Paravati, il presidente della Fondazione: «Presto le opere sognate da Natuzza»

Parla Pasquale Anastasi: «Una giornata storica. Felice del dialogo con le autorità ecclesiastiche e ottimista sulla realizzazione delle strutture volute dalla Serva di Dio»

di M LT
domenica 7 aprile 2019
12:44
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Ad aver nutrito l’emozione, ad aver contribuito alla perfetta riuscita della giornata di ieri, liturgia solenne coincisa con l’avvio del processo di beatificazione di Fortunata Evolo, c’è stata sì, la gioia dei fedeli, ma soprattutto, mesi e mesi di impegno costante, lavorio, opere di cesello diplomatico e ricucitura di relazioni non indifferenti. Se le migliaia di persone che hanno sfidato il freddo e la pioggerellina sul sagrato della Villa della Gioia di Paravati hanno potuto assistere senza intoppi ad un evento storico le cui complesse fasi sono scorse via con un perfetto meccanismo di organizzazione, precisione, puntualità e rigore, questo è stato possibile anche e soprattutto per l’impegno che la Fondazione Cuore Immacolato di Maria, che ha profuso a piene mani nel nutrimento della causa.

Anastasi: dialogo con la Curia

A muovere le fila di quest’organismo radicato e vitale, sia in fede che in pragmatiche opere di bene, è il presidente Pasquale Anastasi, uomo delle istituzioni, che sin dal suo primo metter piede a Paravati ha inteso riavviare un dialogo con l’Arcidiocesi di Mileto-Nicotera-Tropea avente autorità sulla Parrocchia della frazione vibonese, cui deve obbedienza l’istituzione voluta da Natuzza.

Paravati, il giorno più importante

È proprio lui, nel giorno più importante dalla morte della Serva di Dio, a riepilogare le fasi di questa dicotomia oggi risolta tra i due organismi, esprimendo gioia e piena soddisfazione per l’istituzione del Tribunale ecclesiastico: importante riconoscimento di merito, che spiana la strada alle future intese con i vertici di Santa Romana Chiesa. «Sono arrivato a Paravati in un momento delicato – ricorda il presidente -. Ed appena messo piede in Fondazione, come prima cosa, ho inteso riavviare il dialogo con la Curia. Oggi stiamo lavorando allo Statuto, ad un’intesa su alcuni passaggi che il Vescovo, Mons. Renzo, ci ha chiesto di adeguare, di ammodernare, ma che dobbiamo analizzare con attenzione, in quanto fondanti ed identitari, alla base del testamento spirituale lasciatoci dalla mistica. Sono certo tuttavia – ha quindi precisato Anastasi– che si giungerà presto ad una piena condivisione. Non sono differenze profonde, ripeto, solo un ammodernamento, ma deve essere il buon senso a guidarci, a trovare delle convergenze che soddisfino i parametri diocesani, ma che non tolgano identità alla nostra creatura, alla Fondazione, definita da Mamma Natuzza preziosa e cara come la sua sesta figlia».

Una cerimonia perfetta

Anastasi ha lavorato a lungo ed alacremente, contribuendo al perfetto esito della cerimonia che ha avuto sin dalle prime battute la sacralità e la misticità delle giornate storiche: «Oggi parliamo di cose divine, non di cose terrene: oggi assistiamo ad un evento caratterizzante e mistico. L’insediamento del tribunale diocesano, la presenza del postulatore, la festa collettiva che ha unito in questo sagrato migliaia di persone rendono giustizia alla figura della nostra Mamma, sulla cui santità non abbiamo dubbi e per il riconoscimento della quale dobbiamo sin d’ora pregare con fede e costanza. Approfitto per ringraziare tutti quelli che hanno creduto nel messaggio di Natuzza sin da subito, i suoi fedeli, i tanti che ci sono stati vicino, e che oggi rafforzano le speranze per le tante azioni di bene che ci prefiggiamo di fare».

Il testamento di Natuzza

Il presidente è poi entrato nel dettaglio delle azioni più importanti e strategiche che la Fondazione si riserva di attivare nel medio e lungo periodo. «Stiamo procedendo al completamento delle opere volute da Natuzza nel suo testamento. La casa di riposo, il centro San Francesco per la riabilitazione (per la cui attivazione abbiamo già avviato con la Asl le pratiche per il rilascio della concessione), la costruzione di case dove ospitare i malati terminali e le loro famiglie, che la Serva di Dio voleva con tutte le sue forze, e che prevedono la creazione di 18 villini adibiti a questo scopo. Per far questo - ha concluso -, da tempo abbiamo avviato il dialogo con tutte le istituzioni civili, da sempre pronte a venirci incontro, e con le quali non abbiamo mai trovato la porta chiusa. Un rapporto caratterizzato da sensibilità ed attenzione, che fa ben sperare per la felice e rapida realizzazione delle volontà della nostra Mamma».

 

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M LT
Giornalista
Monica La Torre, padre calabrese e madre umbra, nasce a Tropea 50 anni fa. Nenache cinquenne, è costretta da un destino avverso ad emigrare in una ridente cittadina tra Assisi e Spoleto, nel regno di Don Matteo. Passa gli ultimi 46 anni a lamentarsi per questa sorte ria, senza riuscire a trovare una scusa valida per ri-trasferirsi. Di mestiere fa la nostalgica. Nei ritagli di tempo si è laureata, ha cambiato un numero imprecisato di lavori, ha imparato a memoria le uscite della Salerno Reggio Calabria, attraversato a nuoto lo stretto di Messina, rovinato la giovinezza con vent'anni di partita IVA. Senza merito alcuno, è circondata di persone belle, che ne sopportano il pianto greco da emigrata inconsolabile. E' malata di mare ed happy hour. Tutti sanno che convive con due vizi innominabili. Quella cosa con la quale non si mangia chiamata: ARTE, e quella cosa che in Calabria è meglio dimenticare, chiamata: NATURA. Crede che la bellezza salverà il mondo, ma non il suo, perché la rivoluzione delle coscienze avverrà 24 ore dopo il suo trasferimento "altrove". Non per questo, si incazza di meno con le "capre". Non ha avversione per il denaro: è il denaro che ne ha per lei.  
Lacnews24.it
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