Fiammetta Borsellino: «L'eredità di mio padre? Credere nelle istituzioni»

VIDEO | La donna è stata ospite di un incontro organizzato dal movimento Reggio non Tace: «Il “girarsi dall’altra parte” va combattuto, la mafia si nutre dell’indifferenza»

di Angela  Panzera
17 ottobre 2019
11:23
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Ha raccontato di suo padre, del lavoro svolto dal magistrato ucciso da cosa nostra, ma ha soprattutto riflettuto sull’eredità morale ricevuta da quel 19 luglio del 1992. Il giorno della strage di via d’Amelio il giorno in cui l’Italia ha perso un altro uomo dello Stato. Fiammetta Borsellino, terza figlia di Paolo borsellino, è intervenuta a Reggio Calabria in un incontro organizzato dal movimento "Reggio non Tace".  Il messaggio più importante lanciato dal palco è stato quello che nonostante gli anni bui, nonostante i depistaggi sul processo, lei e nessuno di noi deve perdere la fiducia nella magistratura.

«Sono convinta - ha affermato che il depistaggio avvenuto all’interno del processo sulla strage è stato il “peggio” che si poteva fare per onorare la memoria di un uomo che ha impegnato la sua vita per la giustizia, ma non posso che continuare ad avere fiducia anche perché la fiducia nelle istituzioni è la vera eredità che mi ha lasciato mio padre e poi se oggi qualcosa si sa sul depistaggio di Via D’Amelio lo si sa grazie al lavoro delle varie Procure che hanno voluto far luce su quello che è accaduto».

In lei rimane costante la voglia di verità, di sapere cosa è successo subito dopo l’esplosione dell’autobomba, di quel depistaggio che ha visto inquinare la scena del crimine e durare poi anni. «Ognuno deve fare la propria parte - ha dichiarato - e la cosiddetta antimafia non si deve fare con le passerelle e le logiche clientelari, ma ognuno di noi deve dare il suo contributo, soprattutto tra i giovani, per fronteggiare l’omertà e la paura ossia il tessuto su cui proprio la mafia si fonda».

Uno Stato poi, per essere credibile deve tutelare i suoi figli e su tutti le vittime che si affidano a lui. «Non è facile compiere determinate scelte, ma quando ciò avviene lo Stato deve essere pronto. Troppo spesso non si attuano gli strumenti giusti per tutelare chi decide di farlo, ma anche la società ha il suo ruolo. Non dobbiamo avere pregiudizi neanche su chi ha sbagliato e in un certo senso dobbiamo accoglierle nel loro percorso. Il “girarsi dall’altra parte” va combattuto, la mafia si nutre dell’indifferenza».

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