Il dramma di una politica focalizzata sui risultati immediati, sugli interessi privati e sull’occultamento dell’informazione comporta uno Stato che di democratico ha solo il nome. I nomi di chi, a livello globale, sta contribuendo attivamente a sdoganare questo modello di democrazia sono noti. L'impressione è quella che dagli Stati Uniti d'America stia prendendo piede in tutta Europa l'idea di uno Stato che, ancora una volta, si ritira sempre di più, che non garantisce più servizi, ormai disponibili soltanto per chi ha la possibilità di garantirseli privatamente.

Fatto sta che, in Calabria più che altrove, siamo costretti a sottostare a un evidente regresso civile che al mostruoso e alla distruzione affianca un tentativo grossolano di spacciare per civiltà una contro-modernità (che qualcuno ha definito “sviluppismo”) apparecchiata per cittadini insicuri e timorosi, oltre che espropriati dei servizi essenziali.

Il quadro della questione è articolato, ma già evidente. Sebbene sparuti gruppi di cittadini tentino qua e là di replicare, si riscontra ancora una troppo diffusa neutralità che ha finito per spegnere quasi del tutto l’identità di un uomo al quale, in seno a una civiltà occidentale costruita su coercitivi ordini di Stato più che su leggi, viene negato il pur minimo diritto di autodeterminazione.

Eppure, da non pochi versanti, è emersa la necessità di declinare diversamente l’economia, il progresso e la responsabilità politica, non più secondo azioni parziali che non tengono conto delle diverse e complesse esigenze degli individui e delle comunità. Ad esempio, sarebbe necessaria una pratica politica che salvaguardasse ambiente e lavoro e, contemporaneamente, si aprisse a una considerazione più ampia del diritto alla salute di popolazioni che, da un lato, sono state private di diversi presidi ospedalieri e, dall'altro, non dispongono neanche dei mezzi per andarsi a curare altrove.

È ormai urgente l’adozione da parte di tutti gli organismi amministrativi di un’idea di ecologia integrale che sia etica prima ancora che politica e che sia umana, attenta alla vita delle persone e contro le strutture consolidate e spesso mafiose di potere. Contro una regione intesa come campo-dormitorio dell’Italia, se non proprio come pattumiera, si esige che venga restituita al popolo la sovranità sui beni comuni e sulla propria vita. Nel considerare questa incredibile situazione (e nel tentare di migliorarla) il punto di partenza non può essere l’idea che la questione calabrese resti locale, aspettando inutilmente che venga risolta dall’alto, come nel passato affidandosi a un meridionalismo strapaesano e avvilito.

Il punto di partenza è una Calabria che si costituisca entro un progetto derivato dalla considerazione pratico-politica, prima ancora che morale, che un irreparabile processo di decomposizione generale sta interessando l’intera collettività nazionale, arrivando a coinvolgere la vita economica, sociale, civile, culturale di tutta l’Italia, secondo un prospetto di cui è facile trovare il modello planetario nei toni e nelle azioni di Trump e Musk.

Non sarebbe poi così difficile riappropriarsi di tutto quanto ci appartiene socialmente, iniziando a contrastare la privatizzazione e la svendita della ricchezza collettiva, ma anche superando la logica del pubblico così come l’abbiamo storicamente conosciuta, perché lo Stato, è bene ribadirlo, non coincide per forza con lo statale e il burocratico.