Calabria sempre più azzurra, centrosinistra sempre più nero ma per il Pd va tutto bene

Le provinciali di Vibo e Catanzaro confermano il trend di questi mesi sul piano politico. Giuseppe Mangialavori ha praticamente sbancato tutto quello che c’era da sbancare in provincia di Vibo Valentia. Abramo e Solano i nuovi presidenti di Catanzaro e dell'antica Monteleone. Il dato dignitoso di Ernesto Alecci dimostra che il centrosinistra si salva solo se manda a casa il vecchiume attuale

di Pasquale Motta
giovedì 1 novembre 2018
12:07
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Giuseppe Mangialavori e Salvatore Solano
Giuseppe Mangialavori e Salvatore Solano

Giuseppe Mangialavori ha praticamente sbancato tutto quello che c’era da sbancare in provincia di Vibo Valentia. Dopo il successo di Tropea qualche giorno fa, un suo uomo conquista anche la Provincia portando a casa il primo Presidente di centrodestra della storia dell’ente intermedio dell’antica Monteleone. Anche Catanzaro passa in mani azzurre: Sergio Abramo sarà il nuovo presidente dell’ente intermedio della provincia capoluogo. Una vittoria però, giocata all’ultimo voto e con uno scarto di pochi voti ponderati, praticamente, meno di un consigliere comunale catanzarese. È evidente che all’interno della maggioranza qualcuno ha fatto melina. La caccia al traditore è ufficialmente aperta. Abramo conquista la provincia, dunque, ma esce ridimensionato politicamente e, quindi, destinato a pesare di meno nella dinamica regionale. A questo punto sarebbe interessante comprendere chi siano i mandanti di questa chirurgica operazione di ridimensionamento del primo cittadino catanzarese e del centro destra del capoluogo.

Giorno dopo giorno, invece, è a Vibo Valentia che si sta consolidando il radicamento del vero uomo forte del centrodestra calabrese: Giuseppe Mangialavori. Il ruolo del senatore Vibonese è in ascesa. E sono in tanti a chiedersi dove potrà arrivare il giovane medico azzurro. Il senatore, infatti, è riuscito ad attrarre fasce consistenti di dirigenti del PD in dissenso verso i ranghi regionali e nazionali del loro partito, sia in città che in provincia.


L’inarrestabile declino Pd

Elezioni dopo elezioni, responso dopo responso, ogni competizione diretta o indiretta, sta smantellando il radicamento sociale ed elettorale del centrosinistra. Il conflitto all’interno è forte e per la prima volta non si manifesta attraverso battaglie interne ma con l’aperto dissenso elettorale. Un dissenso, quello proveniente dal centrosinistra, alimentato dall’atteggiamento dei massimi rappresentanti di questo partito a livello regionale: Mario Oliverio e Nicola Adamo. Il presidente della regione e l’ex consigliere regionale cosentino, infatti, spesso hanno ricorso ai trasversalismi, ai contrasti nei territori alimentati ad arte. I soliti giochi utilizzati a uso interno per ridimensionare questo o quello, magari probabili disturbatori dei manovratori.


Il tentativo di rimettere in campo vecchi traditori e trasformisti del Pd, come è successo nel Vibonese anche in questa occasione (emblematica la foto all’aeroporto di Lamezia Terme), questa volta però non è riuscita, il consueto malcostume o se volete la consueta degenerazione politica della vecchia tradizione interna alla sinistra è stata spazzata via dal responso di queste provinciali. I ranghi partitocratici, la “coerenza” partitica a trucco, spesso auspicata dai vecchi dinosauri della sinistra calabrese per giustificare le loro più spregiudicate alleanze e malefatte, evidentemente, questa volta non ha funzionato e non è riuscita a fare argine alla frana elettorale. I risentimenti, l’insofferenza, la stanchezza della base pd e dei quadri intermedi come i consiglieri comunali e i sindaci del territorio, a Vibo per esempio, si sono trasformati in aperto dissenso nelle urne, favorendo il candidato azzurro, il sindaco di Stefanaconi, Eugenio Solano.


Ernesto Alecci a Catanzaro, in qualche modo, salva la faccia al Pd. Il primo cittadino soveratese, infatti, è riuscito ad arginare la frana nel Catanzarese perché percepito come una figura nuova. Chiaramente in queste ore i vecchi dinosauri del Pd stanno cercando di capitalizzare il risultato in chiave di autoconservazione, facendo circolare la voce che il risultato di Alecci sia da ricondurre al sostegno di Oliverio. E tuttavia basta prestare un orecchio nel territorio per avere cognizione che una interpretazione del genere si potrebbe definire puro illusionismo politico. Sono in molti a pensare, invece, che se Alecci si fosse ancor di più liberato dall’affrancamento di Oliverio avrebbe potuto addirittura vincere la sfida con il primo cittadino del capoluogo. Il Pd calabrese, dunque, ha perso faccia e voti su tutti i fronti.


Le elezioni provinciali dimostrano che il PD potrebbe ancora giocare una partita se avesse il coraggio e la volontà di mettere in campo una generazione nuova di amministratori e dirigenti come Ernesto Alecci, mandando a casa definitivamente una classe dirigente fallimentare, usurata e consunta che da trent’anni fa il bello e il cattivo tempo e che, ormai, ha portato la sinistra calabrese sull’orlo di una bancarotta fraudolenta. Difficilmente però, l’attuale classe dirigente troverà il tempo, l’onestà intellettuale, il coraggio, la generosità di fare un radicale passo indietro. L’ultimo sondaggio della Bimedia dà il centrosinistra calabrese intorno al 15%, tuttavia, gli oligarchi calabresi non sembrano preoccuparsi più di tanto, impegnati come sono nel continuare a presidiare i seggi di maggioranza o di pianificare quelli di opposizione, magari progettando di rinnovarsi con il metodo più odioso, quello che ha trasformato la sinistra, un partito popolare e di massa, in una élite odiata: il familismo amorale.


In un tale contesto, se il centrodestra calabrese avrà l’intelligenza di creare gli strumenti politici adeguati, potrebbe continuare ad attrarre e intercettare verso di sè sempre più consistenti fasce di dissenso dal centrosinistra e, forse, qualcuna anche eclatante.


Pasquale Motta

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Pasquale Motta
Giornalista
A questa noiosa e ipocrita lagna del clero, sulla famiglia, rispondo con una citazione di Ronald David Laing, un noto psichiatra inglese:”La famiglia si può immaginare come una ragnatela, un fiore, una tomba, una prigione, un castello.” Da dirigente comunista e diessino, sono stato un fedele soldato del Politìchesckij Bjurò ora da democratico, nell’era del “pensiero leggero”, sono un anarchico, controcorrente e provocatore. Mi stanno sulle balle,  i pomposi intellettuali post-comunisti, peggio se, con la puzza sotto il naso. Sono freddo e passionale, rosso e nero. Non mi fido delle tonache; nere, rosse, giudiziarie o clericali. Bigotti, puritani e moralisti li darei volentieri in pasto al “gorilla” di De Andrè, ai razzisti  farei fare un’esperienza in quei campi con la scritta: “il lavoro rende liberi”. Presuntuoso? Può darsi! Rompicoglioni! Certo! Se parlo, conosco, se non conosco, sto zitto! Per dirla come  Theodor W. Adorno:  “La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta. Amo questa frase di Vittorio Foa: “il sogno può accompaganre la vita ma non deve determinarla. Quando scegli non devi sognare, tu sei responsabile”. Caratterialmente mi si addice questa citazione frase di  Winston Leonard Spencer Churchill: “Combatteremo sulle spiagge, combatteremo sui luoghi di sbarco, nei campii nelle strade e nelle montagne. Non ci arrende­remo mai…”

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