Pentiti di mafia, logge deviate e pezzi di Stato. Quegli strani intrecci dietro l'omicidio Scopelliti

Il ritrovamento dell'arma del delitto apre scenari inediti. C'è qualcuno che parla con i magistrati? Analisi di un assassinio che coinvolge ben più delle strutture militari del crimine

di Consolato Minniti
giovedì 9 agosto 2018
19:59
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Ha scelto una giornata simbolica il procuratore capo di Reggio Calabria, Giovanni Bombardieri. Aveva la notizia già da un po', ma ha preferito attendere perché il giorno del ricordo non fosse solo tale, ma diventasse anche quello della speranza. Così come avvenne qualche anno fa, per i carabinieri Fava e Garofalo, i cui congiunti ascoltarono dalla viva voce dell'allora capo della Procura, Federico Cafiero de Raho, una frase sibillina: «Presto arriveremo alla verità». Fu una promessa, mantenuta solo pochi mesi dopo, quando il gip di Reggio Calabria emise un'ordinanza di custodia cautelare in carcere per i presunti mandanti di quel duplice omicidio. Una verità ancora da scrivere con una sentenza, certo, ma che dimostrò il grande lavoro svolto dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo.

La novità investigativa

Oggi Bombardieri fa di più e annuncia il ritrovamento di un fucile calibro 12, ritenuta l'arma utilizzata per uccidere il giudice Antonino Scopelliti. Non è un'ipotesi campata in aria. Prima di pronunciarsi, il procuratore ha atteso i primi accertamenti della Squadra mobile di Reggio Calabria, ossia un gruppo di investigatori di primissimo livello che raramente sbagliano un colpo. E gli esiti dicono che ci sono altissime probabilità che quel fucile sia quello da cui partirono i colpi all'indirizzo del magistrato Antonino Scopelliti. Non staremo certo qui a ricordare chi fosse il giudice “solo”: dalle inchieste sul terrorismo e mafia, passando per quelle riguardanti l'omicidio di Aldo moro, Scopelliti rappresentò un punto fermo per la Corte di Cassazione della quale era sostituto procuratore generale.


Il maxi processo e l'omicidio

La sua vita cambiò decisamente nel momento in cui sulla sua scrivania arrivò un fascicolo con su scritto “Maxi processo a Cosa nostra”. Quello istruito dai giudici Falcone e Borsellino. Alla sbarra c'erano tutti i più grandi boss che rischiavano di essere sommersi da centinaia di ergastoli. Scopelliti non fece una piega. Per lui quelle carte erano lavoro. Come sempre, come ogni processo. Così, con la meticolosità che gli era propria, se le portò persino in vacanza, nella sua amata Campo Calabro. Era solito girare sempre senza scorta, accadde anche il pomeriggio del 9 agosto del 1991. Pochi chilometri più a sud, sulle strade di Reggio Calabria i cadaveri si contavano a centinaia. Circa 700 morti ammazzati con la seconda guerra di mafia. Il clima era rovente fra i due casati più importanti. Scopelliti, però, aveva in testa solo i boss siciliani. Ignorava che nel tragitto che l'avrebbe ricondotto a casa, lo stavano attendendo due sicari. L'auto finì in un dirupo. Si pensò ad un incidente. Poco dopo la scoperta: il giudice era stato ucciso con più colpi di fucile. Ma da chi e perché?


Il processo a Reggio

Iniziò a circolare con sempre maggiore insistenza la voce che a volerlo morto sarebbe stata Cosa nostra con la complicità della 'ndrangheta. Una voce che divenne presto ipotesi processuale che vide alla sbarra i maggiori boss siciliani ed anche un presunto killer. Era Gino Molinetti “la belva”. Lui, che in diverse indagini emerse come sicario senza scrupoli, finì sotto processo per poi essere definitivamente assolto così come tutti i grandi nomi della mafia siciliana. Non si riuscì a provare la loro colpevolezza e l'omicidio del giudice rimase di fatto senza responsabili. Quale mandante del delitto, fu condannato in primo grado Pietro Aglieri, boss palermitano implicato anche nell'omicidio di Salvo Lima. Poi, però, pure per lui giunse l'assoluzione. Ma è un particolare che oggi torna di particolare attualità.


Le parole dei pentiti

La ragione? Va ricercata nelle dichiarazioni vecchie e nuove dei collaboratori di giustizia. Sono stati tanti, tantissimi quelli che hanno parlato di un continuo scambio di favori fra 'ndrangheta e cosa nostra. Scambio di killer, di omicidi, di affari. Ed il delitto Scopelliti rientrerebbe proprio in questa logica: la 'ndrangheta – hanno riferito numerosi collaboratori di giustizia – uccide il giudice su mandato dei siciliani, in cambio questi ultimi intervengono per far cessare le ostilità a Reggio, dove il business è fortemente in crisi a causa di quella guerra iniziata nel 1985. Sta di fatto che, proprio l'omicidio del magistrato segna la fine delle ostilità. Di recente, nel processo “'Ndrangheta stragista”, che sta facendo luce sui presunti mandanti dell'omicidio Fava-Garofalo e sugli attacchi ai carabinieri, ha deposto il pentito Francesco Onorato, killer siciliano ed esecutore materiale dell'omicidio di Salvo Lima. Stesso delitto per il quale fu chiamato a rispondere Aglieri. E cosa ha raccontato Orlando al pm Lombardo? Che l'omicidio Scopelliti fu un favore fatto dalla 'ndrangheta a Cosa nostra e nello specifico una questione di cui si fecero carico i Piromalli ed i Mancuso. Parole che sembrano segnare qualcosa più di una mera novità. Perché se è vero che da sempre sono stati ritenuti gli arcoti coloro che hanno organizzato l'esecuzione del delitto, è altrettanto vero che una decisione del genere non poteva essere presa – in costanza di conflitto interno di tale portata – senza l'avallo delle famiglie più rappresentative della 'ndrangheta. Ed allora ecco che le parole di Onorato acquistano ancor più vigore. La ragione risiede in una indissolubilità delle inchieste. Non si può pensare di comprendere la genesi dell'omicidio Scopelliti se non si analizza bene il contenuto dell'inchiesta “'Ndrangheta stragista” che ne rappresenta una naturale evoluzione con i suoi fitti legami fra Sicilia e Calabria.


Mafia, 'ndrine e massoneria

Ecco allora che se ciò è vero, non può sfuggire come il contesto nel quale maturò l'omicidio del giudice “solo” è qualcosa più di un humus meramente mafioso. Chiama in causa anche quei grumi di potere, al cui interno vi sono pezzi deviati dello Stato, senza i quali le mafie oggi non sarebbero quelle potenti organizzazioni che abbiamo imparato a conoscere. Sono processi come “Gotha” a rivelare l'esistenza di una componente riservata della 'ndrangheta, quella in grado di dettare le linee guida della strategia criminale, poi messa in atto dalla componente militare. Risulta evidente come un simile delitto non possa essere stato deciso solo da coloro che avevano il potere di sparare. Del resto, la storia dei legami fra Sicilia e Calabria è ben più risalente nel tempo. Non si dimentichi quanto hanno riferito gli storici pentiti calabresi Giacomo Ubaldo Lauro e Filippo Barreca in ordine ad una super loggia segreta costituita a Reggio Calabria dal terrorista nero Franco Freda, nel periodo in cui la città dello Stretto divenne il laboratorio prediletto dell'eversione. Un capitolo che il giudice Scopelliti conobbe anche piuttosto bene. E cosa dissero i pentiti? Che una loggia gemella fu costituita anche a Catania. Sì, nella stessa città dove oggi il Procuratore Bombardieri ritiene di aver individuato l'arma che sparò a Scopelliti. Una pura coincidenza? Può darsi. O forse no. Forse, invece, quei legami inconfessabili fra lo Stretto e la città dell'Etna sono qualcosa di più profondo. Forse quegli scambi, continui e costanti, nascondevano una compenetrazione criminali ben più strutturata. Sta di fatto che aver individuato oggi un'arma, sotterrata e rimasta segreta per ben 27 anni fornisce un preciso messaggio.


Cosa c'è dietro il ritrovamento?

Che ci sia qualcuno che finalmente abbia iniziato una collaborazione seria sulla morte del giudice Scopelliti? Non siamo in grado di dirlo, ma, se così fosse, l'arma potrebbe rappresentare un formidabile riscontro. Del resto, si dice sempre che un pentito, per essere credibile, debba dimostrare ciò che dice. E chi poteva sapere dove era tenuta l'arma del delitto? Solo chi ne ha avuto piena conoscenza. Ecco allora che questa notizia è molto più che un fatto tecnico. Il riserbo del procuratore potrebbe celare qualcosa di simile. La capacità tecnica degli operatori di polizia, peraltro, è nota: da una mera arma potrebbero risalire a molto di più. Per esempio capire se la stessa fu utilizzata per altri delitti eccellenti, magari con imputati condannati in via definitiva. Bisognerà attendere e non sarà certo questione di poco tempo. Ma la sensazione è che, anche in questo caso, non bisogna certo andare troppo lontano per cercare la verità. Chissà che, una volta per tutte, non si riesca a scrivere una parola di verità su uno fra i delitti più indecifrabili della storia recente. La Procura di Reggio Calabria ci ha già dimostrato di essere perfettamente in grado di farlo.

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Consolato Minniti
Giornalista
Consolato Minniti nasce a Reggio Calabria nel 1983. Sin da bambino mostra la sua passione per il giornalismo, rubando la macchina da scrivere alla mamma, per passare intere ore a imprimere sui fogli bianchi i suoi primi articoli “a colonne”.   La seconda guerra di ‘ndrangheta, vissuta negli anni dell’infanzia, lo porta a confrontarsi sin da subito con la piaga della criminalità organizzata. Durante uno dei tanti agguati, riesce a portarsi in salvo appena in tempo con la sua famiglia, prima che la scarica di piombo finisca una delle vittime predestinate, proprio davanti all’uscio di casa sua. È per questo che le letture approdano presto ai quotidiani locali e nazionali.   Inizia a collaborare a 19 anni con “Il Domani”, ma è nel 2006 che avvia la sua prima vera esperienza giornalistica di livello con il quotidiano “Calabria ora”. Dapprima collaboratore per la città di Reggio Calabria, un anno dopo diviene redattore ordinario e avvia il percorso che lo vede protagonista sino ad oggi, ossia quello riguardante la cronaca nera e giudiziaria. È quello il settore al quale decide di dedicarsi, consapevole del fondamentale ruolo giocato dal giornalismo d’inchiesta nel contrasto alla ‘ndrangheta.   Nel 2012 viene nominato caposervizio della redazione di Reggio per “Calabria ora”, ruolo che conserva sino alla chiusura del quotidiano nel frattempo divenuto “L’Ora della Calabria”. Nel 2014 approda al “Garantista”, sempre con la qualifica di caposervizio. Collabora con testate nazionali quali “L’Espresso” e “L’Avvenire”.

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