Figli di un dio minore, l'unico rimasto: la tecnologia. Ma può distruggerci

L’apocalisse dell’Umanità potrebbe essere dietro l’angolo, sotto forma di nanorobot o di un nuovo virus geneticamente modificato. Eppure oggi il luddismo appare utopistico quanto il suo opposto, il transumanesimo. Forse non abbiamo alcuna scelta se non quella di andare avanti   

di Enrico De Girolamo
25 maggio 2019
17:09
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La scimmia di 2001: Odissea nello spazio
La scimmia di 2001: Odissea nello spazio

Sono passati 50 anni da quando una scimmia antropomorfa, mostrata da Stanley Kubrik in 2001 Odissea nello spazio, scopre la tecnologia e il suo immenso potere in un semplice osso calcinato, che nelle sue mani si trasforma in uno strumento prezioso per cacciare ma, inevitabilmente, anche nella prima arma dell’Umanità. La sequenza è famosissima e mostra in maniera simbolica ciò che dai futurologi viene definita come “singolarità tecnologica”, cioè un particolare evento, ricercato o casuale, che innesca conseguenze esponenziali, inimmaginabili per le generazioni precedenti.

 

Vicini a una singolarità tecnologica

Secondo molti siamo vicini a una nuova, catastrofica singolarità tecnologica, che arriverà dall’intelligenza artificiale, dall’ingegneria genetica, dalla robotica o, più probabilmente, dalle nanotecnologie. Il vaso di Pandora sta per esser aperto, avvertono, e richiuderlo sarà impossibile. Le conseguenze potrebbero essere di proporzioni estintive per la nostra specie, e non solo. Un agente patogeno modificato e invincibile, una generazione di macchine autoreplicanti tanto intelligenti da arrivare a considerare l’Uomo niente di più che la scimmia di 2001, dunque pericoloso e da eliminare; oppure nanorobot grandi quanto una molecola ma capaci di riprodursi all’infinito e trasformare la Terra in una poltiglia grigia (Grey goo). Sembrano ipotesi fantascientifiche, fuori da una concreta possibilità di realizzarsi, ma basta approfondire un po’ l’argomento per rendersi conto che si tratta di scenari plausibili e ampiamente discussi.
Il livello di progresso tecnologico raggiunto, o quanto meno già programmato sul medio e lungo periodo, è tale che per ognuna di queste congetture c’è una spiegazione scientifica teoricamente ineccepibile.
La famosa legge di Moore, secondo la quale “le prestazioni dei processori, e il numero di transistor ad esso relativo, raddoppiano ogni 18 mesi” è già roba vecchia, e letteralmente annichilisce di fronte alla potenza di calcolo che avranno i futuri computer quantici.

 

Il luddista sanguinario

Eppure la storia ha insegnato che i luddisti, cioè coloro i quali avversano il progresso tecnologico, non godono di molto seguito. Chi tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo spaccava i telai in segno di ribellione contro la meccanizzazione della produzione, oggi se la vedrebbe davvero brutta se provasse a irrompere durante l’inaugurazione di un nuovo Apple Store.
«Quel che suggeriamo è che la razza umana potrebbe facilmente permettersi di scivolare in una posizione di dipendenza tale dalle macchine, che non avrebbe altra scelta pratica che accettare tutte le decisioni delle macchine. Mentre la società e i problemi che deve affrontare diventano sempre più complessi, e le macchine diventano sempre più intelligenti, gli uomini lasceranno sempre più alle macchine il compito di prendere decisioni per loro, per il semplice motivo che le decisioni prese dalle macchine poteranno a risultati migliori di quelle prese dagli uomini. (…) Dall'altra parte, è possibile che si possa preservare il controllo umano sulle macchine. In tal caso, l'uomo medio potrà controllare alcune macchine private di sua proprietà, come la sua auto o il suo personal computer, ma il controllo sui grandi sistemi sarà nelle mani di una piccolissima élite. (…) Se l'élite consisterà di liberali dal cuore tenero, costoro potranno decidere di giocare il ruolo dei buoni pastori nei confronti del resto della razza umana. Provvederanno a che le necessità fisiche di ciascuno siano soddisfatte. (…) Ovviamente, la vita sarebbe così priva di senso che le persone dovranno essere modificate biologicamente o psicologicamente per privarle dell'esigenza di partecipare al processo di potere o per sublimare la loro brama di potere in qualche hobby innocuo. Questi esseri umani geneticamente modificati potrebbero anche essere felici, in una società di questo tipo, ma certamente non sarebbero liberi. Dovranno essere ridotti allo status di animali domestici».
L’autore di queste elucubrazioni è il luddista per eccellenza, un assassino che ha seminato il terrore negli Usa per ben 18 anni: Theodore Kaczynski, alias Unabomber. Il passo citato è tratto dal suo manifesto di protesta contro il progresso tecnologico, pubblicato nel 1995 dal New York Times e dal Washington Post nel tentativo di stanarlo, cosa che fortunatamente riuscì.

 

«Fermiamoci»

Bill Joy, co-fondatore della Sun Microsystem e padre della piattaforma software Java, nel 2000 pubblicò un articolo che fece a lungo scalpore, dal titolo “Perché il futuro non ha bisogno di noi”, citando appunto il manifesto di Kaczynski per giungere, dopo ulteriori e articolate riflessioni, a dire che - se vogliamo davvero salvare la nostra specie - dovremmo rallentare, forse addirittura fermarci.
A quasi vent’anni di distanza questa “soluzione” sembra molto più improbabile dei nanorobot che trasformano la Terra in una palla di fango o dei super computer che potrebbero un giorno governare le nostre esistenze.

 

Filosofia e fantascienza

Agli antipodi del luddismo c’è il transumanesimo, movimento culturale che sostiene l’uso della tecnologia per il superamento dei nostri limiti biologici e per la trasformazione della condizione umana, il tutto in un contesto di forte consapevolezza etica capace di indirizzare le scoperte e la tecnica verso traguardi evoluzionistici positivi per l’Umanità, al fine di scongiurare i gravissimi rischi che il progresso imminente comporta. In altre parole e in estrema sintesi, lo stesso messaggio elaborato nella saga di Gene Roddenberry, l’autore di Star Trek.

 

La promessa mancata di Internet

C’è stato un momento, tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio, durante il quale Internet ha incarnato appieno queste potenzialità di crescita sociale fondata sull’etica della libertà e della conoscenza. Allora la Rete prometteva di seppellire le dittature, di cancellare la povertà e di inaugurare una nuova era di prosperità e sapere. Poi le cose sono cambiate: il business è esploso e gli algoritmi delle grandi compagnie hanno cominciato a governare il mondo e le coscienze.

 

I labili confini delle leggi morali

Oggi è davvero difficile credere che l’Uomo possa porsi invalicabili limiti morali, soprattutto in una realtà globale uniformata alle leggi dell’economia. D’altronde, negli ultimi 100 anni, siamo riusciti a tenere sotto controllo poche cose nel campo del progresso tecnologico: la clonazione umana, l’uso dell’energia nucleare nei conflitti bellici, le armi batteriologiche, l’eugenetica. E per ognuno di questi campi ci sono mostruosi deragliamenti che si sono già verificati o che si stanno compiendo in qualche blindato laboratorio.

 

Impossibile tornare indietro

Eppure, nonostante le delusioni più recenti e le molteplici controindicazioni, tutte spaventose, la ricerca scientifica e la tecnologia, intesa come sua esplicazione pratica, continuano ad esprimere la tensione insopprimibile ad andare avanti e scoprire nuove frontiere. Fermarsi volontariamente, ora che all’orizzonte si intravedono possibilità inconcepibili sino a qualche decennio fa, non è soltanto impossibile (il sistema economico non lo permetterebbe) ma anche non auspicabile, se non si vuole negare l’essenza stessa della nostra umanità e tornare a riporre ai piedi del monolito nero di Odissea nello spazio quell’osso sbiancato dal sole da cui tutto è cominciato. La tecnologia è forse l’unico dio che ci è rimasto, dopo che gli altri sono tutti morti. Un dio minore, certo, ma chi è pronto a rinunciarci?


Enrico De Girolamo

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