Ss 18, le prostitute simbolo di una regione malata di ipocrisia e strafottenza

Mentre ieri l'intera regione si apprestava a a festeggiare il ruolo della donna e la conquista dei diritti, sulla ss 18 tra Amantea e Nocera Terinese, altre donne erano costrette a vendere il proprio corpo, come accade da anni nel silenzio generale

di Francesca  Lagatta
sabato 9 marzo 2019
11:35
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Ieri era 8 marzo, una ricorrenza che dovrebbe far riflettere sul senso della donna e i diritti che ancora non ha, ma che per motivi capitalistici è diventata una becera sagra del consumismo, una festa che, tra un rametto di mimosa e un'abbuffata al ristorante, predilige lo spogliarello di uomini palestrati e unti come la salsiccia sottovuoto. Per carità, ognuna ha i propri gusti e anche le proprie esigenze, ma quello che salta agli occhi in giornate come quelle di ieri è l'ipocrisia di una intera regione, che predica bene e razzola male, molto male.

Ieri, mentre i politici lodavano la donna e il suo ruolo nella società, mentre le istituzioni facevano a gara per dimostrare quanto fosse profondo l'impegno per la difesa della donna (mah!), sul tratto della ss 18 compreso tra Amantea e Nocera Terinese, altre donne, evidentemente di serie c, continuavano ad essere usate, sfruttate e vessate, come accade praticamente da sempre. Sotto gli occhi di tutti.

Le prostitute della ss 18

Quelle donne non hanno un nome, per tutti sono «le prostitute di Amantea», sono lì da che io ho memoria, offrono il proprio corpo lungo una strada trafficata, dove passano quotidianamente carabinieri, poliziotti, procuratori, questori, politici di ogni rango, paladini della giustizia, difensori dei diritti umani a scadenza alternata, grandi filosofi e conoscitori dell'esistenza umana su facebook, femministe di razza e gli immancabili eroi di questa terra, senza dei quali non sapremmo che pesci prendere. Nessuno di loro, mai, è riuscito a mettere fine a questo scempio. E che ci sarà mai dietro questo donne, il Ku Klux Klan?

Donne vendute sotto effetto di alcool e droghe nel silenzio generale

Hanno qualsiasi età, alcune sono molto giovani tanto da sembrare adolescenti, esercitano il mestiere più antico del mondo a qualsiasi ora del giorno, attendono il prossimo cliente nelle piazzole del lungo rettilineo, a volte sono da sole, altre volte sono due, tre o quattro in pochi metri quadrati. La cosa più strana è che molto spesso queste donne sembrano essere in stato di alterazione, ballano come se nessuno le stesse guardando, cantano a squarciagola, fanno dei movimenti scoordinati al punto da pensare che siano sotto effetto di alcool e droghe. Forse lo fanno per lenire il dolore, per non sentire la lacerazione dell'anima quando il prossimo cliente violerà il loro corpo per qualche minuto di effimero piacere in cambio di soldi che dovranno consegnare al padrone. Ieri c'era una prostituta una con una parrucca biondissima, era stretta in una tutina nera aderente per ripararsi dal freddo. Per attirare l'attenzione degli automobilisti era seduta sul guard rail e si dimenava a mo' di pagliaccio del circo allargando braccia e gambe. Una scena raccapricciante, che si consumava sotto gli occhi di tutti, mentre nel resto della regione ci si preparava ad esaltare il ruolo della donna tra un fritto misto e una cantata al karaoke.

Una vergogna regionale

Per quale motivo in tutti in tutti questi anni nessuno mai ha proposto una soluzione per togliere quelle donne dalla strada? Come mai nessuno ha pensato di scoprire chi sono le persone che da decenni mandano avanti questa consolidata organizzazione criminale guadagnando sul dolore e lo sfruttamento di centinaia di donne? Che cosa pensano turisti e visitatori che di anno in anno tornano nella nostra regione e puntualmente trovano quelle ragazze in vendita lungo la strada? Quante prostitute ci sono lungo le strade meno trafficate della Calabria, quante donne stanno aspettando invano che le istituzioni vadano a liberarle dall'inferno della prostituzione?

Nessuna donna al mondo dovrebbe festeggiare l'8 marzo fino a quando l'ultima di loro non sarà liberata dalla schiavitù e dalla violenza, soprattutto se ciò accade grazie al silenzio e alla complicità delle istituzioni. Unitamente alla strafottenza di certi uomini. Esattamente come avviene da decenni in Calabria.

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Francesca  Lagatta
Giornalista
Francesca Lagatta è nata a Praia a Mare l’11 aprile del 1985. Dopo molteplici esperienze con la stampa locale, nel 2011 approda dapprima ad Hi Tech Paper del giornalista Leonardo Lasala, poi ad Alganews, il quotidiano on line diretto dal giornalista Rai Lucio Giordano. È in questo periodo che si forma come giornalista di inchiesta. Nel 2014 è nella redazione calabrese di Notìa, poi è la volta de L’Ora siamo Noi, La Provincia di Cosenza e una piccola parentesi televisiva nel programma Perfidia, al fianco della giornalista Antonella Grippo. Scrive ancora per Identità Insorgenti, L’Ora di Palermo, Echi dal Golfo, Diogene Moderno. Nel 2015 sottoscrive un contratto con l’agenzia Kika Media Press, scrive di cronaca su La Spia Press e di inchiesta su La Spia, il portale del giornalista Paolo Borrometi. Successivamente diventa inviata e addetta di Rete L’Abuso, il più grande osservatorio nazionale di crimini commessi in ambienti clericali, collabora per un breve periodo per Radio Siani e poi viene ingaggiata come corrispondente per Cronache delle Calabrie, diretto da Paolo Guzzanti. Nel giugno del 2017 fonda una agenzia pubblicitaria, la Famnews & Com, e diventa direttrice responsabile della nuova testata giornalistica calabrese di inchiesta La Lince. A gennaio 2018 i suoi articoli vengono pubblicati sul settimanale statunitense Harbor News, mentre qualche mese più tardi è il giornale italo canadese Grandangolare ad annoverarla tra i suoi collaboratori. Sulle riviste nazionali ha firmato per i settimanali Cronaca in diretta e Tutto. Dall’agosto del 2018 è corrispondente per LaC News24.   Dal luglio del 2017 compare nell’elenco nazionale dei giornalisti minacciati stilato dall’autorevole sito Ossigeno per L’informazione. Nella sua breve carriera ha già ricevuto cinque premi per le sue inchieste giornalistiche, assegnati da tre diverse regioni del sud Italia: Sicilia, Calabria e Basilicata. Si occupa in prevalenza di 'ndrangheta, sanità, massoneria, politica, pedofilia e corruzione, ma il suo tarlo è la denuncia sociale.

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