Migranti, il capitano di Sea Watch: «Forzo il blocco. Vite umane al primo posto»

La nave tedesca, nelle acque territoriali italiane dal 12 giugno, sta aspettando il pronunciarsi della Corte di Strasburgo dopo di che porterà in salvo le persone a bordo lungo le coste di Lampedusa

di Redazione
martedì 25 giugno 2019
12:40
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Carola Rackete
Carola Rackete

Un’odissea in mare che si ripropone puntualmente per la nave Sea Watch 3 che dal 12 giugno vaga in balia delle acque territoriali italiane, a largo delle coste di Lampedusa, senza poter sbarcare.

Carola Rackete, capitano tedesca della nave Sea Watch è determinata, in un’intervista a Repubblica, quando dichiara: «Io voglio entrare. Entro nelle acque italiane e li porto in salvo a Lampedusa».

La ong tedesca sta aspettando il pronunciarsi della Corte europea dei diritti umani, a cui è stato inviato un appello di aiuto ieri, e poi non avrà «altra scelta che sbarcarli lì». Rackete è consapevole del fatto che verrà accusata di favorire l'immigrazione clandestina, forse anche di associazione a delinquere e che la sua nave verrà multata e confiscata: «Lo so, ma io sono responsabile delle 42 persone che ho recuperato in mare e che non ce la fanno più. Quanti altri soprusi devono sopportare? La loro vita viene prima di qualsiasi gioco politico o incriminazione. Non bisognava arrivare a questo», aggiunge. Intanto, il portavoce della Corte di Strasburgo, ha affermato che una decisione sarà presa oggi pomeriggio.

«Non ce la fanno più, si sentono in prigione»

«L'Italia mi costringe a tenerli ammassati sul ponte, con appena tre metri quadrati di spazio a testa», precisa  Rackete: «Qualcuno minaccia lo sciopero della fame, altri dicono di volersi buttare in mare o tagliarsi la pelle. Non ce la fanno più, si sentono in prigione». A bordo ci sono anche minorenni: tre ragazzi di appena 11, 16 e 17 anni. «In Libia hanno subito abusi. Il 14 giugno ho fatto richiesta al Tribunale dei minorenni di Palermo perché prendesse in carico il loro caso. Non mi ha risposto nessuno». Nemmeno dal Centro di coordinamento soccorsi di Roma la nave ha ricevuto risposte, afferma il capitano: «Invio almeno dieci mail al giorno alle diverse autorità competenti. Da Roma mi rispondono "Non siamo responsabili". Allora chiedo il place of safety, il porto di sbarco, e mi ripetono "Non siamo responsabili". Girano tutti i miei messaggi al ministero dell'Interno, dicono di avere le mani legate. È chiaro che il Centro è stato esautorato, è Matteo Salvini che decide e provoca lo stallo».

Salvini: «Responsabile l’Olanda»

«Ho scritto personalmente al mio collega ministro olandese: sono incredulo perché si stanno disinteressando di una nave con la loro bandiera, peraltro usata da una Ong tedesca, che da ormai undici giorni galleggia in mezzo al mare. Riterremo il governo olandese, e l'Unione Europea assente e lontana come sempre, responsabili di qualunque cosa accadrà alle donne e agli uomini a bordo della SeaWatch», aveva scritto qualche giorno fa il ministro degli Interni Matteo Salvini.

Al leader del Carroccio che intima all'imbarcazione di dirigersi in Olanda, Rackete risponde sottolineando quanto sarebbe ridicolo dover circumnavigare l'intera Europa, e spiega che nemmeno Amsterdam collabora: «Non è colpa nostra se il Libia c'è la guerra, ci dicono. Non è colpa nostra se in Africa sono poveri, continuano. Siamo circondati dall'indifferenza dei governi nazionali».

Il capitano è pronto ad assumersi tutte le responsabilità della sua scelta: «La mia vita è stata facile, ho potuto frequentare tre università, a 23 anni mi sono laureata. Sono bianca, tedesca, nata in un Paese ricco e con il passaporto giusto. Quando me ne sono resa conto, ho sentito un obbligo morale di aiutare chi non aveva le mie stesse opportunità».

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