Il killer di Nicotera in “missione” per completare la mattanza del parente

Gli investigatori hanno trovato la sua auto e sono certi della sua identità: si tratta di uno stretto congiunto di Francesco Oliveri che nel maggio scorso in un raid simile uccise due persone e ne ferì tre

di G. B.
mercoledì 15 agosto 2018
13:26
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Stesso modello di auto e stesso copione, con ancora una persona in fuga che lascia dietro di sé una nuova vittima. È caccia all’uomo in tutto il Vibonese per assicurare alla giustizia il killer che domenica ha freddato a colpi di pistola in un lido del lungomare di Nicotera, Francesco Timpano, 45 anni, di Limbadi.

 

Ed i sospetti iniziali degli investigatori sono ormai certezze quasi granitiche. A sparare è stato uno strettissimo congiunto di Francesco Olivieri, il 31enne di Nicotera che nel maggio scorso ha ucciso a fucilate Michele Valerioti e Giuseppina Mollese, ferendo poi in un bar di Limbadi altre tre persone. In quest’ultimo caso, Francesco Olivieri – per come dallo stesso confessato al gip del Tribunale di Vibo, Gabriella Lupoli, nel corso dell’interrogatorio – avrebbe voluto uccidere Vincenzo Timpano, alias “Scarcella”, il quale è riuscito a scampare all’agguato solo grazie alla prontezza di riflessi scagliandosi contro il suo aggressore con una lastra di legno del separè, mentre Francesco “Cico” Olivieri era intento a ricaricare il fucile.

 

A dare ai carabinieri conferme agli iniziali sospetti vi sono due elementi concreti: il riconoscimento del killer, che ha ucciso domenica Francesco Timpano (fratello di Vincenzo), attraverso la visione delle riprese registrate dagli impianti di videosorveglianza, e il ritrovamento dell’auto usata dal killer, una Fiat Panda rinvenuta abbandonata nelle campagne di Lampazzone, piccola frazione del comune di Ricadi. Il sicario di Francesco Timpano, dunque, ha agito esattamente come Francesco Olivieri. Dopo il fatto di sangue si è dato alla fuga inerpicandosi con l’auto in alcune stradine di campagna che portano a Spilinga e Ricadi. Nel caso di Francesco Olivieri, l’auto – anche in questo caso una Fiat Panda – era stata ritrovata bruciata nelle campagne di una contrada di Spilinga, non distante in linea d’aria da Lampazzone. Da Nicotera, in ogni caso, il percorso per raggiungere i due luoghi è lo stesso: alcune scorciatoie che si prendono da Preitoni di Nicotera.

 

Uno stretto congiunto di Francesco Olivieri, quindi, ha portato a termine il folle progetto di morte ideato per vendicare – così ha spiegato “Cico” Olivieri al gip – l’omicidio di un fratello ucciso nel 1997. Un odio ed un desiderio di vendetta covato per venti anni e che Francesco Olivieri avrebbe trasmesso – a quanto pare – anche alle persone a lui più vicine e che a lui si sono ora sostituite nel disegno di morte, atteso lo stato di detenzione del congiunto.

 

Non sfuggono del resto agli inquirenti neanche i legami parentali fra i fratelli Timpano (Francesco ucciso domenica, Vincenzo ferito l’11 maggio e Pantaleone, la cui auto è stata sparata da Francesco Olivieri nella stessa giornata di maggio) con una delle vittime di Nicotera: Giuseppina Mollese. All’interno dell’auto trovata a Lampazzone, i carabinieri non hanno rinvenuto la pistola usata per esplodere i colpi mortali all’indirizzo di Francesco Timpano. Il killer potrebbe quindi essere ancora armato, così come potrebbe aver gettato l’arma del delitto in altro luogo.

 

Di non secondaria importanza anche un ultimo aspetto: dell’autore dell’omicidio di Francesco Timpano aveva parlato di recente anche Emanuele Mancuso, il rampollo dell’omonimo clan che dal 18 giugno scorso ha deciso di “vuotare il sacco” con la Dda di Catanzaro. Il nuovo collaboratore di giustizia l’ha collocato come facente parte del suo “giro” personale per attività illecite legate agli stupefacenti, ma l’omicidio di domenica – se letto analizzando gli ultimi avvenimenti ad ampio raggio – non fa che confermare quanto già emerso nella sentenza assolutoria di primo grado contro il clan Mancuso emessa dal Tribunale collegiale di Vibo lo scorso anno all’epilogo del processo “Black money” contro il clan Mancuso: mancano allo stato nel Vibonese figure carismatiche all’interno di tale “famiglia” (come lo erano negli anni ’90 il patriarca Francesco Mancuso, il fratello Luigi e il nipote Giuseppe, alias “’Mbrogghjia) capaci di tenere unito il clan e avere un controllo del territorio tale da impedire fatti di sangue clamorosi ed eclatanti, quanto improvvisi, compiuti dalla stessa compagine criminale. Gli omicidi commessi a maggio da Francesco Olivieri e l’autobomba di Limbadi costata la vita a Matteo Vinci ne sono la conferma. L’omicidio di domenica di Francesco Timpano in spiaggia, in pieno giorno e davanti alla moglie, l’ulteriore certezza.

 

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G. B.
Giornalista
Giuseppe Baglivo è stato collaboratore del quotidiano Calabria Ora dal settembre 2006 ad agosto 2007. Redattore e responsabile della cronaca giudiziaria del quotidiano Calabria Ora per la redazione di Vibo Valentia dal settembre 2007 ad ottobre 2009. Nello stesso periodo per il quotidiano Calabria Ora ha realizzato molteplici inchieste riguardanti l’intero territorio regionale. Da agosto 2010 ad oggi è collaboratore della Gazzetta del Sud, redazione di Vibo Valentia, con competenza in tutti i settori (sport escluso). Dal gennaio 2013 è corrispondente unico dell’Agi (Agenzia giornalistica Italia) per Vibo Valentia e provincia. Dal novembre 2015 al 29 dicembre 2016 è stato redattore e responsabile della cronaca nera e giudiziaria del quotidiano online calabrese Zoom24.it, giornale web che ha contribuito a far nascere. Nel gennaio 2011 dalla Fondazione dedicata a Giuseppe, “Pippo”, Fava (il giornalista ucciso da Cosa Nostra il 5 gennaio 1984) ha ricevuto a Catania il Premio Nazionale “Giuseppe Fava” conferito ai giornalisti “particolarmente impegnati nella battaglia contro le mafie”. Specializzato in cronaca giudiziaria, nera e giornalismo d’inchiesta, ha seguito i più importanti processi contro la ‘ndrangheta, la corruzione nella pubblica amministrazione e la malasanità celebrati negli ultimi dieci anni in Calabria. Alcune sue inchieste giornalistiche hanno portato al commissariamento di diversi Comuni del Vibonese per infiltrazioni mafiose.

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