«Lega Nord, An e Dc infiltrate dalle mafie. I servizi controllavano giornali»

Processo Breakfast, parla l’ex 007 Massimo Pizza: «La ‘ndrangheta aveva conquistato il potere politico dei palazzi romani». Il retroscena su false operazioni di polizia, l’infiltrazione nella massoneria e il ruolo di Andreotti su Gladio

di Consolato Minniti
11 maggio 2019
12:46
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«La ‘ndrangheta stava cambiando, progettava di conquistare i palazzi della politica romana e ci riuscì. Infiltrò la Democrazia cristiana, la Lega Nord e Alleanza nazionale. Con i servizi, fondammo anche dei giornali». È un fiume in piena, Massimo Pizza. Chiamato a testimoniare al processo “Breakfast”, che vede imputati l’ex ministro dell’Interno, Claudio Scajola, e la moglie di Amedeo Matacena, Chiara Rizzo, con l’accusa di aver favorito la latitanza dell’ex parlamentare di Forza Italia, l’ex agente dei servizi segreti risponde alle domande del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, mostrandosi molto sicuro di ciò che ha appreso nel corso della sua lunga carriera.

Gli esordi in Calabria

Pizza racconta di essere entrato nell’Arma nel 1976. Un anno dopo venne trasferito alle Unità speciali di Palermo. Successivamente a Palmi. «Ho fatto parte di un nucleo che proveniva dall’undicesima Brigata – afferma – e dava la caccia ai latitanti. Eravamo gli antesignani dei Cacciatori. Furono scelte delle persone che avevano caratteristiche particolari. Una di queste era possedere dei collegamenti con regioni dove fosse sviluppata la criminalità organizzata. Mia madre era calabrese, di S. Eufemia d’Aspromonte e lì viveva all’epoca ancora qualche mio parente. Mio zio, ad esempio, era prete a Sinopoli». L’avventura in Calabria finì abbastanza presto e lui fu inviato a Napoli. Siamo nel periodo in cui si scigolie il Servizio informazione e difesa e vengono costituiti Sismi e Sisde.

Infiltrare la cosca Araniti. Il potere delle ‘ndrine

Pizza racconta di aver fatto parte del Sismi dal 1978, fino al 1999/2000. «Negli anni ’80, mi chiesero di poter infiltrare la cosca Araniti. Ricordo che Santo Araniti era al confino a Favignana ed aveva messo su un bar nel corso principale. A Reggio Calabria ci incontravamo negli stabilimenti della Malavenda carni, in zona Gebbione. C’era il sospetto che una parte di questa struttura criminale, che fino a quel momento non era mai stata infiltrata, potesse cominciare ad occuparsi di politica. Stavano cambiando gli assetti interni – spiega Pizza – e la ‘ndrangheta si stava evolvendo con la Santa. I servizi segreti percepirono questo processo di trasformazione, ma non vollero solo capirlo, vollero analizzarlo perché c’era una lenta trasformazione». Pizza ricorda che così gli esponenti di primo piano potevano parlare anche con il figlio di un maresciallo della Forestale, cosa che prima non poteva avvenire. C’era, però, un problema: «Stavano infiltrando Roma, i palazzi del potere. Alcuni loro rappresentanti li trovammo in importanti logge massoniche, come la P2. Lì c’era tale Carmelo Cortese, presidente della Raf (ricami artistici fiorentini). Per quello che fu poi stabilito dai magistrati nel processo, questi era un sodale della cosca De Stefano-Tegano, era la mente pensante, stava negli elenchi della loggia P2 di Gelli».

Giornali fondati dai servizi

Nelle memorie di Pizza c’è spazio anche per una storia al limite dell’inverosimile: i servizi segreti editori di fatto di alcuni giornali. «Mi diedero il compito di fondare un giornale, si chiamava “La Redazione”, il direttore era Gianni Festa, caporedattore del Mattino di Napoli. Mi misero dentro giornalisti importanti e mi diedero della pubblicità, anche se senza soldi». Pizza fa degli esempi: «Mettevano una pagina intera di Enel, con il traliccio, ma Enel non ne sapeva nulla di quella pubblicità, non c’era alcun contratto. La testata era stampata in 20mila copie dalla tipografia Palumbo Esposito di Cava de’ Tirreni, ma anche dalla tipografia dell’attuale presidente di Confindustria Boccia». Il passo dal giornale nazionale a quello locale fu breve: «Per infiltrare Reggio Calabria, costituimmo un giornale che si chiamava la Nuova Calabria, facemmo però solo tre o quattro articoli. Ci vendevamo ad alcuni esponenti delle cosche si trovavano al confino, che vi era l’articolo della Costituzione che la stampa non può essere sottoposta a sequestro». Giornalista, dunque, sinonimo di passpartout. Un tesserino, secondo il racconto di Pizza, fu dato addirittura al figlio di uno dei Libri che stava a Firenze, a cavallo fra il 1979 ed il 1980. «Lui tornò entusiasta perché l’avevano fermato i carabinieri di ritorno dalla discoteca e lui aveva mostrato il tesserino. Allora i carabinieri gli dissero che era tutto ok se aveva quello». Ma perché una tessera dell’Ordine ad uno dei Libri? «Ci davano informazioni in cambio, ci interessava cosa stesse succedendo fra la Sicilia, la Calabria e la Campania».

Gladio, Ossi e la lotta alla mafia

Massimo Pizza dimostra di conoscere molto bene le dinamiche interne ai servizi. Anche quelle più nascoste. Su sollecitazione del pm Lombardo, infatti, svela come la VII divisione del Sismi avesse due strutture: «Una controllava Gladio, era stata costituita subito dopo la guerra in accordo con gli americani. Serviva in caso di violazione delle truppe dopo il Patto di Varsavia. Anch’io sono stato dentro Gladio». La domanda del procuratore è consequenziale e riguarda gli elenchi di coloro che sono stati in quella struttura: «Tutti quelli passati nel Gos sono stati cancellati dagli elenchi. Io non sono nel famoso elenco dei 622. Ricordo che Martini costituisce il Cas, il centro di addestramento speciale ed all’interno il Gos, il gruppo operativo speciale. Vi fanno parte gli operatori per i servizi d’informazione e sicurezza. I cosiddetti “Ossi” sono operatori conosciuti esclusivamente dal comandante dei servizi, dal vicecomandante e dal direttore della VII divisione. Martini indirizza l’attività di queste strutture contro la criminalità organizzata. Ne troverà traccia nelle lettere di Martini. Ognuno si occupa di una branca. Però, mentre Martini dà queste direttive alla struttura segreta, Andreotti lo dimette perché gli aveva nascosto che Gladio si stesse occupando di contrasto alla criminalità organizzata».

La falsa operazione e sistemi criminali

Nel 1990 Pizza viene richiamato per una nuova operazione. «Ciò che si diceva dieci anni prima era diventato realtà: la ‘ndrangheta si era sviluppata. Allora creammo una falsa operazione e coinvolgemmo la famiglia Mazzaferro, i Pesce ed i Versace di Polistena. Tale operazione fu fatta in un albergo di Roma, l’hotel Visconti. Troverete tracce nei rapporti del servizio centrale operativo. Una simile operazione serviva a prendere informazioni, poiché i servizi si erano resi conto che stava per succedere qualcosa di molto importante, che vi era una infiltrazione profonda della destra eversiva nella costituzione di partiti politici come le Leghe. La nostra attività permise all’autorità giudiziaria di far preparare alla Dia la nuova informativa che diede avvio all’inchiesta “Sistemi Criminali”.

I partiti infiltrati dalla ‘ndrangheta

A giudizio dell’ex 007, il progetto della ‘ndrangheta era andato in porto: i rapporti con la politica erano stati creati. Ma chi era il referente? Pizza ammette candidamente che «tutto l’entourage di Andreotti era stato infiltrato pesantemente, non solo attraverso Lima, che è il caso più eclatante. Insomma, le mafie si erano legate alla Democrazia cristiana ed alla Lega Nord. Anche Alleanza nazionale era pesantemente inquinata. Nel caso della Lega attraverso Miglio e Bossi e uno dei suoi fondatori e cassieri, Gian Mario Ferramonti». Pizza spiega anche di aver avuto il compito di infiltrare la massoneria: «Per tutta la durata dell’inchiesta “Sistemi criminali”, gli ambienti massonici erano i protagonisti dell’attività politica e di quella contigua alla criminalità organizzata. Io non sono massone né un esperto del settore, ma – conclude Pizza – posso dire che il capo della Lega meridionale, Sicilia Libera, l’avvocato Lamari, era un gran maestro del Goi. Tantissime di queste persone erano massoni, così come Araniti e De Stefano».

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Consolato Minniti
Giornalista
Consolato Minniti nasce a Reggio Calabria nel 1983. Sin da bambino mostra la sua passione per il giornalismo, rubando la macchina da scrivere alla mamma, per passare intere ore a imprimere sui fogli bianchi i suoi primi articoli “a colonne”.   La seconda guerra di ‘ndrangheta, vissuta negli anni dell’infanzia, lo porta a confrontarsi sin da subito con la piaga della criminalità organizzata. Durante uno dei tanti agguati, riesce a portarsi in salvo appena in tempo con la sua famiglia, prima che la scarica di piombo finisca una delle vittime predestinate, proprio davanti all’uscio di casa sua. È per questo che le letture approdano presto ai quotidiani locali e nazionali.   Inizia a collaborare a 19 anni con “Il Domani”, ma è nel 2006 che avvia la sua prima vera esperienza giornalistica di livello con il quotidiano “Calabria ora”. Dapprima collaboratore per la città di Reggio Calabria, un anno dopo diviene redattore ordinario e avvia il percorso che lo vede protagonista sino ad oggi, ossia quello riguardante la cronaca nera e giudiziaria. È quello il settore al quale decide di dedicarsi, consapevole del fondamentale ruolo giocato dal giornalismo d’inchiesta nel contrasto alla ‘ndrangheta.   Nel 2012 viene nominato caposervizio della redazione di Reggio per “Calabria ora”, ruolo che conserva sino alla chiusura del quotidiano nel frattempo divenuto “L’Ora della Calabria”. Nel 2014 approda al “Garantista”, sempre con la qualifica di caposervizio. Collabora con testate nazionali quali “L’Espresso” e “L’Avvenire”.
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