Dall’arte come resistenza al sangue che non si asciuga.

C’è un uomo di cui, oggi, ritroviamo finalmente il volto, e di nuovo la voce.

Fino a poche ore fa non sapevamo dove fosse.

Non sapevamo come stesse.

Non è un soldato. Non è un leader politico. Non è un ricco funzionario.

È solo un regista.

Un uomo che ha scelto di impugnare una cinepresa al posto di un fucile, con uno sguardo più pesante di mille proclami.

Si chiama Hamdan Ballal.

È palestinese. È stato pestato, ferito, poi arrestato.

Il suo crimine? Aver raccontato ciò che non doveva essere raccontato.

Domenica sera, in Palestina, nel villaggio di Susya – una manciata di case sotto un cielo che ogni giorno lotta contro l’oblio – la violenza è arrivata.

Travestita da normalità.

Armata di pietre, maschere e ferocia.

I coloni hanno colpito come si colpisce una malattia che si vuole cancellare dal corpo del mondo.

Hanno sfondato porte.

Colpito volti.

Dilaniato corpi.

Pietre, bastoni, urla.

Poi sono arrivati i soldati.

Poi, l’ambulanza.

Hamdan Ballal era sanguinante. Colpito alla testa, cercava soccorso.

Ma dentro quell’ambulanza non ha trovato cura: ha trovato le manette.

Le sue mani ferite legate. Il suo sangue lasciato seccare sulle pieghe di una barella.

Martedì mattina, dopo una notte di terrore e silenzio, Hamdan Ballal è stato rilasciato.

Ma non era più lo stesso uomo che avevano preso.

Aveva passato ore ammanettato, bendato, spinto a terra da due soldati che lo colpivano come si colpisce ciò che non si vuole vedere.

Nella colonia israeliana di Kiryat Arba, non c’erano né domande né risposte: solo gelo, minacce e bastoni.

Ho avuto paura di morire” ha detto. “Mi picchiavano con l’intenzione di uccidermi. Uno dei soldati mi ha puntato il fucile e ha sparato. Due colpi in aria. Poi altri tre”.

Bendato, rinchiuso in un luogo freddo, obbligato a rimanere immobile, con la sola alternativa della violenza.

Sentivo il mio nome, ripetuto insieme alla parola Oscar. Come se quel premio fosse un affronto. Come se raccontare fosse diventato un crimine”.

Così Hamdan ha trascorso la notte: tra provocazioni, urla e oggetti non identificati poggiati sulla sua testa, per fiaccare la mente più ancora del corpo.

Al suo rilascio, le autorità israeliane hanno imposto il silenzio: lui e gli altri due arrestati non potranno più avere contatti.

Un modo sottile per dividere, spezzare, isolare.

Eppure, la sua voce è tornata, ferita ma viva.

Yuval Abraham, il co-regista israeliano, ha annunciato la sua liberazione, denunciando il silenzio dell’Academy e l’indifferenza del mondo.

“Dopo essere stato picchiato tutta la notte in una base militare, Hamdan è libero. Sta tornando a casa dalla sua famiglia.”

Non sappiamo cosa lascerà dentro di lui quella notte.

Ma una cosa la sappiamo.

Sappiamo chi è.

E questo basta per non voltare lo sguardo dall’altra parte.

Ballal è l’uomo che ha osato filmare il vento.

Quel vento che spazza la polvere delle macerie dei villaggi demoliti.

Quel vento che racconta, più delle parole, cos’è un’esistenza senza radici.

“No Other Land” è il titolo del suo film.

Un titolo che è già una condanna.

Il documentario, diretto insieme al collega israeliano Yuval Avraham, è un’opera che rompe i confini.

Mostra la realtà di un popolo che non ha più case, ma non ha mai perso la voce.

Parla di demolizioni, di convivenze tradite, di dignità sepolta nella polvere.

Ma lo fa senza odio.

Lo fa con lucidità. Con umanità.

Lo fa mostrando che può esistere una visione diversa.

Israele e Palestina, insieme.

Sul palco degli Oscar, uno accanto all’altro.

Il sogno più pericoloso per chi vive di muri.

Perché chi cerca di unire, in tempo di guerra, è sempre un traditore.

Ed è per questo che Hamdan Ballal è diventato un bersaglio.

Non per ciò che ha detto, ma per ciò che ha osato mostrare.

La sua è una verità che non grida, ma brucia.

Una verità che scava.

Che rompe la narrazione comoda del bianco e del nero.

Che mostra che anche tra gli oppressi c’è bellezza.

Che anche tra gli oppressori può nascere dissenso.

E tutto questo è intollerabile per chi ha bisogno che il conflitto resti eterno, irrisolto, binario.

Ballal non è un martire da commemorare.

È un uomo vivo.

Ed è proprio per questo che fa paura.

Perché vive. Crea. Filma.

Perché resiste con l’arte, con lo sguardo, con la memoria.

Chi filma il vento, in questa epoca, viene colpito.

Perché il vento è movimento.

È passaggio.

È cambiamento.

E il potere ha terrore del vento.

Perché non può rinchiuderlo.

Non può controllarlo.

Non può zittirlo.

Oggi Hamdan Ballal è un nome, ma anche un simbolo.

Simbolo di un’arte che non consola, ma interroga.

Simbolo di una Palestina che non vuole sparire.

La storia di chi, invece di fuggire, resta.

Di chi, invece di odiare, mostra.

Di chi, invece di mentire, vive.

E proprio per questo, Hamdan Ballal fa paura.

Perché non si accontenta di essere palestinese: è anche artista.

E l’artista, nei tempi della guerra perpetua, è il più sovversivo dei nemici.

Perché non dà risposte: pone domande.

Perché non separa: unisce.

Perché non grida: sussurra.

E i sussurri, quando toccano l’anima, sono bombe silenziose.

Ballal, insieme a Yuval Avraham, regista israeliano, ha creato un’opera che non chiede il permesso.

Non chiede che si scelga da che parte stare.

Chiede solo di guardare.

E chi guarda davvero, non può più fingere.

Forse è per questo che l’hanno colpito alla testa.

Per spegnere lo sguardo.

Per chiudere l’obiettivo.

Perché gli occhi che raccontano sono più pericolosi dei razzi.

Perché la verità, detta senza odio, è l’unica cosa che fa davvero paura.

E ora, mentre il suo corpo torna a casa, ma porta i segni di una notte disumana, c’è un film che aspetta di essere visto.

Un film premiato agli Oscar, ma rifiutato dai distributori americani.

Troppo vero. Troppo scomodo. Troppo giusto.

Come se il dolore dovesse sempre avere un visto.

Come se i morti, per essere ascoltati, dovessero avere la cittadinanza giusta.

Eppure Ballal è lì.

Non nel luogo fisico da cui ci è stato strappato.

Ma nel simbolo che ora incarna.

È il volto di chi ha scelto la bellezza contro il cinismo.

La narrazione contro la propaganda.

La coesistenza contro la vendetta.

E allora noi abbiamo il dovere di fare una cosa sola: non lasciarlo solo.

Non permettere che il suo nome svanisca tra le cifre delle cronache.

Non lasciarlo diventare l’ennesimo numero che si dimentica a fine riga.

Hamdan Ballal è oggi la coscienza dell’arte.

E se l’arte non può più proteggere i suoi figli, allora non è più arte: è intrattenimento per privilegiati.

Questa storia – la sua – è già scritta nella carne del presente.

Noi possiamo solo decidere se leggerla o girare pagina.

E chi gira pagina, stavolta, non è più neutrale.

È complice.