La missione Calabria in Cina e le balle di Fierro e Musolino del Fatto Quotidiano

Il pezzo di Fierro e Musolino non è giornalismo, non è inchiesta, è semplicemente un 'pastone moralistico' costruito intorno ad una miscela fatta di menzogne, ironia a buon mercato, illazioni, 'testimonianze interessate', dichiarazioni estorte(...).

di Pasquale Motta
lunedì 7 dicembre 2015
12:05
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La missione Calabria in China è finita nel mirino del Il Fatto quotidiano e con essa Fincalabra, che ha realizzato la missione, la Pubbliemme, che dopo aver vinto una regolare e legittima gara era diventata patners della  missione sul piano tecnico-organizzativo ed infine il sottoscritto che,  per conto della testata  La C, ha rendicontato giornalisticamente il lavoro e i risultati di quella missione.  Obiettivo del pezzo è quello  a cui ci hanno abituati quelli de Il Fatto Quotidiano: fabbricare lo scandalo e fabbricarlo a tutti i costi, anche quando tutto, dai documenti, alla realtà dei fatti, evidenzia il contrario. Il pezzo è  firmato  da Enrico Ferro e Lucio Musolino.  Il primo firmatario, Fierro, è una vecchia conoscenza della Calabria, un giornalista impegnato a diffondere il verbo del “professionismo dell’antimafia” e lucrarci sopra, assiduo frequentatore del club dell’estortore travestito da giornalista che avrebbe voluto dettarci la linea editoriale: C’è da ritenere che la spazzatura spacciata per  giornalismo d’inchiesta, sia stata concordata proprio con la holding del giornalismo da ricatto cresciuto tra “Africo e lo Zomaro.  Il secondo, Musolino, oggi cronista de Il Fatto Quotidiano, era annoverato tra le vittime del giornalismo del ricatto, ma evidentemente gli ordini di scuderia hanno avuto la meglio piegando ogni sua resistenza. Il pezzo di Fierro e Musolino non è giornalismo, non è inchiesta, è semplicemente  un “pastone moralistico” costruito intorno ad  una miscela fatta di menzogne, ironia a buon mercato, illazioni, “testimonianze interessate”, dichiarazioni estorte, il tutto condito dal disprezzo tipico di coloro che, ritenendosi moralmente superiori dei fatti e degli uomini sui quali sono chiamati a scrivere, vi si avventano con l’arroganza tipica di chi disconosce temi e  materia sulla quale si è cercato di costruire un’ inchiesta dai risultati mediocri, ai confini della farsa giornalistica. Ovviamente dentro una cornice che fa notizia: la Calabria.

In una redazione giornalistica seria ed europea, un direttore, davanti ad un pezzo composto solo da illazioni, senza una sola pezza di appoggio, come quello costruito da Fierro e Musolino, avrebbe  cacciato a pedate i due pseudo cronisti. E invece  siamo in Italia, nazione che, del veleno, delle bufale finalizzate alla calunnia, delle illazioni, del vento della diffamazione, dei tanti boia dell’informazione che ogni giorno erigono la loro forca nelle loro piazze mediatiche, si nutre e, dunque, c’è Il Fatto, o magari continua ad esserci il giornalista che aveva costruito lo scandalo Crocetta e ci sono Fierro e Musolino degni di quella scuola. E potete scommetterci, il giorno in cui saranno chiamati a rispondere in solido delle menzogne scritte, grideranno che in Italia viene attaccata la libertà di stampa. Buffonate, niente di più, niente di meno.   

  Ma torniamo al pezzo. Fatti? Comportamenti illeciti? Malcostume dimostrabile? Niente, nemmeno l’ombra, neanche uno straccio di elemento che possa dimostrare comportamenti scorretti né sul piano amministrativo né sul piano etico, né sul piano formale. Il filo conduttore del pezzo, che ha conquistato la pagina 8 dell’edizione cartacea del giornale e la home della edizione digitale, è semplicemente finalizzato a creare uno scandalo inesistente. Ora, intendiamoci,  legittimo che i giornalisti facciano inchieste, legittimo che i giornalisti ficchino il naso nelle azioni della pubblica amministrazione, anche noi facciamo informazione e sappiamo che tutto ciò è il sale di questo mestiere. Quello che non è legittimo, invece, è l’atteggiamento del   giornalista che,  dopo aver acquisito tutti gli elementi e non riscontrando nulla per poter denunciare all’opinione pubblica comportamenti censurabili, si ostini a  confezionare un pastone di illazioni e menzogne al fine di rendere clamoroso e scandalistico un pezzo costruito sul vuoto pneumatico. Tuttavia, Musolino e Fierro hanno fatto di più, hanno costruito un castello di vere e proprie menzogne e, chiaramente, di ciò risponderanno civilmente e penalmente.

Chi conosce le miserevole dinamiche giornalistiche calabresi sa bene che  il pastone confezionato da Fierro e Musolino ha un mandante in Calabria, ha un nome e un cognome ben preciso, ma di questo parleremo dopo.

Ora andiamo ai fatti, anzi no, sarebbe più giusto dire, ora andiamo  alle menzogne scritte da Fierro e Musolino attraverso il loro bollettino della calunnia e confrontiamole con i fatti così come si sono svolti nella realtà.

LA PUBBLIEMME

La Pubbliemme ha partecipato ad un bando pubblicato da Fincalabra per tutta una serie di servizi richiesti per l’organizzazione, la logistica, la promozione della missione economica commerciale “La Calabria in China”. La gara in base alla legge poteva essere esperita con il metodo definito “cottimo fiduciario”, secondo questo metodo, infatti, bastava invitare tre imprese facenti parte di  un albo fornitori della Finanziaria calabrese e scegliere la migliore offerta. Tale procedura è prevista per importi inferiori a 200 mila euro. Tuttavia, Fincalabra ha ritenuto di pubblicare il bando sul sito on line della società, tant’è che, alla gara, ha partecipato un’azienda di Terni che, dell’elenco dell’albo del cottimo fiduciario di Fincalabria, non faceva parte. La gara è stata aggiudicata a Pubbliemme non solo perché ha fatto una offerta più bassa, ma perché dentro quell’ offerta aveva previsto una serie di servizi che l’ hanno resa  sensibilmente più vantaggiosa.

LE IMPRESE CHE HANNO PARTECIPATO ALLA MISSIONE

Come sono state scelte le imprese che hanno partecipato alla missione in Cina? Questa la domanda maliziosa dei due eroi del Fatto Quotidiano, una maliziosità condita dall’ironia sciocca e in malafede di chi vuol darsi il tono di aver scoperto una centrale di smistamento di prodotti illeciti guidati dagli eredi di Al Capone, tutto ciò nel tentativo di far apparire poco trasparente una procedura pubblicizzata su tutti i media. E qui si rivela tutta la malafede  dell’articolo di Fierro e Musolino. Fincalabra, infatti, ha predisposto una manifestazione di interesse, che evidentemente i due grandi giornalisti disconoscono completamente, tuttavia alla lacuna si poteva ovviare con la semplice consultazione di una normale raccolta di leggi sulla pubblica amministrazione. Ignoranza o meno dei due imprudenti cronisti della menzogna, val la pena spiegare ai lettori che cos’è una manifestazione d’interesse.  Nella PA la manifestazione d’interesse è semplicemente la volontà  di far conoscere ai soggetti interessati l’oggetto di un’ azione, nel caso in questione la missione in Cina. La manifestazione d’interesse, dunque, è stata pubblicata sul portale di Fincalabra e, attraverso appositi comunicati stampa, è stata promossa su tutte le testate regionali d’informazione.  Tutte le aziende che hanno manifestato l’interesse a  partecipare sono state ammesse.

Dunque, le due prugne che non riuscivano a mandare giù  i due cronisti dello scandalismo d’accatto, ovvero, Pubbliemme e le imprese partecipanti, sono state selezionate così. Tutto pubblico, tutto documentabile, documenti che, tra l’altro, sono stati consegnati a Musolino e che, evidentemente, non ha ritenuto di leggere o peggio, li ha letti, ma li ha ignorati per perseguire l’obiettivo che gli era stato affidato dal cofirmatario del pezzo e del suo mandante calabrese.

LE AFFERMAZIONI DI CALLIPO, DODARO E LAMBERTI CASTRONUOVO



Non c’è che dire, un bell' esempio di giornalismo d’inchiesta. Un giornalismo d’inchiesta che invece di leggere carte e documenti, esercizio ritenuto forse troppo faticoso per i due cronisti, ha preferito dare voce ad alcuni imprenditori che, guarda caso, con La Missione Calabria in China non c’entravano proprio nulla e che, almeno da quanto riporta il pastone confezionato da Fierro e Musolino,  sarebbero stati tenuti fuori dalla Missione. Ad aprire le danze l’imprenditore/politico Pippo Callipo di “Io resto in Calabria” (sarà per questo magari che non ha fatto domanda per andare in Cina?), un passato nel tentativo di arrivare in politica partendo da Di Pietro, passando per Fini e per An e Forza Italia e ora con simpatie pentastellate. Un imprenditore sempre pronto a puntare il dito contro tutti, nel tentativo di dimostrare una superiorità morale rispetto a tutti e tutto e che, per quanto si sia sforzato, difficilmente si nota. Certo, Callipo ha un bella azienda, ma la Calabria è piena di tante aziende solide e costituite da imprenditori  perbene. Se Pippo Callipo non ha ritenuto di partecipare alla manifestazione d’interesse è un problema suo, certo non può affermare quanto riportato sul Fatto : “Sono allibito… non son stato ritenuto meritevole di partecipare a questa iniziativa. Forse non ho il certificato politico adatto. Occorre capire quali sono i criteri con cui si selezionano le aziende. Se li detta qualche onorevole o si tratta di dati oggettivi, fatturato, presenza e onorabilità.” No, il dott. Callipo non si può permettere di fare osservazioni di questo tipo, sa bene Callipo che, alle “manifestazioni d’interesse” si partecipa, non si viene invitati e, da quanto ci è dato sapere, la sua azienda non ha ritenuto di aderire e,dunque, invece di sostenere sciocchezze sul suo profilo Facebook, Callipo avrebbe il dovere morale di dimostrare che è stato escluso , pubblicando gli eventuali  atti che dimostrino di avere subito un torto. In assenza di tutto ciò, quello che sostiene Callipo sono ciarle, utili o preliminari a promuovere la sua figura politicamente e, d’altronde, non sarebbe  la prima volta e, crediamo, nemmeno  l’ultima. Altre aziende calabresi, prestigiose  quanto e più di Callipo, invece,  hanno partecipato alla manifestazione d’interesse e alla missione: Cantine Spadafora, Amarelli, Caffè Aiello, Oli Sità, solo per citarne alcune, aziende note e già presenti nei mercati di tutto il mondo. E’ evidente, dunque, che le esternazioni di  Callipo, quantunque fossero vere,  sarebbero  da ricondurre alla sua ennesima tentazione di buttarsi in politica. Aspirazione legittima, ci mancherebbe altro, ma ci risparmi questa volta  la storiella di Pippo Callipo vittima del sistema in Calabria, da tempo ormai a questa favoletta  non crede più nessuno.

Anche le testimonianze degli altri imprenditori citati nell’articolo  lasciano il tempo che trovano, anzi alcune hanno un aggravante come, ad esempio  quanto  sostenuto dall’imprenditore Dodaro, il quale, oltre ad essere  l’ex editore del Quotidiano della Calabria,ha  la figlia attualmente  concessionaria della Pubblicità del Quotidiano del Sud. Sentire Dodaro affermare di non aver saputo niente di una manifestazione d’interesse, pubblicata su tutte le testate regionali, lascia perlomeno perplessi. Infine,   c’è da registrare la dichiarazione di  Lamberti Castronuovo, editore di Reggio TV, imprenditore della Sanità, assessore provinciale alla legalità di Reggio Calabria, sindaco di San Procopio.  Lamberti Castronuovo si lamenta di non aver visto nessun bando perché, diversamente, avrebbe partecipato e verrebbe da pensare che se l’azienda di Lamberti Castronuovo si é lasciata scappare la pubblicazione del bando di cui sopra,  ciò potrebbe significare solo che la sua azienda ha serie falle nella sua organizzazione interna se, proprio a quella gara, che lui sostiene di non aver visto, però,  ha invece partecipato  un’azienda di Terni, evidentemente molto meglio strutturata della sua, una circostanza questa che  smentisce nei fatti l’affermazione dell’editore reggino.   Le sue osservazioni sull’entità del ribasso, poi, rimangono personali opinioni, l’aggiudicazione di una gara, infatti, è regolata per legge e da un capitolato, Lamberti Castronuovo che, oltre ad essere un imprenditore, è anche un amministratore pubblico, questo dovrebbe saperlo, il resto come già detto, sono  personalissime opinioni e non possono minimamente essere considerate dei fatti, o peggio indizi  sulle quali costruire  illazioni e sospetti sulla linearità  di una procedura di gara.

I RISULTATI DELLA MISSIONE



La missione la Calabria in China non era una fiera e nemmeno la partecipazione ad un mercato. La missione, secondo le intenzioni dell’ente attuatore Fincalabra, è stata concepita per introdurre le imprese calabresi  nel contesto di una serie di relazioni economiche e commerciali, finalizzate a stabilire rapporti e contatti al fine di facilitare i rapporti commerciali con il mercato della Cina. Le caratteristiche della missione, dunque, non prevedevano di portare prodotti o merce da vendere. Infatti, i tre giorni a Pechino sono stati un intenso susseguirsi di incontri con i buyers cinesi, con operatori commerciali e importatori diretti. Ai fini della missione, dunque, sarebbe bastato che le aziende avessero dietro un catalogo o le brochure di presentazione dei prodotti.  La Pubbliemme aveva  chiesto ,però, ai partecipanti, qualora lo avessero ritenuto, di portare dei campioni espositivi dei prodotti, una condizione non obbligatoria che comunque avrebbe potuto arricchire gli spazi e i luoghi dove si sono tenuti gli incontri. Una precauzione che si è rivelata utile per una variabile al programma della Missione, e cioè  la visita ad una catena commerciale di Pechino che commercializza solo prodotti d’importazione da tutto il mondo. Questa variabile, tra l’altro, è stata possibile grazie alla collaborazione e alla consulenza fornita alla Missione da parte dell’Istituto per il Commercio con l’estero in Cina nella persona del suo direttore Antonio Laspina, oggi, direttore generale ICE. Grazie all’ICE  sono stati superati alcuni problemi relative al blocco della merce dal sistema doganale della Cina, un intoppo che nelle missioni internazionali può capitare. Le affermazioni di Davide Marano, dunque, se da un lato possono essere comprese, in considerazione del fatto che il suo prodotto ha avuto qualche problema di sdoganamento, dall’altro lato, invece, lasciano perplessi per due motivi: il primo perché il sig. Marano non è stato in Cina ma ha mandato un amico che, per quanto di buona volontà, non ci ha messo l’impegno che una missione del genere prevedeva; il secondo è che Marano, all’incontro che le aziende hanno fatto al ritorno della Cina a Camigliatello, aveva pubblicamente espresso un giudizio positivo sull’iniziativa. A questo punto c’è da dubitare sulla trascrizione che i due cronisti hanno fatto della sua dichiarazione, ipotesi non peregrina, considerato le menzogne contenute in tutto l’articolo. Ed a smentire la ricostruzione  di Fierro e Musolino ci hanno pensato gli stessi imprenditori, i quali, non solo hanno scritto una lettera al Presidente Oliverio per ringraziare la regione per questa opportunità, ma hanno parlato di novità e inversione della rotta nella storia delle missioni commerciali internazionali di questa Calabria. Missioni che, appunto, rappresentano opportunità, le quali possono alcune volte riuscire ed altre no. Ad oggi i fatti smentiscono la ricostruzione dei due paladini del “professionismo del giornalismo della legalità”: alcune aziende sono tornate con pre contratti commerciali da Pechino e, altre, come l’azienda Aiello, un settimana fa hanno ricevuto già la visita di un buyer cinese, frutto di quei rapporti stabiliti nella missione la Calabria in Cina.   Solo considerazioni  superficiali potevano ridurre il tutto ad una questione di fichi secchi non sdoganati come riportato nella fantasiosa e calunniosa ricostruzione su “Il fatto Quotidiano”.   

LAC, LACNEWS24, FIERRO E IL SUO MANDANTE CALABRESE



La parte finale di questo mio lungo articolo lo dedico alle illazioni e al venticello della calunnia soffiato nel pezzo de “Il fatto” verso il sottoscritto, da parte dei due colleghi(?!)di cui sopra. Per costoro , infatti, sarei colpevole di aver documentato la Missione La Calabria in Cina. Sono andato in Cina su richiesta della mia azienda editoriale insieme ad un collega operatore. Il mio compito era quello di informare i calabresi della missione e, quindi, rendere trasparente una missione pubblica. Lo abbiamo fatto con 5 pezzi per il TG in tre giorni e tre reportage da 30 minuti divise in tre puntate. Abbiamo raccontato la missione, abbiamo fatto, dunque, il nostro dovere di cronisti. Servizi giornalistici, documenti audiovisivi, pezzi e foto per le testate digitali. Abbiamo raccontato la verità, che nessuno può smentire, neanche i pastoni di menzogne confezionati dal giornalismo nauseante della delazione e della illazione che praticano i Fierro e il suo mandante calabrese.  Il lavoro giornalistico che abbiamo prodotto è in rete, consultabile, come consultabili sono tutta la documentazione della missione. Ecco che, allora, di fronte alla montagna dei fatti concreti realizzati e raccontati, si passa al tentativo subdolo di insinuare il sospetto sulla moralità di chi li ha documentati. Insinuare il sospetto, per intaccarne la credibilità. Quale sarebbe la mia macchia? Secondo Fierro e Musolino  una mia  presunta appartenenza all’associazione Idea, vicina al PD, coinvolta in rimborsopoli e per la quale è stato indagato Nicola Adamo.  Fierro (tralascio Musolino di cui dirò dopo) questa volta  ha proprio sbagliato indirizzo, e come ho avuto modo dire al suo mandante e collega di merende  calabrese, troverà pane per i suoi denti se crede di affermare il  giornalismo della calunnia sul giornalismo della verità con questi metodi. Il sottoscritto non appartiene a nessuna associazione, sono stato direttore di TV IDEA, testata regolarmente registrata al Tribunale di Cosenza,  e  l'associazione ne era editore.  Per questa funzione ho ricevuto per circa un anno e mezzo un compenso. L’associazione e i miei compensi, mio malgrado, sono finiti nell’inchiesta denominata “rimborsopoli”. Il problema sul piano formale non mi riguarda, disconosco i conti, non sono indagato, né potevo esserlo, considerato che sono stato chiamato  da giornalista. Fierro ritiene, al pari del  suo mandante calabrese, che sia un crimine ricevere un compenso da una testata politica? Il mio compenso è stato legittimo, sicuramente, è stato molto più basso dei compensi che Enrico Fierro ha incassato dal PCI, dal PDS e dai DS come giornalista de L’Unità per anni, quella stessa Unità che, proprio un manipolo di redattori  come Fierro ha contribuito a portare alla bancarotta. Fierro, evidentemente, ritiene che i soldi con i quali ha campato per anni sulle spalle dei DS siano moralmente più puliti dei compensi percepiti dal sottoscritto? Oppure ritiene che i compensi che ha incassato con i proventi del libro “E ora ammazzateci tutti”, libri consegnati proprio da Ferro a Nicola Adamo, all’epoca vice presidente della regione, affinché li potesse piazzare tra i militanti dei DS calabresi,  erano soldi accettabili se incassati da lui e sono immorali se li hanno incassati gli altri? Se proprio Fierro vuole fare un giornalismo d’inchiesta serio perché non fa una serie indagine sui soldi incassati dal suo mandante calabrese proprio da quella regione Calabria tra il 2005 e il 2010? Scoprirà che proprio il suo collega e, componente di quel circolo dei giornalisti della legalità a trucco, ha beccato milioni di euro di contributi, facendoli passare da sotto il naso a quei giornalisti ai quali per mesi non veniva pagato il salario. Lo domandi proprio al suo cofirmatario del pezzo Lucio Musolino, si faccia raccontare da lui quello che ha già raccontato a me. Se poi Fierro  vuole dimostrare di avere gli attributi d’acciaio, provi ad approfondire i rapporti tra il suo collega e mandante calabrese e alcuni imprenditori e società dai quali quel giornalista  ha ricevuto lauti compensi mensili per anni, a cominciare da quel  Fabrizio Palenzona che al suo collega aveva messo a disposizione auto con autista e ufficio a Roma e che poi,  d’incanto, (ma solo dopo essere stato licenziato) diventa un pericoloso mafioso. Stessa sorte toccata a quel Vincenzo Speziali con il quale il suo collega divideva cene succulente tra il Libano, Roma e Catanzaro, fino a quando, nuovamente  d’incanto, si è accorto che era diventato uno ‘ndranghetista, e, se proprio Enrico Fierro vuole dimostrare quel campione di giornalista della legalità che non è, approfondisca alcuni rapporti privilegiati di questo suo collega e mandante calabrese con alcuni imprenditori legati a Finmeccanica o con l’AD della General Costruction. Fatto tutto ciò, e solo allora, Enrico Fierro, dimostrerà di essere un vero giornalista e non semplicemente un forcaiolo che cerca di darsi una dignità con qualche pubblicazione anti ndrangheta,denunce e ricerche che oggi sono in grado di svolgere meglio e con onestà intellettuali gli alunni delle  scuole medie di qualsiasi realtà della Calabria. Enrico Fierro dimostrerà la sua credibilità solo quando avrà il coraggio di rompere legami e frequentazioni con quel giornalismo del quale, come nel pezzo in questione de Il fatto quotidiano,  è divenuto inconsapevolmente o consapevolmente  killer mediatico di un estorsore travestito da giornalista che, per spessore morale e professionale, metterebbe in imbarazzo anche il più spregiudicato dei  Bisignani. Se Fierro magari vuole saperne di più, mandi Musolino ad intervistare quel Santo Gioffre’ che forse potrebbe contribuire a schiarirgli le idee su dove si annida il malaffare in questa regione.
Si rassegni dunque, questo giornalismo d’accatto, LaC, LaCnews24 e tutte le testate del Gruppo Pubbliemme continueranno a raccontare fatti e non bufale e non ci faremo certo intimidire da articoli “pastone”, dalle menzogne mediatiche e dalla spocchia di qualche satellite mediatico di questo giornalismo, che pretende di rovesciare il principio della sana informazione che è quello di raccontare la verità a favore di una informazione tutta tesa  a manipolare e rovesciare i fatti come è stato fatto nell’articolo pubblicato da “Il Fatto Quotidiano”.

Pasquale Motta
Direttore Lacnews24.it

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Pasquale Motta
Giornalista
A questa noiosa e ipocrita lagna del clero, sulla famiglia, rispondo con una citazione di Ronald David Laing, un noto psichiatra inglese:”La famiglia si può immaginare come una ragnatela, un fiore, una tomba, una prigione, un castello.” Da dirigente comunista e diessino, sono stato un fedele soldato del Politìchesckij Bjurò ora da democratico, nell’era del “pensiero leggero”, sono un anarchico, controcorrente e provocatore. Mi stanno sulle balle,  i pomposi intellettuali post-comunisti, peggio se, con la puzza sotto il naso. Sono freddo e passionale, rosso e nero. Non mi fido delle tonache; nere, rosse, giudiziarie o clericali. Bigotti, puritani e moralisti li darei volentieri in pasto al “gorilla” di De Andrè, ai razzisti  farei fare un’esperienza in quei campi con la scritta: “il lavoro rende liberi”. Presuntuoso? Può darsi! Rompicoglioni! Certo! Se parlo, conosco, se non conosco, sto zitto! Per dirla come  Theodor W. Adorno:  “La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta. Amo questa frase di Vittorio Foa: “il sogno può accompaganre la vita ma non deve determinarla. Quando scegli non devi sognare, tu sei responsabile”. Caratterialmente mi si addice questa citazione frase di  Winston Leonard Spencer Churchill: “Combatteremo sulle spiagge, combatteremo sui luoghi di sbarco, nei campii nelle strade e nelle montagne. Non ci arrende­remo mai…”

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