I morti senza nome del Mediterraneo, Reggio ricorda le vittime delle migrazioni

VIDEO | Durante l'iniziativa sono state ricordate le 45 vittime dello sbarco del maggio 2016. Duro il monito dell'arcivescovo Fiorini Morosini: «L'accoglienza va ribadita come valore umano e cristiano» 

di Angela  Panzera
4 giugno 2019
13:32
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«Non è che se viene uno straniero di un’altra religione noi siamo costretti a chiudere le chiese. Se le chiese si chiudono è perché i cristiani non ci vanno». È un monito, ma anche un appello al rispetto degli altri e alla diversità quello lanciato dall’arcivescovo metropolita di Reggio Calabria-Bova, Giuseppe Fiorni Morosini, durante la giornata della “memoria per le vittime delle migrazioni”.

 

Istituita dal comune, dalla Curia e dalla Caritas diocesana, l’iniziativa ha voluto ricordare i 45 migranti morti durante lo sbarco del 29 maggio del 2016. Erano 36 donne, sei uomini e tre bambini che oggi riposano nel cimitero di Armo, ma ancora di molti non si conosce neanche il nome. Fu uno degli sbarchi più difficili da gestire. Quel giorno fu davvero terribile. Le immagini delle salme che lasciarono la nave “Vega” rimarranno impresse per sempre non solo per chi operò durate le operazioni di sbarco, ma per l’intera comunità reggina che si è dimostrata un esempio sul fronte dell’accoglienza.

 

C’erano altre 629 persone sull’imbarcazione e la macchina dei soccorsi ha lavorato per giorni per assisterli anche psicologicamente. Molti in mare avevano perso figli, mariti e mogli. Ed è per questo che Palazzo San Giorgio, insieme alle istituzioni religiose, ha voluto ricordare quella giornata ribadendo che la città dello  Stretto si pone in prima linea nell’aiuto a chi scappa dalla guerre e della fame.

 

«Il valore dell’accoglienza - ha sottolineato Morosini - non va abbandonato. È dell’odio e della paura che dobbiamo spogliarci se vogliamo essere dei buoni cristiani. La linea dell’accoglienza è quella umana e cristiana più giusta». Parole queste in netta contrapposizione con l’attuale politica nazionale e che puntano a una seria riflessione all’interno della stessa religione cristiana. «Certo l’accoglienza ha bisogno di regole, nessuno la difende indiscriminata ed occhi chiusi- ha continuato l’Arcivescovo- però bisogna affermarla come valore e questo valore non deve avere paura dell’altro, non bisogna pensare che l’altro tolga qualcosa a noi. Non è una moschea costruita, o un altro luogo di culto, che ci impedisce di andare in chiesa. Se le nostre chiese sono chiuse o diventano musei, o ancora ristoranti, è perché noi cristiani non ci andiamo. L’identità- ha concluso- non ce la fanno perdere gli altri. Se l’identità la perdiamo è perché la perdiamo noi».

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