che, in una inchiesta come quella della “dama nera”, per esempio, hanno finanche utilizzato un’intercettazione tra due indagati, per mettere l’inchiesta in relazione con il presidente Oliverio corredata con tanto di foto nel pezzo, nonostante Oliverio con questa inchiesta non avesse nulla a che fare. Le nostra testata con questa immondizia mediatica non ha nulla da spartire. Se aver scelto questa linea significa essere giornalisti di regime, rivendichiamo orgogliosamente di esserlo. Ci dispiace solo che, spesso, questa linea editoriale, ci venga contestata non solo da questo giornalismo “monnezza” che, tra l’altro, non chiede mai scusa, neppure quando le bufale sono clamorose e costanti, ma anche, purtroppo, da una certa politica che dovrebbe stare al fianco della complessa azione di governo targata Oliverio e che, invece, perde tempo a creare correnti e sottocorrenti, a tramare, o tentare dietro le quinte di condizionare e ridimensionare i risultati del governo Oliverio. Sentire qualche imprudente consigliere di maggioranza accusarci di “insano servilismo”, ci lascia perplessi, non tanto sulla sciocchezza dell’affermazione, ma sulla macroscopica inadeguatezza di alcuni neo rappresentanti istituzionali, la cui levatura ha lo stesso spessore della carta velina utilizzata per costruire aquiloni. Ha ragione chi lo ha sostenuto: se Oliverio fino ad ora ha avuto un freno, quel freno viene dal PD, o meglio, per essere più precisi, da una parte del PD, quella parte cioè, che ai contenuti, agli obiettivi, ha anteposto il carrierismo rampante 4.0 che avrebbe fatto arrossire anche il più spregiudicato rampantismo craxiano degli anni 80. L’epilogo della vicenda Enac e della nomina di Santo Gioffre’ a commissario dell’asp di Reggio Calabria, sbugiarda in maniera tragicamente ridicola anche l’azione della parlamentare pentastellata di Tropea, Dalila Nesci che, della rimozione di Gioffre’, ne aveva fatto una ragione di vita con tanto di manifestazione a piazza prefettura di Catanzaro. Vogliamo immaginare che le cantonate della Nesci siano la conseguenza della sua inesperienza politica che la rendono una sorta di Cappuccetto rosso tra i diversi lupi che si aggirano in Calabria, tra i quali, magari, qualche estortore travestito da comunicatore, il quale, mandava il fratello a far visita a Gioffre’ per chiedere prebende, o peggio, all’ex braccio destro di Scopelliti, ora convertito alle 5 stelle dell’avvenir e che aveva da tutelare qualche incarico ben remunerato della consorte che, a quanto si dice, il rigoroso e onesto Gioffre’ stava per azzerare. Rifletta la Nesci, se non vuole continuare ad essere l’inconsapevole arma nelle mani di qualche spregiudicato faccendiere, il quale, in questa terra, millantando credito e rapporti con questo o quel pezzo di potere dello Stato, vorrebbe continuare ad estorcere denaro una volta alle istituzioni, una volta a qualche banchiere, una volta a qualche imprenditore. Per ora, l’unico risultato ottenuto dalla Nesci, è la rimozione di una persona perbene: Santo Gioffre’ e l’inibizione alle nomine di Mario Oliverio. Per fortuna c’e sempre un giudice a Berlino che prova a mettere tutto nel giusto binario.

 

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Pasquale Motta
Giornalista
A questa noiosa e ipocrita lagna del clero, sulla famiglia, rispondo con una citazione di Ronald David Laing, un noto psichiatra inglese:”La famiglia si può immaginare come una ragnatela, un fiore, una tomba, una prigione, un castello.” Da dirigente comunista e diessino, sono stato un fedele soldato del Politìchesckij Bjurò ora da democratico, nell’era del “pensiero leggero”, sono un anarchico, controcorrente e provocatore. Mi stanno sulle balle,  i pomposi intellettuali post-comunisti, peggio se, con la puzza sotto il naso. Sono freddo e passionale, rosso e nero. Non mi fido delle tonache; nere, rosse, giudiziarie o clericali. Bigotti, puritani e moralisti li darei volentieri in pasto al “gorilla” di De Andrè, ai razzisti  farei fare un’esperienza in quei campi con la scritta: “il lavoro rende liberi”. Presuntuoso? Può darsi! Rompicoglioni! Certo! Se parlo, conosco, se non conosco, sto zitto! Per dirla come  Theodor W. Adorno:  “La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta. Amo questa frase di Vittorio Foa: “il sogno può accompaganre la vita ma non deve determinarla. Quando scegli non devi sognare, tu sei responsabile”. Caratterialmente mi si addice questa citazione frase di  Winston Leonard Spencer Churchill: “Combatteremo sulle spiagge, combatteremo sui luoghi di sbarco, nei campii nelle strade e nelle montagne. Non ci arrende­remo mai…”

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