Vestito di nero, il passo incerto ma il sorriso ancora teatrale, Gérard Depardieu ha fatto il suo ingresso nella sala 213 del tribunale di Parigi. Il processo a suo carico, rinviato lo scorso ottobre per motivi di salute, si è finalmente aperto. L’attore, 76 anni, è accusato di aggressione sessuale da due donne: Amélie, decoratrice di 54 anni, e Sarah (nome di fantasia), assistente alla regia di 34. I fatti risalgono al 2021, durante le riprese del film Les Volets Verts, diretto da Jean Becker.

Secondo le due donne, Depardieu le avrebbe toccate ripetutamente sul seno, sui glutei e nella zona genitale, sopra i vestiti, proferendo al contempo frasi a sfondo sessuale. L’attore si è sempre dichiarato innocente. E anche in aula ha voluto prendere la parola: il presidente della giuria gli ricorda che ha facoltà di tacere, ma Depardieu opta per una dichiarazione preliminare. È l’inizio di un dibattimento destinato a far discutere a lungo.

Nel frattempo, davanti al tribunale, alcune decine di attiviste si sono radunate per sostenere le accusatrici. Dentro l’aula, invece, il clima è teso: da una parte l’attore, accompagnato dall’avvocato Jérémy Assous e da alcuni amici — tra cui la storica compagna di set Fanny Ardant, attesa come testimone a favore — dall’altra le due donne che lo accusano, sostenute da militanti femministe e avvocate determinate.

Il presidente del tribunale ricorda con precisione le accuse: due aggressioni distinte, nello stesso set, che avrebbero avuto luogo in momenti diversi. L'udienza si svolge con cautele particolari: a causa delle condizioni di salute dell’imputato, il tempo massimo previsto per l’esame è di sei ore, con pause ogni tre, la possibilità di consumare barrette energetiche e monitorare il livello glicemico via smartphone.

Mentre il presidente della corte discute con gli avvocati alcune questioni procedurali, Depardieu scherza con gli illustratori incaricati di disegnare i protagonisti del processo. Ma l’atmosfera resta elettrica, soprattutto quando l’avvocato Assous prende la parola. L’accusa, secondo lui, avrebbe calpestato i diritti della difesa. «Il pubblico ministero ha ordinato la custodia cautelare solo sulla base delle dichiarazioni di una testimone, senza prove oggettive, senza riscontri. Questo processo nasce già viziato». Il legale parla anche di un presunto passaggio di atti processuali a Mediapart, che avrebbe anticipato l’inchiesta con una "esclusiva" mediatica.

L’avvocato di Depardieu insiste su un punto: «Diciannove testimoni, presenti sul set, pronti a giurare che non hanno visto alcuna aggressione. Nessuno di loro è stato sentito nella fase preliminare». Poi attacca il contesto: «Oggi, un’accusa di aggressione sessuale è un’arma atomica. Capace di distruggere la vita di una persona senza prove concrete».

Nel mirino finisce anche la trasmissione “Complément d’enquête”, che ha mandato in onda le immagini di Depardieu in Corea del Nord. Secondo la difesa, le scene in cui l’attore sembrerebbe fare allusioni sessuali a una bambina di dieci anni sarebbero frutto di un montaggio manipolatorio. «Quel passaggio ha distrutto la sua immagine. Ma è falso. Non stava parlando della bambina».

La seconda udienza vedrà la deposizione di Fanny Ardant. Il regista Jean Becker, invece, era atteso ma non si è presentato. In sala restano le due versioni opposte, i sorrisi di Depardieu e gli sguardi rigidi delle sue accusatrici. La Francia segue il processo con attenzione: è il primo grande caso del post #MeToo a coinvolgere un nome di peso nel mondo del cinema. E la sensazione, nel tribunale e fuori, è che questa storia non sarà né breve né semplice.