La storia giudicherà chi ha distrutto il modello Riace

Mimmo Lucano e la crepa profonda tra legalità e giustizia. L’uomo che ha dato una casa ai migranti, costretto a diventare lui stesso un migrante lontano dal paese che è la sua vita

di Pietro Comito
mercoledì 17 ottobre 2018
16:46
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William Gaddis fu un autore americano. Per decenni la portata del suo talento fu ignorata dall’opinione pubblica e dalla critica. La storia, però, col tempo, lo riconobbe tra i più importanti romanzieri statunitensi del secondo dopoguerra. Scrisse: «La giustizia? La otterrai nell’altro mondo. In questo accontentati della legge».


Il sindaco clandestino

Così Mimmo Lucano, che la giustizia l’incontrerà in una vita diversa da quella terrena, al momento deve accontentarsi (accettare, subire) la legge, la legalità (che è cosa molto diversa dalla giustizia). S’accontenti, per il momento (accetti, subisca), della decisione di un Tribunale della Libertà che vorrebbe alleggerire ma di fatto aggrava la misura cautelare che un primo giudice gli aveva inflitto: Lucano, il «sindaco clandestino» come lo ha magnificamente definito Francesco Merlo su Repubblica, il sindaco dell’accoglienza, il sindaco dei migranti, libero ma lontano dalla sua Riace, dal paese che rappresenta la sua vita. Egli che ha dato una casa ai migranti, oggi migrante senza più una casa.


Uomo giusto o manigoldo?

Lucano, in attesa della giustizia di un altro mondo, sarà giudicato dalla storia più che dalle sentenze e della legge degli uomini. Così come la storia giudicherà tutti i protagonisti di un caso che ha destato l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale, di uomini di cultura, artisti, attivisti, politici, sindacalisti di tutto il mondo.
La storia giudicherà Lucano, il popolo che è sceso in piazza al suo fianco, i funzionari dello Sprar e del Ministero dell’Interno, Salvini e i finanzieri che hanno indagato su di lui, la Procura e il procuratore di Locri. La storia, presto o tardi, dirà se, come, e a fronte di quali sacrifici, egli ha dato vita, dignità, speranza, presente e futuro a migliaia di uomini, donne e bambini in fuga dalla guerra, dalla violenza, dalla prostituzione dalla fame. O dirà se s’è fregato i soldi.


Corretti o cinici accusatori contro l’evidenza?

Dirà se chi l’accusa – funzionari dello Stato, finanzieri, magistrati requirenti – aveva ragione e ha sfatato un falso mito o se invece si è accanito ferocemente contro di lui e ciò che rappresenta per partito preso, strumentalizzando poteri e cavilli burocratici per fini politici o, peggio ancora, portando pervicacemente una tesi egoistica contro ogni evidenza, con cinismo e senza pietà alcuna. E non ci si stupisca, perché di servitori della legge (la giustizia è altra cosa) che hanno agito così la storia ne ha già condannati parecchi.


Il giudice di Locri

Attendiamo di leggere con pazienza i motivi del Riesame, cioè del collegio di magistrati che in seconda istanza, in sede cautelare, si è pronunciato su Lucano. Possiamo esprimerci, però, sull’ordinanza del gip di Locri Domenico Di Croce. Egli ha studiato le carte, interpretato e applicato la legge. Ha bocciato sonoramente la parte più significativa, vasta e pesante dell’inchiesta della Procura, che si è limitata a riproporre pedissequamente e acriticamente - lo scrive il gip, non noi - il contenuto dell’informativa della Guardia di finanza per giustificare l’arresto di Lucano.
Il gip Di Croce ha riconosciuto la gravità indiziaria per due contestazioni, bocciando il resto ed ha emesso la misura che ha ritenuto più congrua. Dal punto di visto giuridico, il lavoro di questo magistrato è stato perfetto: nessun preconcetto, nessun appiattimento davanti al furore dei requirenti (non ci si stupisca neppure di questo, perché di gip che firmano di tutto senza farsi troppi problemi la quotidianità italiana è zeppa), da parte sua una valutazione asettica dei fatti-reato e degli elementi indiziari a supporto delle contestazioni. Il giudice che ha ordinato l’arresto di Lucano ha riconosciuto la gravità indiziaria e la sussistenza del pericolo di reiterazione del reato per due ipotesi: il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e l’illecito affidamento del servizio rifiuti. Ci sta, ineccepibile, nella sostanza, l’ordinanza del gip.

 

Legalità non è giustizia

Ma sono proprio l’ineccepibilità di questa ordinanza e del contegno assunto da questo magistrato a spiegare la differenza tra legalità e giustizia. Il gip è stato garante della legalità. L’arresto di Lucano, per ciò che la storia (la sua e quella delle migliaia di persone che a cui ha dato speranza) finora ha scritto di lui, non è stato però un atto di giustizia.
E se dobbiamo scegliere da quale parte stare, se da quella della legalità o da quella della giustizia, noi scegliamo la giustizia.

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Pietro Comito
Giornalista
Pietro Comito, che ha iniziato la propria carriera professionale a Rete Kalabria e Radio Onda Verde, è stato redattore del Quotidiano della Calabria dal 2002 al 2005, quindi dal 2006 al 2012 caposervizio di Calabria Ora, dove ha guidato le redazioni di Vibo Valentia, Reggio Calabria, Gioia Tauro, Siderno e Catanzaro. Dal 2012 al 2014 è stato nuovamente in servizio al Quotidiano, dove ha guidato, nella veste di caposervizio, la redazione di Vibo Valentia. Nel 2011 ha ritirato il Premio Agenda Rossa conferito ai giornalisti minacciati dalla 'ndrangheta. Sempre nel 2011 è stato insignito del Premio Paolo Borsellino. Ha pubblicato per la Newton Compton e per la Città del Sole Edizioni ed ha collaborato alla realizzazione del Dizionario enciclopedico delle mafie redatto da Castelvecchi Editore. Esperto di cronaca nera e giudiziaria, negli ultimi anni è stato tra i giornalisti calabresi più esposti nell'informazione sulla criminalità organizzata.
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