Porto di Tropea, ultima frontiera del lusso con un manager bresciano

VIDEO | Vincenzo Aristide di Salvo, amministratore delegato della società che gestisce l'approdo turistico, punta su servizi di alto livello qualitativo: piscine, palestre e fashion bar. L'Ad lombardo esorta a non piangersi addosso: «C'è tanto di buono e di bello in Calabria, cogliamo le opportunità»

di Monica La Torre
sabato 13 aprile 2019
13:56
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Torniamo ad occuparci di professionisti che scelgono di restare, o - in questo caso, trasferirsi - ed investire in Calabria. E lo facciamo con un uomo di finanza prestato alla gestione infrastrutturale: Vincenzo Aristide di Salvo, amministratore delegato della Porto di Tropea SpA. Il deus ex machina dell'approdo calabrese sta giocando dal primo giorno una partita impegnativa: quella dei servizi di lusso. E la domanda sulla bocca di tutti, visto il contesto, è solo una: riuscirà un bresciano, un lombardo che viene dal mondo della finanza, a radicare a Tropea concetti come luxury, wellness, esclusività, servizi in bound, e soprattutto unicità ed efficienza? In molti, ci sperano. Quel che è certo è che il porto della Perla del Tirreno negli ultimi mesi ha cambiato faccia. E, soprattutto, ha cambiato marcia.

Cambio di marcia

«I miei dipendenti dicono che non hanno mai lavorato così tanto come da quando sono arrivato - sottolinea scherzando, ma neanche tanto, il manager, nel presentare la sua creatura -. Ma per faticare di più non ci voleva poi molto: al mio arrivo ho trovato un luogo abbandonato, una terra di nessuno, ed il regno dell’abusivismo». E ancora: «Sin dai primi giorni ho dovuto correggere molte pratiche. Ho investito, assunto, cercato accordi, allontanato, e mediato. Sono tornato per dare un nuovo volto non solo al Porto, che si chiama Marina Village perché pensato come un unicum inclusivo di servizi: ma anche alla città, che amo, ed al suo territorio».

 

Come mai ha accettato questa sfida?
«La passione per il mare, la grande attenzione che ho sempre al turismo nautico di qualità, mi hanno spinto ad investire qui. Già da quando frequentavo questo posto da cliente, notavo lo stato di abbandono, e pensavo alle sue potenzialità. Credo nella Calabria buona, che è molta e che vale. Credo nella sua gente. Ma è proprio questa gente a dover crederci di più. A dover amare il tesoro che ha, capire che deve essere valorizzato, e che per farlo, servono costanza, strategia, lavoro. Bisogna rimboccarsi le maniche. Capire le strategie più utili alla promozione corretta del territorio».

L’obiettivo finale?
«Chi approda a Tropea deve farlo come prima scelta, non per ripiego o perché in transito. Deve passare il messaggio che qui c’è identità ed esclusività. Capisco che parlare di lusso è difficile, in una regione dove i consumi alimentari sono calati del 6%, dove le famiglie non arrivano alla fine del mese, ma se si pensa al turismo in termini di opportunità, la visione cambia. E soprattutto: basta piangersi addosso, e chiedere cosa la regione, il politico, l’altro possa fare per noi. Iniziamo a capire noi, piuttosto, cosa possiamo fare per la Calabria. Ed inserirci tutti in un progetto di valorizzazione. Solo così indotto e sviluppo porteranno ricchezza condivisa».


Abbiamo parlato di cittadini utenti. Che rapporti ha con le istituzioni e con la comunità?
«Il dialogo è ottimo. Il Comune tra l’altro è socio della Porto di Tropea SpA. In generale, questo luogo deve diventare il parco del mare, per i tropeani e iel comprensorio. Anche per loro, attiviamo strutture e servizi tutto l’anno. Se il numero di persone che nel fine  settimana sceglie il porto per una semplice passeggiata è cresciuto esponenzialmente, è anche grazie a questo impegno».


Cosa c’è nel futuro del Marina Village, a breve e medio termine?
«il cambio definitivo del concept della Marina per com’era. La prosecuzione del percorso di investimenti e servizi rigorosamente in bound. Il ruolo di vetrina, per la promozione di tutte le eccellenze del territorio. Il Market, ad esempio, a marchio Despar, avrà gestione interna ed un banco di eccellenze alimentari nazionali, aperto tutto l’anno alla cittadinanza. Ci sarà uno spazio fitness, grazie ad una convenzione con Techno Gym, ed un fashion bar adiacente agli uffici della capitaneria. Chi si prova un abito, avrà la possibilità di consumare un drink, un aperitivo, secondo un concept innovativo, ma già consolidato negli ambienti del lusso. Spazio anche ad una pool area, il prossimo anno, con piscina di 180 mq e spiaggia degradante sul mare, nell’area vicina all’attuale cantiere navale. E ancora, un beauty center ed una pizzeria gourmet Kalavrì, brand catanzarese che vanta la consulenza di Luca Abbruzzino. Infine, un piccolo show room di gioielleria; in generale, sarà un villaggio dove anche il cittadino, grazie ad un sistema di fidelity card, potrà fruire dei servizi».


Qualche segnale confortante?
«Molti i clienti non calabresi, che lasciano Capri, Matera, Ischia, per scegliere Tropea. Segno che credono nel progetto, capiscono che qui si sta avviando una stagione di servizi, e vedono le potenzialità dell’infrastruttura, nel cuore di uno dei territori più interessanti del Sud, e con mete da sogno a poche miglia marine.

Altri clienti, che inizialmente avevano abbandonato Tropea per il necessario, e ragionevole aumento dei contratti, (a fronte dei servizi già attivati h 24 per 365 giorni l’anno, e dei progetti futuri), stanno tornando qui. Il Marina Yacht club, ristorante già segnalato dalle guide, è aperto sempre. Anche con mare in tempesta, anche a gennaio, anche ai cittadini. Ed è stato già richiesto per cerimonie private».


Lei si è trasferito da fuori regione, per questa sfida. Come ha gestito il passaggio di consegne?
«Con la presenza costante. Io sono sempre al Porto. Chi arriva, deve trovarmi qui. E parlo del cliente più ambito, come della famiglia a spasso. Sono stato io, al tempo stesso, a mettere la faccia sulla gestione dei rapporti. Penso ai pescatori: sono identitari, volevo che restassero, pur nell’ottica di un luogo da riqualificare in chiave luxury. Sono funzionali alla proposta della ristorazione di alto livello che utilizza il loro pescato, in una filiera cortissima. Ebbene, in vista di questo accordo, ho proceduto ad una vera e propria operazione di redemption: ho proposto contratti agevolati, li ho invitati a rimanere, abbiamo regolarizzato le posizioni di tutti. In generale, (mi riferisco ai contratti locali), molti di quanti avevano preferito in un primo momento andar via, abituati ad anni di lassismo a basso costo, hanno poi deciso di tornare, in vista dei servizi attivati, e della loro apertura 365 giorni l’anno, 7 giorni su 7».

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Monica La Torre
Giornalista
Monica La Torre, padre calabrese e madre umbra, nasce a Tropea 50 anni fa. Nenache cinquenne, è costretta da un destino avverso ad emigrare in una ridente cittadina tra Assisi e Spoleto, nel regno di Don Matteo. Passa gli ultimi 46 anni a lamentarsi per questa sorte ria, senza riuscire a trovare una scusa valida per ri-trasferirsi. Di mestiere fa la nostalgica. Nei ritagli di tempo si è laureata, ha cambiato un numero imprecisato di lavori, ha imparato a memoria le uscite della Salerno Reggio Calabria, attraversato a nuoto lo stretto di Messina, rovinato la giovinezza con vent'anni di partita IVA. Senza merito alcuno, è circondata di persone belle, che ne sopportano il pianto greco da emigrata inconsolabile. E' malata di mare ed happy hour. Tutti sanno che convive con due vizi innominabili. Quella cosa con la quale non si mangia chiamata: ARTE, e quella cosa che in Calabria è meglio dimenticare, chiamata: NATURA. Crede che la bellezza salverà il mondo, ma non il suo, perché la rivoluzione delle coscienze avverrà 24 ore dopo il suo trasferimento "altrove". Non per questo, si incazza di meno con le "capre". Non ha avversione per il denaro: è il denaro che ne ha per lei.  

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