Strage di Capaci, la moglie del caposcorta di Falcone: «Qualcuno non vuole la verità»

L’INTERVISTA | Tina Montinaro gira l’Italia per portare la sua concreta esperienza antimafia. Da Bagnara incalza: «Molto è cambiato da allora, ma serve fare ancora tanto». Poi ribadisce: «Non perdono, anche perché nessuno me l’ha chiesto»

di Consolato Minniti
martedì 13 agosto 2019
18:38
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Tina Montinaro
Tina Montinaro

«Sia per la strage di Capaci che per quella di via D’Amelio c’è qualcuno che non vuole scrivere tutta la verità». Nonostante i decenni trascorsi a Palermo, Tina Montinaro conserva ancora la tipica inflessione partenopea. Ciò dona ancora maggiore efficacia alle sue espressioni dirette e mai banali. 


È una donna che ha conosciuto il dolore da molto vicino, Tina Montinaro. Lei è la moglie (non chiamatela vedova) di Antonio Montinaro, il capo scorta di Giovanni Falcone. Anche Antonio è rimasto ucciso nella strage di Capaci insieme a Rocco Dicillo e Vito Schifani. E lì dove oggi sorge un bellissimo giardino c’è voluta tutta la tenacia di una donna come Tina. Lei, che aggregata alla Polizia di Stato, gira l’Italia intera, è giunta sino a Bagnara Calabra dove ha ritirato un premio assai particolare: lo sciammisciu d’oro, riconoscimento che viene conferito annualmente alle personalità femminili che si sono maggiormente distinte nei vari ambiti sociali. Un’idea dell’attuale assessore comunale Silvana Ruggiero e che sta riscuotendo grande successo. 


Oggi riceve lo “Sciammisciu d’oro”, premio che permette di riconoscere le donne combattenti. Lei si sente tale?
«Sono onorata di riceverlo perché la “bagnarota” ha una storia importante che poi è un po’ come me. Le donne, quando lo vogliono, sanno venir fuori e combattere. Io lo faccio da 27 anni, da quando manca mio marito. Continuo la sua battaglia, perché sia chiaro: in quegli anni, noi abbiamo combattuto una guerra e mio marito ha perso una battaglia. È per questo che i giovani di oggi devono essere diversi da quelli che siamo stati noi».


Lei trova che ci sia molta diversità rispetto ad allora?
«Sì, è cambiato tanto. A Palermo, ad esempio, è venuta fuori la coscienza dei palermitani, poi dei siciliani e dell’Italia intera. Molto è cambiato perché oggi ci sono imprenditori che denunciano. Certo, c’è ancora molto da fare, ma sono fiduciosa. Ecco, più che rivolgersi ai giovani, credo ci debba rivolgere agli adulti. Non possiamo certo dire di essere al punto di partenza, perché io ricordo bene quei periodi in cui c’è stata una guerra in tutto il Sud. Però bisogna fare ancora tanto e lo dobbiamo fare tutti insieme, anche perché da soli non si va da nessuna parte. Mi rivolgo soprattutto alle mamme, perché sono importanti, il pilastro della famiglia e fanno la società».


A distanza di 27 anni, su Capaci non è stata scritta ancora tutta la verità. Perché?
«È semplice: evidentemente c’è qualcuno che non la vuole scrivere questa verità. Ma non solo per Capaci, anche per via D’Amelio. Del resto, siamo in un’Italia in cui la verità sulle stragi non è mai venuta fuori. Dobbiamo lottare, allora, per ottenere la verità. Perché non c’è giustizia senza verità».


23 maggio 1992. Che succede quando arriva quella fatidica telefonata che annuncia quanto avvenuto?
«È difficile quando arrivano certe notizie a casa, mi creda. All’inizio sei talmente sconvolta da non volerlo accettare, stai solamente male. È come ricevere un pugno nello stomaco che non ti fa respirare né capire. Lo comprendi dopo, un po’ alla volta, che Antonio non tornerà più. Ma si va avanti per i figli e per la rabbia. Sì, la rabbia, quella che hai dentro. È una rabbia sana, sicuramente costruttiva. Però io lo sono ancora per come sono andate le cose».


Cosa le fa più male?
«Loro dovevano essere protetti e non è stato fatto. Poi ciò che sta venendo fuori… mi fa sentire veramente indignata». 


Dalle sue parole emerge una presenza ancora assai forte di Antonio, ma anche una evidente mancanza. Eppure sono trascorsi quasi 30 anni. 
«Di lui mi manca tutto. Mi manca nel quotidiano quando vorrei condividere delle cose con lui. Mi è mancato, per esempio, in occasione della nascita del suo primo nipotino, Antonio. È chiaro: mi manca tanto».


Se dovesse definire i mafiosi, come lo farebbe?
«Sono dei vigliacchi. Pochi e vigliacchi e lo dimostrano ogni giorno. C’è una frase che si addice bene a questo tipo di persone. I palermitani dicono: “Si nuddu miscatu cu nenti”. Sono nulla mischiato col niente, ecco cosa sono. Non ci hanno fermato e non ci hanno fatto niente. E tocca soprattutto a noi donne farglielo capire». 


A differenza di altri, lei in quei giorni della strage non pronunciò mai la parola perdono, disse che non era possibile farlo. Lo pensa ancora?
«Come il primo giorno. Io non penso che certe cose si possano perdonare. E poi sa che le dico? Che nessuno l’ha mai chiesto, il perdono. A me si chiede sempre se io abbia perdonato, ma ci si dimentica che sono loro a non averlo chiesto».

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Consolato Minniti
Giornalista
Consolato Minniti nasce a Reggio Calabria nel 1983. Sin da bambino mostra la sua passione per il giornalismo, rubando la macchina da scrivere alla mamma, per passare intere ore a imprimere sui fogli bianchi i suoi primi articoli “a colonne”.   La seconda guerra di ‘ndrangheta, vissuta negli anni dell’infanzia, lo porta a confrontarsi sin da subito con la piaga della criminalità organizzata. Durante uno dei tanti agguati, riesce a portarsi in salvo appena in tempo con la sua famiglia, prima che la scarica di piombo finisca una delle vittime predestinate, proprio davanti all’uscio di casa sua. È per questo che le letture approdano presto ai quotidiani locali e nazionali.   Inizia a collaborare a 19 anni con “Il Domani”, ma è nel 2006 che avvia la sua prima vera esperienza giornalistica di livello con il quotidiano “Calabria ora”. Dapprima collaboratore per la città di Reggio Calabria, un anno dopo diviene redattore ordinario e avvia il percorso che lo vede protagonista sino ad oggi, ossia quello riguardante la cronaca nera e giudiziaria. È quello il settore al quale decide di dedicarsi, consapevole del fondamentale ruolo giocato dal giornalismo d’inchiesta nel contrasto alla ‘ndrangheta.   Nel 2012 viene nominato caposervizio della redazione di Reggio per “Calabria ora”, ruolo che conserva sino alla chiusura del quotidiano nel frattempo divenuto “L’Ora della Calabria”. Nel 2014 approda al “Garantista”, sempre con la qualifica di caposervizio. Collabora con testate nazionali quali “L’Espresso” e “L’Avvenire”.
Lacnews24.it
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