Il reddito di cittadinanza può promuovere le politiche di genere?

Tonia Stumpo, consigliera parità regionale, commenta la manovra del Governo: «Così come è stato strutturato, non è stato concepito in modo tale da poter rimuovere le differenze di genere»

12 giugno 2019
14:04
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Tonia Stumpo
Tonia Stumpo

*Tonia Stumpo

Ci sembra doveroso intervenire, come figura istituzionale a garanzia delle politiche di genere sul lavoro, nel dibattito sul reddito di cittadinanza, e partendo dal nodo, che non saremo noi a sciogliere, sul fatto se in Italia il provvedimento in questione possa considerarsi una misura contro la povertà, o uno strumento diretto al reinserimento lavorativo, analizzeremo gli effetti che questa manovra produce nell’ambito delle politiche di genere. La manovra nella sua interezza, potrà essere valutata solo alla fine del percorso di utilizzo della misura medesima. In questo momento cercheremo di capire l’approccio e le aspettative di genere, sull’esistenza o meno di una scelta politica diretta a rimuovere gli ostacoli della differenza di genere. Sgombrando subito il campo diciamo che, a nostro avviso, il reddito di cittadinanza così come è stato strutturato, non è stato concepito in modo tale da poter rimuovere le differenze di genere né nell’abito delle povertà né tanto meno nell’ambito del lavoro femminile, per una serie di considerazioni che costituiscono l’oggetto del nostro ragionamento ed intervento che segue.


Le domande sul reddito di cittadinanza, hanno oggi oltrepassato il milione in Italia. Al 30 aprile, termine di scadenza, sono state presentate complessivamente 1.016.997 domande di reddito di cittadinanza, in tutto il territorio nazionale. In Calabria le domande sul reddito di cittadinanza sono state, alla stessa data del 30 aprile 2019, complessivamente 70.300. La differenziazione per genere delle domande, sul reddito alla data di scadenza in Calabria, sono state per le donne 35.875 e per gli uomini 34.426. Il maggior numero della domande di genere femminile, anche in Calabria, costituisce una costante nazionale, legata allo stato di povertà, fatto di un alto tasso di disoccupazione ed una maggiore aspettativa di lavoro delle donne. Bisogna puntualizzare che in Calabria, di fronte ad una occupazione femminile al di sotto del 30%, ci saremmo aspettati un numero maggiore di domande di reddito di cittadinanza, rispetto a quelle effettivamente prodotte. Se il binomio povertà domande di reddito di cittadinanza non ha funzionato molto bene, bisogna ritenere che la resistenza, a produrre domande, delle persone che rappresentano gli alti tassi di disoccupazione e i bassi tassi di occupazione femminile, sia dovuta da una parte al sommerso di lavoro femminile che non si vuole far emergere, e dall’altra ad una manovra troppo piegata sulle misurazioni economiche familiari, da cui dipende l’assegnazione del reddito di cittadinanza, che penalizzerebbe troppo le donne.


Inoltre, un’altro neo della manovra lo abbiamo rilevato, nel rapporto tra reddito di cittadinanza e politiche di genere femminile, nell’artt. 2 – 3 del d.l. n. 4/2019 dove è stabilito appunto una agevolazione contributiva per i privati (imprese o altro) di cinque mesi per chi assume i percettori uomini di reddito di cittadinanza e di sei mesi per chi assume le percettrici donne di reddito di cittadinanza. Può, ci chiediamo, un solo mese colmare il gap di povertà e promuovere le politiche di genere? A noi sempre di no, e lo diciamo perché la promozione dell’occupazione femminile, necessita di misure più corpose ed adeguate, per poter produrre effetti positivi sulla rimozione degli ostacoli all’occupazione e l’emancipazione di genere. Ora, come tutti, restiamo in attesa di verificare gli effetti della manovra, rilevando però che così com’è strutturato questo reddito di cittadinanza, non ci sembra possa essere rivolto alla promozione delle politiche di genere fatte di emancipazione e sviluppo economico.

 

*Consigliera regionale Parità Genere

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