Da Locri tentarono una presunta truffa da 40 miliardi di dollari: assolti

Nel 2011 la Guardia di Finanza arrestò 20 persone che stavano cercando di negoziare un titolo di credito del 1961 emesso a favore di un dittatore indonesiano. Dopo la prescrizione dei reati principali, ora cade anche l’imputazione di riciclaggio

di Redazione
16 settembre 2019
17:34
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Cade anche l'ultimo reato rimasto, quello di riciclaggio, nel processo che vedeva 17 persone processate a Bologna con l'accusa di aver cercato di monetizzare con varie banche italiane ed estere un titolo di credito datato 14 agosto 1961 ed emesso dal Credit Suisse a favore dell'ex dittatore indonesiano Soekarno, morto nel 1971, per un importo nominale di 870 milioni di dollari. Gli imputati, uno dei quali difeso dall'avvocato Fausto Bruzzese, sono stati tutti assolti in abbreviato dal Gup Sandro Pecorella. Il pm Morena Plazzi aveva invece chiesto condanne a quattro anni.

 

È l'ultimo esito di una vicenda iniziata nel 2011, quando la Guardia di Finanza di Locri a arrestò 20 persone: fu valutato che il titolo avrebbe fruttato quasi 40 miliardi di dollari, all'incasso. A gennaio 2018 c'era già stata l'assoluzione da parte del tribunale per il reato di associazione a delinquere, mentre truffa e falso erano stati dichiarati prescritti. Restava dunque la sola ipotesi di riciclaggio, per cui gli atti erano stati rimandati indietro, per la riformulazione del capo di imputazione.

 

L'ipotesi di accusa era che gli imputati avessero compiuto una serie di operazioni finalizzate a ostacolare l'identificazione della provenienza delittuosa del titolo, in particolare simulando con documenti ideologicamente falsi una lecita e legittima disponibilità.
Alcune delle persone coinvolte nell'inchiesta, inizialmente coordinata dall'allora Procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone e dall'aggiunto Nicola Gratteri, poi passata per competenza territoriale a Bologna al Pm della Dda Enrico Cieri, erano ritenute legate a Cosa Nostra e alle cosche della 'Ndrangheta della piana di Gioia Tauro. Il certificato di deposito, trovato a Bologna, che l'organizzazione voleva negoziare, fu sequestrato dalla Gdf in Calabria. Gli imputati avrebbero cercato di monetizzarlo rivolgendosi a professionisti e cercando di coinvolgere contemporaneamente numerosi istituti di credito nazionali ed esteri, tra cui lo Ior. Per giustificarne il possesso e la legittima origine del certificato di deposito avevano fatto ricorso anche all'espediente, ritenuto falso, di documentarne la provenienza attraverso un prelato, nel frattempo deceduto, che avrebbe ottenuto il titolo dal dittatore indonesiano come ricompensa per avergli salvato la vita durante una rivolta avvenuta in Indonesia a metà degli anni '60. Quando era in punto di morte, secondo il racconto degli indagati ai funzionari delle banche, il monsignore avrebbe consegnato il certificato alla donna che lo assisteva la quale, a sua volta, lo diede a suo figlio per monetizzarlo. Dalle indagini dei finanzieri emerse che il prelato non ha mai fatto missioni in Indonesia. Già nella sentenza di assoluzione dall'associazione a delinquere si sottolineava, in ogni caso, come non ci fosse prova della sussistenza di un programma criminoso indeterminato, né dell'esistenza di un vincolo associativo permanente o stabile.

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