I predatori di mimose se ne fottono delle pari opportunità in politica

Il Consiglio regionale della Calabria affossa per l’ennesima volta la legge sulla doppia preferenza di genere. Una farsa che va avanti da troppo tempo tra ipocrisie e falsi impegni

di Enrico De Girolamo
11 marzo 2019
23:26
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Passata la festa, gabbatu lu santo. I predatori di mimose, quelli che alla Festa della donna dispensano fiori che manco un venditore di rose del Bangladesh, sono tornati a fare quello che meglio sanno fare: parlare, parlare, parlare e, in sintesi, fottersene. Dopo la solita abbuffata di retorica dell’8 marzo sulle pari opportunità, il Consiglio regionale della Calabria ha affossato per l’ennesima volta la nuova legge elettorale sulla doppia preferenza di genere, che assicurerebbe maggiori chance di partecipazione femminile all’Assemblea, che oggi, su 31 consiglieri (compreso il presidente della giunta), vede tra gli scranni la sola Flora Sculco, con una proporzione numerica – 30 a 1 – che la dice lunga sull’urgenza di cambiare le regole per garantire alla Calabria di vedere l’altra metà del cielo. Un’urgenza che non è solo etica, ma anche imposta dalla necessità di adeguare la legge elettorale calabrese a quanto prevede la legislazione nazionale in materia.

 

A quanto pare, però, in Calabria non c’è legge che tenga se la politica decide che una cosa non deve passare. Le donne vanno bene come elettrici, a cui regalare cuori posticci e dedicare vuote parole l’8 marzo. Ma come elette no, non vanno bene a nessuno, neppure a quelli che si sbracciano fino a slogarsi le clavicole per far capire quanto sono progressisti. A chiacchiere.
La seduta dell’Assemblea di oggi è stata scandalosa, per parole, opere e omissioni.
Le parole: «Sei ridicolo!» (Oliverio rivolto a Gallo). «Lei è ridicolo, si dimetta!» (Gallo rivolto a Oliverio).
Le opere: nessuna.
Le omissioni: tutte. C’è una legge nazionale, la numero 20 del 2016, che, piaccia o no, impone di adeguare la legislazione regionale alle norme in materia di pari opportunità, per garantire l'equilibrio nella rappresentanza tra donne e uomini nei consigli regionali, ma la Calabria si gira sempre dall’altra parte. Hai voglia a dire che non è vero, che è stato fatto questo e quello. Alla fine la somma dà sempre zero spaccato, zero con la coda. E oggi, dopo mesi e mesi di traccheggio, l’ennesima conferma in Consiglio: la seduta dell’Assemblea è stata sospesa dopo la rissa verbale tra il governatore Oliverio e il consigliere del centrodestra Gianluca Gallo, con la discussione che alla fine è stata rimandata al 25 marzo per manifesta mancanza di volontà. Campa cavallo.

 

Eppure, non ce n’è uno che abbia l’onestà intellettuale di dire che le donne è meglio che se ne stiano a casa a fare la calza, perché in politica tolgono spazio a quelli che se ne intendono davvero di come si guida il Titanic.
Nel 2019 siamo ancora lontanissimi dalla realizzazione di una concreta parità. Ma la Calabria, tutto sommato, è solo l’ennesimo esempio di un potere declinato quasi esclusivamente al maschile lungo tutto lo Stivale. Ma è proprio qui giù, tra lo Stretto di Messina e le cime del Pollino, che di donne al potere forse ci sarebbe più bisogno. Non perché siano meglio a prescindere. Sarebbe illusorio credere che basti aumentare la presenza femminile nelle istituzioni per migliorare la condizione dei calabresi. Ma parità significa anche poter affermare questo con certezza. Un giorno.

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