Truffa all’Unione europea, le mani dei clan messinesi su fondi milionari

Fra il 2010 e il 2017 avrebbero intascato oltre cinque milioni di euro di contributi per lo sviluppo dell’agricoltura su terreni fantasma

di Redazione
15 gennaio 2020
11:47
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Puntano sui soldi dell'Unione Europea i clan messinesi che, da quanto emerge dall'inchiesta del Ros e della Finanza che ha portato oggi all'arresto di 94 persone, avrebbero intascato indebitamente fondi europei per oltre 5,5 milioni di euro, sfruttando contributi per lo sviluppo dell’agricoltura su terreni fantasma e mettendo a segno centinaia di truffe all'Agenzia per le erogazioni in agricoltura (Agea), l'ente che eroga i finanziamenti stanziati dall'Ue ai produttori agricoli.

Gli arresti

Nell’indagine della direzione distrettuale antimafia di Messina coordinata dal procuratore Maurizio de Lucia, fra i 48 finiti in carcere, lo stato maggiore di due storiche cosche della mafia di Tortorici, il cuore del Parco dei Nebrodi, i “Bontempo Scavo” e i “Batanesi”;

 

fra i 46 ai domiciliari, ci sono anche un insospettabile notaio e una decina di dipendenti dei Centri di assistenza agricola: uno è il sindaco di Tortorici, Emanuele Galati Sardo, è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Erano i complici a mettere a posto ogni pratica che arrivava all’Unione europea.

Contatti tra i clan e pubblici ufficiali

Sono emersi anche «profili di allarmante riconoscimento del ruolo rivestito da alcuni suoi componenti, anche da parte di pubblici ufficiali».

 

«Basti pensare che uno dei membri più attivi della famiglia mafiosa batanese - diretto dai Bontempo, Sebastiano Conti Mica, e Vincenzo Galati Giordano - è stato interpellato da un funzionario della Regione Siciliana, in relazione a furti e danneggiamenti di un mezzo meccanico dell'amministrazione regionale, impiegato nell'esecuzione di taluni lavori in area territoriale diversa dal comprensorio di Tortorici». E' quanto dicono gli investigatori.

 

«Ciò a riprova di un forte radicamento della famiglia tortoriciana anche in zone distanti dai territori di origine», dicono.

I terreni fantasma

Gli accertamenti del comando provinciale della Finanza di Messina hanno scoperto che le aziende legate ai padrini richiedevano i contributi Agea (l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura) dichiarando di avere in affitto particelle di terreni di cui in realtà non disponevano: è bastato scorrere la lista per trovare terreni che appartengono alla Regione, al Demanio, ai Comuni, uno è addirittura all’interno dell’aeroporto palermitano di Boccadifalco, altri sono sparsi per l’Italia.

 

Una truffa clamorosa, sarebbe bastata una semplice verifica per bloccarla, e invece nessuno ha controllato, anzi chi doveva controllare era complice.

 

Così, fra il 2010 e il 2017, l’Unione Europea ha versato 5 milioni di euro a 151 aziende agricole della provincia di Messina in mano ai boss di Tortorici. E alcuni di quei soldi sono finiti anche su conti esteri, segno di una grande capacità organizzativa dei boss.

I fondi razziati

I fondi razziati sono quelli messi a disposizione dal “Feaga”, il Fondo europeo agricolo di garanzia, e il “Feasr”, il Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale, misure che avrebbero dovuto dare slancio al parco dei Nebrodi, invece si sono trasformate in una grande occasione mancata.

I clan

Protagonisti di questa storia sono due clan che hanno subito condanne pesanti negli ultimi vent'anni: di recente, alcuni degli esponenti più in vista delle famiglie di Tortorici sono però tornati in libertà, e hanno riorganizzato relazioni e affari.

 

I boss dei Nebrodi hanno da sempre contatti con i mafiosi di Palermo e di Catania.

I rapporti internazionali

Le indagini hanno documentato nuovi incontri, segno che la mafia più antica della Sicilia si sta riorganizzando e grazie ad una rete di insospettabili complici e professionisti è ormai la “mafia dei pascoli virtuali”.

 

Tra gli elementi di novità raccolti dall'indagine «emerge in maniera significativa un profilo di carattere internazionale degli illeciti, commessi nell'interesse delle associazioni mafiose».

 

«In alcuni casi, infatti, le somme provento delle truffe sono state ricevute dai beneficiari su conti correnti aperti presso istituti di credito attivi all'estero e, poi, fatte rientrare in Italia attraverso complesse e vorticose movimentazioni economiche, finalizzate a fare perdere le tracce del denaro», dicono gli investigatori.

Lacnews24.it
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