Reggio, ordigno bellico rinvenuto davanti alla casa al mare dell'ex procuratore Di Landro

Il ritrovamento giovedì scorso. L'ordigno non poteva esplodere perché privo di spoletta. Nulla era emerso da una bonifica precedente: come ci è finito lì? L'ex magistrato è sotto scorta dal 2010, quando fu vittima di due attentati

di C. M.
domenica 22 luglio 2018
11:20
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Il procuratore Salvatore di Landro
Il procuratore Salvatore di Landro

Gli investigatori sono molto cauti, ma quanto accaduto nei giorni scorsi sulla spiaggia di Bocale, periferia sud di Reggio Calabria, merita un adeguato approfondimento. Un ordigno bellico, infatti, è stato ritrovato nella zona attigua alla casa al mare dell’ex procuratore generale di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro. La notizia, riportata questa mattina da Gazzetta del Sud, risale a giovedì scorso, quando il magistrato si è recato nella sua dimora estiva assieme alla moglie. È lì che Di Landro ha visto all’opera gli agenti della Polizia di Stato già intenti ad effettuare i rilievi del caso.

 

Da un primo esame è emerso come l’ordigno non potesse esplodere perché privo della spoletta. Il dato fondamentale, però, è che proprio pochi giorni prima del ritrovamento gli uomini dei reparti speciali della Polizia avevano effettuato una bonifica dell’area intorno alla casa estiva del procuratore, senza trovare alcunché di sospetto, benché avessero utilizzato metal detector e cani addestrati a fiutare l’esplosivo. Come ci è finito, dunque, quell’ordigno sulla spiaggia? Saranno le indagini a stabilire se si sia trattato di un messaggi rivolto all’ex procuratore o se invece si tratti di una coincidenza temporale, dettata magari dalla grande attenzione con cui ogni giorno i militari sorvegliano i luoghi in cui dimora il magistrato.

 

La casa al mare, fra l’altro, viene utilizzata da tutta la famiglia Di Landro, fra cui anche la figlia Francesca, giudice in Corte d’Appello.

 

Gli altri attentati

Già in passato, Salvatore Di Landro, che vive sotto scorta ormai da otto anni, è finito nel mirino della ‘ndrangheta con un primo attentato alla Procura generale nel gennaio 2010 e poi una bomba fatta esplodere davanti al portone della sua abitazione in via Rosselli. Fu un vero e proprio attacco allo Stato ed in particolar modo ad un magistrato che non aveva esitato a fare dichiarazioni forti all’indomani del primo attentato in Procura. Oggi questo nuovo episodio, ancora tutto da decifrare, ma sul quale la Polizia intende fare assoluta chiarezza.

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C. M.
Giornalista
Consolato Minniti nasce a Reggio Calabria nel 1983. Sin da bambino mostra la sua passione per il giornalismo, rubando la macchina da scrivere alla mamma, per passare intere ore a imprimere sui fogli bianchi i suoi primi articoli “a colonne”.   La seconda guerra di ‘ndrangheta, vissuta negli anni dell’infanzia, lo porta a confrontarsi sin da subito con la piaga della criminalità organizzata. Durante uno dei tanti agguati, riesce a portarsi in salvo appena in tempo con la sua famiglia, prima che la scarica di piombo finisca una delle vittime predestinate, proprio davanti all’uscio di casa sua. È per questo che le letture approdano presto ai quotidiani locali e nazionali.   Inizia a collaborare a 19 anni con “Il Domani”, ma è nel 2006 che avvia la sua prima vera esperienza giornalistica di livello con il quotidiano “Calabria ora”. Dapprima collaboratore per la città di Reggio Calabria, un anno dopo diviene redattore ordinario e avvia il percorso che lo vede protagonista sino ad oggi, ossia quello riguardante la cronaca nera e giudiziaria. È quello il settore al quale decide di dedicarsi, consapevole del fondamentale ruolo giocato dal giornalismo d’inchiesta nel contrasto alla ‘ndrangheta.   Nel 2012 viene nominato caposervizio della redazione di Reggio per “Calabria ora”, ruolo che conserva sino alla chiusura del quotidiano nel frattempo divenuto “L’Ora della Calabria”. Nel 2014 approda al “Garantista”, sempre con la qualifica di caposervizio. Collabora con testate nazionali quali “L’Espresso” e “L’Avvenire”.

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