Libro nero, Serranò “il fontaniere” e la lotta per il controllo del quartiere Spirito Santo di Reggio

Depositati nuovi atti fra cui intercettazioni relative al danneggiamento della pizzeria “Passion Pizza” da cui emergono forti conflitti nella zona in mano alla cosca Libri

di Consolato Minniti
mercoledì 21 agosto 2019
14:50
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Un’intercettazione - Repertorio
Un’intercettazione - Repertorio

«Però scusa un attimo… come quello che ho capito io è tutto nelle mani di Totò è vero o no? … E coso quello che controlla (inc.) Peppe Serranò sono loro che prendono bene o male». Sono intercettazioni che scottano quelle captate dalla Squadra mobile di Reggio Calabria e compendiate all’interno di una informativa depositata fra gli atti del Tribunale del Riesame nell’ambito dell’inchiesta “Libro Nero”. Scottano perché attualissime e riguardanti uno degli episodi che più aveva destato scalpore negli ultimi mesi in città ossia il danneggiamento di “Passion Pizza” l’esercizio commerciale ubicato sulla via Andiloro, nel quartiere “Spirito Santo”, ad un tiro di schioppo da Cannavò, zona storicamente dominata dal clan Libri. Ed è proprio di presunti affiliati al clan un tempo capeggiato da “don” Mico Libri che parlano i protagonisti della vicenda.

Prima dominava “Pietro”

I poliziotti, infatti, hanno messo per diverso tempo sotto intercettazione alcuni soggetti ritenuti d’interesse per provare a capirne di più del fatto avvenuto. Alla conversazione intercettata hanno partecipato, oltre al titolare dell’esercizio commerciale (incensurato), anche diverse persone ritenute vicine, per precedenti o per vincoli parentali, al clan Serraino. È uno dei conversanti a riferire che, un tempo, il quartiere “Spirito Santo” era di competenza di tale Pietro, ormai defunto, circostanza confermata da altro partecipante alla conversazione che ricordava come Pietro fosse poi scomparso. Il riferimento, ritengono gli investigatori guidati da Francesco Rattà, è a Pietro Nicolò, padre di Alessandro (il consigliere regionale arrestato il 31 luglio scorso), scomparso nel gennaio 2004.

La lotta per il potere

Tutti gli interlocutori sono d’accordo: la zona di “Spirito Santo” sta attraversando un periodo di tensione. Secondo uno dei partecipanti ci sarebbe grande confusione: «Un bordello (inc) che non lo possiamo neanche sapere». Un altro ribatte che loro non potevano saperlo, in quanto appartenenti alla famiglia Serraino: «Non le possiamo sapere come loro non possono sapere le nostre cose». E poi il giudizio netto: «C’è il manicomio». S’interessa molto il proprietario del locale preso di mira. Vuole sapere chi gestisce le sorti della famiglia Libri e spiega che, per quanto ne sa lui, a gestire sono un certo Totò e Giuseppe Serranò. Uno dei presenti conferma. Il giovane riprende: «Controllano loro sì o no?». E la conferma arriva di nuovo: «Sì». Allora giunge la precisazione: «Non è che noi gli abbiamo mancato di rispetto». Uno dei conversanti, di quelli che conoscono le dinamiche criminali, aggiunge che, una volta usciti dal carcere alcuni esponenti della famiglia, ci sarebbero potuti essere dei problemi: «Allora là sai com’è il discorso che Mico là… quando escono si ammazzano perché c’è Nino Caridi non è il genero di Mico quello è ognuno…». E Nino Caridi è proprio colui che è stato attinto dalla misura emessa nell’inchiesta Libro nero.

Serranò il fontaniere

Che si parli di Giuseppe Serranò è chiaro anche da successive intercettazioni, dove il proprietario di “Passion Pizza” spiega di averlo conosciuto, identificandolo come “il fontaniere”. Tutti lo considerano una persona molto seria, sulla quale non vi era nulla da nascondere, perché ritenuto capace: «Vedi che è serio ah? Io lo conosco, lo conosco bene, bene bene, ma bene proprio, siamo (inc.) ti dico la verità, non c’è da nascondere, ti dico, è numero uno! Ma lui e Totò sono numero uno».

È proprio per questo che il proprietario della pizzeria rimane un po’ perplesso che personaggi di quel calibro non sapessero nulla del danneggiamento al locale: «Però è impossibile che non ti dicono niente questi cristiani? Ma è impossibile, perché è una cosa veramente, per non sapere niente loro…». Circostanza confermata anche da altra persona presente: «Non lo sanno… non stanno, non stanno riuscendo… Non stanno riuscendo a saperlo».

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Consolato Minniti
Giornalista
Consolato Minniti nasce a Reggio Calabria nel 1983. Sin da bambino mostra la sua passione per il giornalismo, rubando la macchina da scrivere alla mamma, per passare intere ore a imprimere sui fogli bianchi i suoi primi articoli “a colonne”.   La seconda guerra di ‘ndrangheta, vissuta negli anni dell’infanzia, lo porta a confrontarsi sin da subito con la piaga della criminalità organizzata. Durante uno dei tanti agguati, riesce a portarsi in salvo appena in tempo con la sua famiglia, prima che la scarica di piombo finisca una delle vittime predestinate, proprio davanti all’uscio di casa sua. È per questo che le letture approdano presto ai quotidiani locali e nazionali.   Inizia a collaborare a 19 anni con “Il Domani”, ma è nel 2006 che avvia la sua prima vera esperienza giornalistica di livello con il quotidiano “Calabria ora”. Dapprima collaboratore per la città di Reggio Calabria, un anno dopo diviene redattore ordinario e avvia il percorso che lo vede protagonista sino ad oggi, ossia quello riguardante la cronaca nera e giudiziaria. È quello il settore al quale decide di dedicarsi, consapevole del fondamentale ruolo giocato dal giornalismo d’inchiesta nel contrasto alla ‘ndrangheta.   Nel 2012 viene nominato caposervizio della redazione di Reggio per “Calabria ora”, ruolo che conserva sino alla chiusura del quotidiano nel frattempo divenuto “L’Ora della Calabria”. Nel 2014 approda al “Garantista”, sempre con la qualifica di caposervizio. Collabora con testate nazionali quali “L’Espresso” e “L’Avvenire”.
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