A casa dopo trent'anni di lavoro, scatta la protesta a Rossano

VIDEO | Si prospetta un autunno caldo per gli operai dell’indotto della ormai ex centrale Enel. Stop al rinnovo dei contratti e lavoratori davanti ai cancelli. Mentre tutti attendono un sussulto di Oliverio sul futuro dell’impianto

di Marco  Lefosse
venerdì 14 settembre 2018
12:39
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A rischio il lavoro degli operai dell’indotto della centrale Enel di Corigliano-Rossano, ormai in dismissione. Uno spettro che aleggia da anni e che oggi si concretizza. Da ieri sera un gruppo di lavoratori del servizio pulizia industriale sta presidiando i cancelli dell’impianto perché la ditta di appalto non ha rinnovato i contratti e gli operai lamentano il totale disinteresse dell’azienda e delle istituzioni.

A casa dopo trent’anni di lavoro

La storia di Giuseppe Aprigliano è una delle tante che si sentono oltre i cancelli della centrale di Rossano, l’impianto termoelettrico più grande del Sud Italia, nato negli anni ’70 e che ha rappresentato anche una fortuna per lo sviluppo economico di Rossano e del territorio. Oggi i cancelli sono chiusi e sicuramente non per volere di Enel. «Dopo trent’anni – racconta Antonio, uno degli operai che stamani erano davanti al cancello dell’impianto di Sant’Irene-Cutura – ce ne andiamo a casa con la coda tra le gambe perché la politica e le istituzioni hanno deciso che qui non deve esserci futuro né per noi né per i nostri figli». Parole che non sono buttate lì, ma che hanno un senso profondo. «A metà del primo decennio del duemila – aggiunge – l’avevamo avuta un’opportunità che l’Enel ritornasse ad investire su questo territorio con una nuova riconversione. Certo, loro promuovevano una riconversione a carbone che il territorio non voleva, ma si poteva trovare una via di mezzo. Si poteva trovare una soluzione alternativa che accontentasse tutti e portasse nuovo sviluppo e crescita. E invece – continua Antonio – abbiamo avuto una classe politica locale e regionale che ci hanno affossato. Ha detto di no al carbone e non si è interessata di trovare un’alternativa». E ora si va avanti per forza di inerzia e si finirà per morire di inedia.

«Oliverio si è voltato dall’altra parte»

«Sono stato assunto la prima volta nel 1978 – racconta, invece, Giuseppe Aprigliano che da ieri è incatenato davanti ai cancelli della centrale - come operaio in una ditta di manutenzione dell’indotto, poi sono passato alla mensa e da qualche anno lavoravo nella ditta di pulizie industriali. Sempre all’interno di questa centrale. Oggi rischio di andarmene a casa senza una prospettiva e senza aver raggiunto il limite contributivo. E questo – lo rimarca più volte – nell’indifferenza di tutti. Di Oliverio in primis che rispetto alla nostra vertenza lavorativa ha voltato la faccia dall’altra parte».


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